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Ai margini

Reportage dal confine polacco bielorusso e polacco ucraino

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In questo reportage le storie sono reali ma i nomi sono inventati.

Mariusz è un ragazzo polacco di circa quarant’anni. Ha due figli di cui è molto orgoglioso, vive nel nord della Polonia e da qualche mese è diventato un attivista. Non si è mai interessato molto alla politica, ma da qualche tempo si sente come accerchiato, tra organizzazioni fondamentaliste cattoliche (come i famosi Guerrieri di Maria), tifoserie di calcio organizzate di estrema destra, un arco parlamentare costellato da partiti e personalità omofobe, antiabortiste, con una islamofobia dilagante. La vita può essere abbastanza complicata in quelle zone.

È appena cominciata la primavera, ma il terreno è ancora innevato, ed è notte fonda, l’aria profuma dell’odore acre delle cortecce umide, mentre le torce illuminano la condensa di ogni respiro. Sta camminando nel bosco insieme ad altre persone, il terreno è paludoso, l’aria è gelida, la temperatura sotto lo zero. Inizialmente erano partiti in sei, ma poi le ricerche si sono protratte per troppo tempo, e il vento gelato è difficile da sopportare, e ora sono rimaste altre due persone con lui. Mariusz e i suoi compagni si trovano nel bel mezzo dell’antica foresta vergine di Białowieża una delle ultime tracce di foreste primordiali che esistono in Europa.

Maestosa, labirintica e spettrale.

Da qualche mese il numero di telefono di Mariusz si è diffuso capillarmente in mezzo ai rifugiati intrappolati sul confine tra Bielorussia e Polonia. Lo aveva dato una volta a una famiglia di iracheni in difficoltà, e da quel giorno attraverso le chat di WhatsApp e Telegram è divenuto un punto di riferimento per chi prova a varcare il confine.

A breve dovrebbe albeggiare, è il momento più freddo della giornata, sono ore ormai che si muovono in quelle condizioni disumane, tra l’oscurità e la neve. Quella notte hanno ricevuto più di una chiamata, e la polizia di confine ha trovato un gruppo abbastanza numeroso di iracheni. Mariusz ha un visore notturno, a un certo punto si blocca, sta osservando un corpo sdraiato a terra, si tratta di una persona.

Qualche ora prima, su quel numero di telefono, aveva ricevuto il messaggio di un ragazzo iracheno, poche parole: «Hi, I’m Arez» – e una localizzazione. Le ricerche sono partite subito, come al solito coordinate da Groupa Granica, sigla che riunisce persone e associazione attive sul confine tra Polonia e Bielorussia.

È così che funziona in queste zone, da mesi oramai.

Arez sembra morto. La sua temperatura corporea è di trentadue gradi. Mariusz e gli altri cercano immediatamente di riscaldarlo, con coperte termiche e massaggi, per circa due ore.

Decidono di chiamare un’ambulanza, si rivolgono a Medici Senza Frontiere, passano i minuti, l’ambulanza arriva, ormai è mattino, il ragazzo non riesce a riprendere i sensi, non c’è un istante da perdere.

Eppure tutto viene bloccato dalla Polizia di confine polacca, nel frattempo giunta sul luogo.

I poliziotti esigono che la persona sia trasferita su un’ambulanza pubblica, rallentando drammaticamente le azioni di soccorso, ma non vogliono sentire storie, il trasporto deve essere effettuato su un mezzo pubblico, non privato. È proprio per il verificarsi di situazioni analoghe che Medici senza Frontiere con il tempo ha deciso di interrompere le proprie azioni in Polonia lungo il confine bielorusso. Intanto il tempo passa, lento come l’inverno, forse una mezz’ora, o un’ora. Mentre sono in auto ad attendere, Mariusz riceve altri messaggi sul proprio cellulare: è la famiglia di Arez, quello stesso ragazzo senza sensi sdraiato dentro all’ambulanza. Sono messaggi di ringraziamento, lo ringraziano di aver salvato loro figlio. Eppure è strano, come possono scrivere una cosa del genere? Il ragazzo è ancora in stato di incoscienza, in bilico tra la vita e la morte, dentro a un’ambulanza. Paulina, anche lei attivista come Mariusz, scende immediatamente dall’auto per controllare, si dirige verso l’ambulanza, dove trova uno degli agenti della polizia di confine con il cellulare del ragazzo in mano, mentre comunica con la famiglia in Iraq.

Sembra di vivere un incubo distopico tratto da qualche film paranoide, ma invece è la realtà.

Ed è solo una delle innumerevoli, strutturali, quotidiane, metodiche violenze fisiche e psicologiche perpetrate dalle forze dell’ordine polacche nei confronti di un manipolo di rifugiati provenienti dai luoghi più impensabili e martoriati del pianeta.

Qualche giorno prima di quella data, la Russia ha attaccato l’Ucraina, con lo scopo di invaderla.

La casa di Svetlana si trova nell’oblast di Kiev, in una delle prime zone bombardate dai russi. E’ il frutto di anni di lavoro, ed è stata sventrata da un missile. Lei, e sua figlia, affetta da handicap, fortunatamente erano già a bordo di un auto strapiena, diretta al confine polacco. Tutta la loro vita in due trolley.

Svetlana ha lavorato per tanti anni in Italia, come badante, mentre il marito e la figlia ancora piccola erano rimasti in Ucraina. Con i soldi guadagnati in quel periodo sono riusciti a comprare due case, ad avere una vita confortevole, una bella macchina, e non si sono mai fatti mancare nulla. Sono diversi anni ormai che la guerra è la normalità, a bassa intensità la chiamano, ma lei e la sua famiglia non hanno mai avuto problemi, si sono sempre sentiti comunque al sicuro. Alcuni loro conoscenti invece sono andati via nei giorni precedenti, impauriti dall’evoluzione degli eventi.

L’insicurezza è tanta, la paura di prendere la decisione sbagliata, e ritrovarsi bloccati in un assedio o un bombardamento non fa dormire la notte. Eppure la calma apparente continua, giorno dopo giorno, il lavoro, la scuola, le pulizie a casa, il parco la domenica.

Il marito è rimasto, non può lasciare il paese, anche se la leva non è obbligatoria, potrebbe dirigersi in una zona più tranquilla, magari verso Lviv, ma ha preferito rimanere insieme ai propri amici, colleghi, vicini di casa.

Svetlana ha una nipote in Italia, che la supporta e la ospiterebbe. Ma è confusa, è arrabbiata e non sa bene cosa fare.

È in macchina con altre persone, che conosce a malapena, c’è un uomo che guida, poi una donna con due bambini. C’è anche un gatto, dentro a una gabbietta, che non ha ancora smesso di miagolare. È il 5 di marzo, è notte fonda, la strada è buia, i bambini dormono, nessuno degli adulti ha la forza di parlare.

Nemmeno loro sanno di preciso dove andranno una volta superato il confine, non sanno nemmeno bene come funziona alla dogana, hanno con sé i loro documenti, e i documenti dei bambini, ma l’ansia e la paura non regalano certezze, anche se da più parti è stato assicurato loro che sarebbero potute passare senza problemi.

La Commissione europea (2022/382) ha stabilito il riconoscimento di un permesso di soggiorno “temporaneo” per i cittadini ucraini (annessi parenti e conviventi) che potrà avere durata di un anno, prorogabile per un altro anno (con permesso però questa volta di 6 mesi in 6 mesi) e, solo eccezionalmente, prorogabile per un altro anno ancora (per un totale quindi di 3 anni). 

Se poi per esempio l’emergenza dovesse rientrare, gli Stati Ue potranno revocare la protezione in qualsiasi momento. Se, invece, decorsi questi tre anni, lo stato di emergenza persisterà, i cittadini ucraini potranno chiedere e ottenere il riconoscimento della protezione sussidiaria.

Arez aveva una bella casa a Slemani (Sulaymaniyah). Nonostante le violenze legate all’insorgere del sedicente Stato Islamico la sua zona è sempre stata relativamente più sicura e meno esposta, rispetto a località limitrofe, come Kirkik o Erbil, forse anche per la vicinanza con l’Iran. Ma le morti, i rapimenti e le sparatorie rimangono comunque elementi sempre presenti nella quotidianità d quei luoghi.

Ha studiato scienze informatiche, ha ventitré anni, e mal sopporta gli innumerevoli rifugiati siriani, che si sono collocati nelle sue zone, a causa della guerra, lo valuta come un altro problema che si andava ad aggiungere a quelli già endemici, come l’assenza totale delle istituzioni, la mancanza di lavoro e la solita violenza diffusa.

Quando scoppiò la guerra del Golfo era molto piccolo, non ricorda niente, ma ciò che ha sempre visto e vissuto è stato un Iraq in fiamme, e come lui tutta la sua generazione. Sono tantissimi gli iracheni che ogni giorno cercano di lasciare il Paese, tendenzialmente verso l’Europa. Nel 2016 e nel 2018 l’Iraq è stato il terzo paese di provenienza per numero di richieste d’asilo nell’Unione Europea (111 mila), dopo Siria e Afghanistan.

È una peculiarità, se sei iracheno, e pure curdo, sei esperto di migrazioni. Esiste una rete potentissima di “smuggler”, che connette l’Iraq con Turchia, Grecia, Albania, Balcani, fino ad arrivare al cuore dell’Europa o in Inghilterra. Anche la lontana Bielorussia è facilmente raggiungibile se si vuole. Pur non avendo una propria ambasciata in Iraq, la Bielorussia ha mantenuto il consolato ad Erbil, appaltando la concessione dei visti ad alcune agenzie di viaggio locali. Basta pagare quattromila euro, in Turchia (ad Ankara è presente l’ambasciata bielorussa) puoi trovare facilmente documenti, visto (turistico, per la durata di un mese) e il “gioco” è fatto, sei a un passo dall’Europa. E così Arez ha fatto, insieme ad un amico.

È il 13 ottobre 2021, appena arrivati a Minsk, una volta scesi dall’aereo, incontrano una persona, un altro iracheno, che li accompagna nella loro stanza d’albergo. Nella cifra che hanno pagato prima di partire sono comprese anche alcune notti di pernottamento in hotel, per riposare e aspettare il momento giusto per provare a passare attraverso la foresta.

La rotta bielorussa per l’ingresso in Europa non è nuova, Arez nota molti volti familiari in quella terra così lontana. Le cifre parlano di oltre 11 mila tentativi di entrare nel territorio polacco nel solo mese di ottobre.

Nevica fortissimo, sembra non finire mai.

Eppure il giorno dopo erano già in macchina in direzione del confine.

Una volta superata a Leopoli, Svetlana comincia a telefonare alla nipote che contemporaneamente è in contatto con alcuni attivisti dislocati a Medika, cittadina polacca particolarmente interessata dal flusso di persone in fuga, in questi giorni così drammatici.

Nel frattempo i bambini si sono svegliati, giocano in auto, fuori è ancora buio, mentre nevica.

Svetlana è preoccupata per la figlia, vorrebbe sapere cosa succederà una volta superato il confine. Il guidatore non può lasciare il paese, dunque, una volta scaricate le due donne e i bambini, avrebbe rifatto marcia indietro, per tornare a Kiev. E loro? Dove sarebbero dovute andare? Con chi?

Il telefono spesso non prende, la comunicazione a singhiozzi contribuisce all’incertezza generale.

Poi a un certo punto la macchina rallenta, rallenta fino a fermarsi. Di fronte a loro altre auto, sono centinaia, chissà, forse migliaia, sono tutte incolonnate in una mastodontica fila lungo la strada che porta in Polonia.

Ed è questo il momento in cui il tempo ha cominciato a scorrere più lentamente, rendendo quella notte, la notte più lunga della vita di Svetlana.

Arez non capisce il bielorusso, ma sicuramente i poliziotti con i quali lui e il suo amico stanno interagendo non sono amichevoli, il tono è minaccioso, mette soggezione, tanto da immobilizzare i due ragazzi. Si trovano nei dintorni del villaggio di frontiera di Brovsk, sono stati perquisiti, le loro borse aperte, le scorte di cibo e sigarette per la durata di due settimane sono state sottratte dalla polizia di confine. Eppure uno dei poliziotti, mentre probabilmente li sta insultando, con una grossa pinza taglia il filo spinato e fa cenno ai ragazzi di passare. Nasce la consapevolezza da parte di Arez di essere in qualche modo usato dalle autorità bielorusse, che evidentemente hanno interesse ad attirare migranti iracheni sul proprio territorio, per poi facilitare in qualsiasi modo il loro passaggio verso l’Europa.

Ma francamente in quel momento gli importava davvero poco.

Insieme ad Arez e al suo amico c’erano anche altre persone, quattordici, tutti giovani ragazzi curdi iracheni, convogliati in quel punto dalle forze dell’ordine bielorusse. Si tratta di un punto strategico, perché si trova precisamente in mezzo a due checkpoint polacchi, cosa che avrebbe dovuto facilitare la penetrazione in suolo europeo da parte del gruppo di persone.

Esistono due line di filo spinato, divise generalmente da 100 metri di territorio, una sorta di “buffer zone”, una terra di nessuno all’interno della quale la polizia di frontiera polacca di solito evita di intervenire. Dopo aver sostato in questa zona diverse ore, tutti e quattordici provano a entrare in Polonia. Dieci di loro riescono a passare, mentre invece Arez e altri tre ragazzi vengono catturati dalla polizia polacca e rispediti immediatamente in Bielorussia.

Una volta finiti di nuovo in territorio bielorusso, i quattro provano a entrare ancora in contatto con le forze dell’ordine locali, Arez aveva perso il proprio cutter, e senza diventava impossibile riuscire a passare il confine, inoltre non avevano più cibo, che era stato sottratto loro proprio dalla polizia bielorussia.

Incontrano una pattuglia, che li carica, il porta in un campo, sempre lungo la linea di confine, dove dicono di aspettarli, che sarebbero tornati con cibo, acqua e sigarette.

Il tempo passa. La sera diventa notte, che diventa giorno, così per tre volte. Senza cibo, in attesa di qualcuno che invece non sarebbe mai venuto. Depredati, illusi ed abbandonati in condizioni drammatiche nel ghiaccio.

Al terzo giorno compaiono altre persone, si tratta di altri rifugiati, all’interno del gruppo Arez riconosce anche alcuni suoi parenti, provenienti dalla sua stessa città. C’è anche una famiglia con dei bambini molto piccoli.

Un’altra notte gelata, i rami faticano a bruciare per l’umidità, mentre i vestiti, le scarpe e le coperte sono bagnati dalla neve che ricopre il terreno e le cime degli alberi.

Solo il giorno dopo compare un furgoncino, non ha simboli riconoscibili, ma a bordo ci sono alcune guardie di confine bielorusse.

Ordinano a tutte le persone presenti di salire sul mezzo, che li avrebbero portati in Polonia.

Mentre invece, qualche ora dopo, si ritrovano in Lituania.

Arez non ricorda nemmeno più bene che giorno è quello. Forse è l’otto, o forse è il nove di novembre oramai.

È mezzanotte circa, le persone vengono scaricate direttamente in Lituania, in quella zona non ci sono particolari barriere doganali, quindi il furgoncino riesce a inoltrarsi di qualche decina di metri all’interno del territorio lituano.

Sono tutti molto preoccupati, le storie che vengono raccontate circa l’efferatezza dei militari lituani verso le persone che provano a varcare il confine sono così spaventose che decidono di fermarsi in quel preciso punto e non proseguire oltre.

Riescono ad accendere un fuoco per passare la notte.

Dopo qualche ora, quando orami tutti dormono, sopraggiunge la polizia lituana, che senza tanti complimenti rispedisce tutte le persone in Bielorussia.

Qui vengono picchiati dalle forze dell’ordine. La loro colpa è quella di aver provato a dirigersi verso Minsk, per cercare aiuto, cibo e calore e togliersi dalla foresta per qualche giorno. Vengono liberati dei cani, uno dei quali si avventa sull’amico di Arez, azzannandolo a un piede, e ferendolo gravemente.

La situazione stava divenendo sempre più claustrofobica.

Vengono caricati a forza, di nuovo su un furgoncino, e di nuovo lasciati in territorio lituano, di nuovo senza cibo.

A quel punto Arez non ce la fa più, mentre scende dal furgone impugna la propria torcia, e comincia a urlare che l’avrebbe accesa, per farsi scoprire dalle forze dell’ordine lituane. Erano stanchi e affamati, avevano bisogno di cibo e riposo. È l’unico modo che riesce a concepire per poter spaventare la polizia di frontiera bielorussa e obbligarla ad ascoltarlo.

Dopo qualche interminabile istante di silenzio, senza dire una parola, gli agenti bielorussi caricano di nuovo Arez e il suo gruppo in macchina, li conducono ad un check point, dove passano la notte, e dove finalmente possono recuperare le forze e un pò di cibo, oltre a qualche sigaretta.

Il giorno dopo, per la terza volta in pochi giorni, Arez si ritrova in Lituania.

Ma nulla cambia.

Il territorio in quelle zone è fortemente paludoso, è facile perdere le proprie scarpe mentre si cammina, risucchiate dal fango gelato. A volte invece succede che l’acqua sia così profonda da renderle inattraversabili, e perdere l’orientamento in quei luoghi, dove gli alberi e la neve cancellano o confondono ogni punto punto di riferimento è troppo facile. In questi casi forse (nonostante tutte le conseguenze che un’azione del genere possa generare) è meglio tornare semplicemente indietro. Inoltre le voci che giungono da sud, dove pare che circa duemila persone si stanno ammassando lungo il confine, spingono la maggior parte del gruppo a voler scendere in direzione della cittadina polacca di Kuznica, a piedi. Si tratta di una sessantina di chilometri. La lezione Arez l’ha imparata. Basta costeggiare il confine, e non provare vie interne, in questo modo non avrebbero avuto ripercussioni da parte dei poliziotti bielorussi.

La discesa verso la zona di Bruzgi è infernale. Con loro ci sono anche bambini piccoli e non hanno cibo. Un giorno Arez entra a più riprese nella buffer zone, per attirare l’attenzione dei poliziotti polacchi e implorare di dargli qualcosa da mangiare. Una volta un poliziotto gli lancia una mela e un paio di sigarette, facendo intendere che è tutto quello che ha. Un’altra volta, un altro poliziotto invece lo sfotte, mangiando beffardamente un hot dog mentre lo fissava negli occhi.

Proseguono nella buffer zone, in direzione di Bruzgi, dove giungono stremati dopo circa 3 giorni di viaggio. Ora le persone bloccate di fronte al confine polacco sono più di tremila, la maggior parte sono curdi iracheni, ma ci sono anche sudanesi, afghani, siriani, yemeniti… Non possono né avanzare né indietreggiare.

Fino al 18 novembre, quando viene aperto il campo profughi di Bruzgi.

«C’è un ragazzo italiano che vi aspetta sul confine, ha un cartello con scritto il tuo nome. Poi una volta che sei con lì puoi usare il suo telefono per chiamarmi e capiamo insieme che cosa fare, ok?». Svetlana piange mentre ascolta le parole di sua nipote per telefono. Sono bloccati da ore nello stesso punto, mentre fuori continua a nevicare. Il signore alla guida è uscito dall’auto per vedere di persona com’è la situazione, una volta tornato racconta di almeno otto ore di attesa, se non addirittura dieci, per percorrere una ventina di chilometri ormai. Racconta anche che alcune automobili sono rimaste bloccate lungo la strada perché hanno finito la benzina. In questi primi giorni di marzo si parla di circa due milioni e mezzo di persone che hanno attraversato il confine polacco ucraino.

Quel ragazzo lo aspetterà tutta la notte? Ci sarà ancora tra otto ore? E se non ci sarà lui? Come farà per comunicare con sua nipote? Svetlana vorrebbe chiamare suo marito, parlare con lui, lui sicuramente l’avrebbe rassicurata in qualche modo. Ma non lo farà, deve dimostrarsi forte, lui è ancora Kiev, sotto le bombe, non vuole aggiungergli preoccupazioni.

Ogni tanto la macchina percorre qualche metro, la coda nonostante tutto è ancora viva, nonostante le centinaia di migliaia di persone ammassate in pochi chilometri.

Ora Svetlana è stanca, tutta la tensione accumulata durante il viaggio sembra allentarsi, riesce a chiudere gli occhi per qualche ora.

Quando li riapre sta albeggiando, sono ancora tutti in macchina, ma ora riesce a vedere le luci della dogana di Medika in lontananza.

Sul cellulare trova innumerevoli chiamate, da numeri sconosciuti, da suo marito e da sua nipote, prova a richiamarli, ma forse ora stanno dormendo, d’altronde sono circa le cinque di mattina.

È sconvolta, ha dormito incastrata tra due valigie, non si sente più le gambe e ha una gran voglia di farsi una doccia.

Arrivati a un certo punto il guidatore dice che lui deve tornare indietro, che non può più proseguire. Le due donne scendono, con i bambini al seguito, si guardano attorno, spaurite, attorno a loro migliaia di donne come loro, con bambini, valigie e gatto tra le braccia.

Ha smesso di nevicare, ma qualche fiocco ogni tanto continua a cadere.

Il gatto continua a miagolare.

Le ferma un soldato, ha un volto poco raccomandabile, eppure sembra garbato e gentile, indica loro dove posizionarsi per seguire la fila, un fiume di esseri umani lungo qualche chilometro.

Il vento ghiacciato si infila tra i corpi incolonnati.

Per fortuna hanno qualcosa da mangiare, il termos con il caffè caldo per trovare un po’ di ristoro, e latte e biscotti per i bambini.

Un passo alla volta, con lunghissime pause snervanti, ora Svetlana e sua figlia sono a un passo dal poter entrare negli uffici della dogana ucraina, squilla il telefono, sua nipote si è appena svegliata. Si era addormentata al telefono, mentre cercava di chiamarla la notte prima. Il suo amico italiano non si trova più sul confine, ma non sarebbe stato un problema, non sarebbe rimasta per strada. Una gara di solidarietà ha preso vita nel frattempo in tutta Europa, migliaia di volontari sono giunti lungo tutto il confine ucraino, per portare aiuto e sollievo a chi era stato costretto a fuggire dalla guerra. In particolare a Przemyśl, cittadina polacca a una decina di chilometri da Medika, si erano concentrate carovane provenienti da tante zone diverse: Polonia, Italia, Repubblica Ceca, Spagna, Austria… aiuti di ogni tipo. Sicuramente Svetlana non avrebbe rischiato di dormire per strada. Uscita dalla dogana ucraina, entra in quella polacca, è preoccupata, sa che non dovrebbero esserci problemi, ma è comunque un po’ agitata.

Le forze dell’ordine polacche accolgono le donne e i bambini con merendine, frutta, bottigliette d’acqua, the e caffè caldo.

Alcuni poliziotti hanno anche dei quaderni da colorare da regalare ai più piccoli.

Poi finalmente la Polonia.

Lungo i fianchi che costeggiano il camminamento che porta verso Medika sono montate tende e gazebo, stufe per potersi riscaldare, vestiti pesanti dentro a scatoloni di cartone, sacchi a pelo, pannolini, cibo di qualunque tipo. Ci sono macchine fotografiche, videocamere, microfoni, emittenti televisive di tutto il mondo. E poi luci di ogni tipo, lampeggianti della polizie, delle ambulanze e dei vigili del fuoco, ci sono le luci al led delle bancarelle e luci al neon dei lampioni che illuminano la dogana di Medika.

Regnano la confusione e l’agitazione, ma Svetlana è emozionata e commossa a vedere tutta quella gente venuta per aiutare il popolo ucraino.

Le forze dell’ordine polacche fanno la spola, trasportando i bagagli più pesanti, distribuendo coperte, spingendo le signore anziane sulle proprie sedie a rotelle, prendendo in braccio bambini addormentati tra le coperte. È seduta su un autobus ora, al caldo. Le hanno anche regalato una scheda telefonica polacca, così potrà rimanere in contatto con i propri familiari e rimanere aggiornata sulle notizie in ogni momento.

Intanto la testa scoppia dai troppi pensieri: ha fatto bene ad abbandonare Kiev? La propria casa? Il proprio marito? Farebbe meglio a trovare una sistemazione in Polonia, pronta a tornare a casa qualora le cose fossero migliorate? Oppure dovrebbe raggiungere la nipote in Italia? Per fortuna tutte le opzioni sono alla sua portata, per gli ucraini tutti i mezzi pubblici sono gratuiti, in tutta Europa, senza contare le migliaia di bus, van e minivan che tantissimi persone hanno messo a disposizione per mettere in sicurezza i milioni di sfollati che come emorragia stanno fuoriuscendo dal territorio ucraino. Potrebbe volare gratuitamente in tutta Europa con l’ungherese Wizz Air e nelle stazioni dei treni di Polonia e Germania potrebbe vedere sventolare le bandiere ucraine in segno di benvenuto.

Il viaggio in autobus dura qualche minuto, il tempo di arrivare in un piazzale a Przemyśl, di fronte a un centro commerciale adibito a centro di raccolta e smistamento per i rifugiati.

Il caos regna sovrano, ma nonostante questo sente di aver fatto la cosa giusta, per lei, e per sua figlia: stand con patatine fritte, zuppe, gulash e bevande calde stazionano attorno all’edificio, bambini e bambine all’interno possono giocare in alcuni spazi organizzati per loro, i bagni vengono puliti dai volontari, e in quella confusione è possibile incontrare persone di ogni provenienza, e trovare passaggi per ogni luogo dell’Europa.

Mentre alcuni volontari medici fanno un breve controllo alla figlia, Svetlana finalmente riesce a mettersi in coda per il bagno, attorno a lei tantissime altre donne ucraine e tantissimi altri bambini e bambine. Proprio oggi hanno inaugurato una sezione dedicata alle docce, dotate di acqua calda. Si dà una bella rinfrescata e poi finalmente si sdraia, insieme alla famiglia, per un meritato riposo.

Certo, non basta tutto ciò per dimenticare la casa di famiglia bombardata o il marito ancora bloccato in zona di guerra. Il futuro rimane terribilmente incerto, la morte e la distruzione ormai saranno compagne di vita per molto tempo. Eppure, la partecipazione popolare, l’accoglienza, la disponibilità delle istituzioni, gli aiuti economici e tante altre modalità di supporto, sono un grandissimo e preziosissimo aiuto per cercare di non perdere il proprio equilibrio umano, sociale e psicologico.

Il campo profughi di Bruzgi è un capannone abbandonato nei pressi di un bosco paludoso. Le persone sono buttate dentro a delle tende di fortuna, portate dalla Croce Rossa, che insieme alla Caritas è l’unica organizzazione che ha la possibilità di entrare nel campo, una o due volte alla settimana. I più fortunati sono riusciti a trovare dei pallet su cui dormire, ma la maggior parte delle tremila persone tra uomini donne e bambini stipati in quello spazio dormono per terra.

Nel primo pomeriggio viene distribuito l’unico pasto della giornata, quando sono fortunati della pasta, ma il più delle volte si tratta di un pacco di biscotti secchi.

Dopo qualche settimana compaiono delle specie di bancarelle, che vendono beni di prima necessità, ma a dei prezzi insostenibili, a volte i prodotti costano cinque volte di più che nel resto della Bielorussia.

Non c’è corrente elettrica, e per caricare i propri cellulari Arez e gli altri sono costretti a pagare la polizia. Dopo un paio di mesi vengono montate due tende adibite a docce: una per le donne e una per gli uomini. Ogni persona ha diritto di utilizzare la doccia un volta alla settimana, per quindici minuti. Arez è in coda da questa mattina alle sette, è in ciabatte, la temperatura si aggira intorno allo zero. Intorno alle undici riesce finalmente ad entrare in tenda, ma quando apre l’acqua inizialmente è ghiacciata, poi diventa bollente, poi di nuovo ghiacciata. C’è chi dice che la polizia si diverte ad alzare e abbassare la temperatura dell’acqua, per gioco.

Sembra un incubo, eppure il peggio deve ancora arrivare.

I giorni passano lentamente, in attesa di notizie di qualunque tipo che possano dare nuova speranza, con l’angoscia continua che la carica del telefono finisca, e dunque ritrovarsi a dover pagare per poterlo ricaricare di nuovo.

E finalmente, un giorno improvvisamente, una notizia squarcia la realtà: la Russia invade l’Ucraina. È una notizia sconvolgente sotto moltissimi profili. Milioni di persone in pochissimi giorni attraversano il confine tra Ucraina e Polonia, qualche centinaio di chilometri più a sud rispetto a Bruzgi.

Arez per qualche giorno non parla. È stanco, disilluso, sporco, affamato e infreddolito. Sono settimane che vive forti privazioni umane, psicologiche e fisiche, sono settimane che vede persone come lui trattate come bestie da macello.

È venuto il momento di fare l’ultimo tentativo, è venuto il momento di perdersi per l’ultima volta in quella selva oscura e innevata. Rimanere in quel luogo avrebbe significato morire lì, tanto vale morire nel bosco, cerando di perseguire il proprio obiettivo: raggiungere la Germania.

Purtroppo il suo amico non può partire, dopo i morsi ricevuti dal cane poliziotto non riesce ancora a camminare, e non ha delle scarpe di ricambio.

Viene nuovamente intercettato dalla polizia bielorussa, che lo carica su un van e lo accompagna in un punto del confine che si trova a circa un’ora di macchina di Bruzgi. Lì trova altre persone, in tutto sono sedici, con sei bambini piccoli, uno dei quali nato qualche settimana prima in Bielorussia.

I poliziotti si occupano di tagliare il filo spinato, ma anche di aggiustarlo dopo il passaggio dei rifugiati, di modo tale da non far scattare i controlli in quella zona da parte delle guardie di frontiera polacche.

Sono in Polonia, percorrono qualche centinaio di metri, ma si accorgono di essere in trappola, attorno a loro c’è solo acqua paludosa, è impossibile proseguire.

Arez, che è tra i pochi del gruppo a parlare anche inglese, chiama un numero di telefono che gli è stato detto di contattare in caso di emergenza in Polonia, risponde una ragazza italiana che parla in inglese.

Dice di stare fermi dove sono e di mandarle la loro localizzazione, che in qualche modo lei o qualcun altro li avrebbero raggiunti. Si trovano all’interno della cosiddetta red zone, una fascia di interdizione profonda tre chilometri dal confine polacco dove ONG e giornalisti non possono entrare. In effetti passano le ore, ma nessuno arriva. Arez allora decide di muoversi, dirigersi ancora di più verso l’interno, per facilitare i soccorsi. Ma dopo qualche minuto il telefono non prende più, si è perso, è stanco ed infreddolito, vede delle luci bianche e blu in lontananza, probabilmente la polizia ha trovato il gruppo, allora pensa di nascondersi, si accuccia dietro a un albero e attende. Nel frattempo riesce a scrivere un messaggio e nonostante la connessione altalenante, riesce anche ad inviarlo, insieme alla propria localizzazione: «Hi, I’m Arez».

Arez alla fine è sopravvissuto a quell’ennesima notte infernale, ed è stato un puro caso.

Ora si trova in una stanza dell’ospedale di Bialistok, e pensa che è la prima volta dopo quasi cinque mesi che sta dormendo su di un letto vero, con delle lenzuola e delle coperte asciutte e pulite. Gli viene da piangere. Pensa di essere in paradiso, C’è una zuppa calda per lui, la assapora come se fosse nettare divino. Eppure, continua a piangere. Perché sa che non è ancora finita. E che quel bel sogno presto sarebbe finito.

Una volta rimesso infatti viene condotto in caserma, dove viene interrogato per diverse ore dalla polizia di frontiera, vogliono che ammetta di essere uno smuggler, pensano che fosse con quel gruppo di persone che avevano trovato nel bosco quella notte, e sospettano che si sia dato alla fuga quando ha visto arrivare la macchina della polizia.

In tasca gli è stato trovato un cutter, indizio incontestabile che aveva tagliato il filo spinato sul confine.

E la cosa ha dato molto fastidio ai poliziotti.

Arez viene nuovamente accompagnato sul confine bielorusso, prima gli viene danneggiato il telefono, in modo da rendere inservibile l’attacco per il caricabatterie.

Hanno un tronchese con loro e come se non bastasse, con un gesto violento e disumano gli hanno tagliato parte di un dito.

Tu tagli il filo spinato a noi, noi tagliamo le dita a te.

Un urlo disumano riecheggia tra gli alberi spettrali della foresta.

La mano tremante, la rabbia e la solitudine.

Ora Arez si trova nelle vicinanze di Bielefeld, un piccola cittadina tedesca. Qualche giorno dopo la violenza subita ha testardamente riprovato a superare il confine, e quella volta fu finalmente la volta buona. Gli piace dove sta ora, perché si trova molto lontano dalla Polonia, e questo lo tranquillizza. Abita in un centro di accoglienza, in attesa di sapere cosa ne sarà di lui e della sua deposizione, risposta che probabilmente non arriverà prima di un anno.

Abita con altri ragazzi, etiopi, somali, afghani, iracheni come lui.

Da quando è arrivato ogni giorno si fa almeno tre docce calde, si sente sempre sporco, sente il fango e il freddo ancora addosso, o nelle vene.


Un ringraziamento particolare a Bozen Solidale che ha sostenuto questa missione e questo reportage, e a chi ha rilasciato testimonianze e condiviso materiale multimediale: Arez, Mariusz, Silvia Cavazzini, Serena La Marca, Rose e Gloria Chillotti.

Raffaello Rossini

Antropologo e registra dei documentari "La Merce Siamo Noi", "Across" e "You//Spring" prodotti in collaborazione con Borders of Borders e Pettirouge Prod.