Ucraina, solidarietà e autorganizzazione dal basso contro ogni guerra

Report della delegazione italiana che ha partecipato alla Carovana di Solidarietà Internazionale organizzata dall’INSS

di Marco Sirotti, Monica Tiengo, Federica Toninello

La carovana organizzata dall’International Network of Solidarity and Struggle era composta da delegati provenienti da Brasile, Austria, Polonia, Lituania, Francia ed Italia, Paesi dove il dibattito ed il posizionamento rispetto all’invasione da parte russa dell’Ucraina è ampio e sfumato, sia sul piano istituzionale che dei movimenti. L’incontro ed il dialogo con la rete di Соціальний Pух (Social Movement), organizzazione ucraina che raccoglie delegati sindacali di diversi settori produttivi così come molti giovani attivi sui temi femministi ed ambientali, ma in cerca di un’opzione organizzativa più strutturata, ci ha fornito strumenti di lettura e comprensione della guerra in corso altrimenti impossibili da sviluppare.


Leopoli in questi giorni è la città attorno a cui tutto ruota, la porta di un intero Paese verso l’Occidente, via di fuga o di ritorno di chi aveva abbandonato la propria quotidianità. Alla stazione strazianti abbracci tra uomini in mimetica ed i loro affetti più cari sono scanditi dal lugubre suono dell’allarme antiaereo, nei check point con trincee di cemento armato scavati nelle rotonde delle arterie d’accesso alla città i controlli sono fatti mitra in spalla ad ogni mezzo in transito.

Leopoli che ha sostituito Kiev, capitale bombardata, raccoglie oggi gli sfollati interni che non vogliono lasciare l’Ucraina e si pongono il problema di come resistere sotto le bombe, guardando attraverso ed oltre questa guerra alla ricostruzione possibile di un Paese intero. La tensione è palpabile, il sospetto aleggia e nessuno nelle strade pattugliate da giovani ragazze in divisa nera osa estrarre uno smartphone. La vita scorre apparentemente normale, il coprifuoco dalle 23 alle 6 pare lasciare intatto il tempo giornaliero, il fiato è però sempre sospeso, l’aria manca.

La guerra qui arriva negli occhi e nelle ferite di chi proviene dal fronte, la guerra non sono solo le bombe (che pure sono arrivate sulla centrale elettrica prossima alla città proprio mentre scriviamo queste pagine). La guerra c’è e colpisce chiunque magari sotto forma di “senso di colpa” per la condizione di relativa pace di cui la metà nordoccidentale dell’Ucraina ancora gode. Gli occhi del mondo puntati su Azovstal, su Mariupol distrutta, sulla pugna feroce per la difesa e riconquista delle province occupate dai russi forse non colgono la condizione generale di una società intera, una società che dopo la dissoluzione dell’URSS stava ancora cercando una propria stabilità, ora travolta in toto da indecifrabili mire imperiali dello “zar Putin”.

La gratitudine commossa e composta della delegazione di “Соціальний Pух” (Social Movement) nello scorgere pacco dopo pacco il contenuto del carico di aiuti resta celata dietro la preoccupazione costante per le notizie che arrivano dal fronte, dalle città occupate, Bucha o Kharkiv o Cherson. Non c’è solo l’esercito regolare ucraino, certamente non c’è solo il tetro battaglione Azov a fronteggiare l’avanzata dei carri armati russi tra le case. E non c’è solamente la retorica – o diplomazia? – di Zelensky. Ci sono, ed è bene tenerne conto fino in fondo, reti sociali, pezzi di sindacati, lavoratori e lavoratrici, insomma: persone comuni che a loro spese stanno provvedendo a lottare contro un’invasione militare, lo stanno facendo senza alcun intervento statale. Né addestramento, né armi o rifornimenti, vettovaglie o cibo: combattere è una scelta, la loro scelta.

Certamente per noi, provenienti da Paesi dove la guerra è un ricordo che appartiene ormai alle generazioni più anziane, è difficile spiegare l’effetto che fa dialogare, seppur in videoconferenza, con quattro uomini in mimetica e il kalashnikov sul tavolo, durante la discussione organizzata presso Hnat Khotkevych, il palazzo della Cultura di Leopoli autocostruito negli anni 30 dalla società operaia cittadina.

«Dimensioni della guerra», così era intitolato il meeting del Primo Maggio cui la nostra delegazione ha partecipato. La condizione di guerra sussume tutto, inevitabilmente. Ogni aspetto della vita attuale, ogni immaginazione di possibili vite future.

Anche in questo sta la scelta della guerra entro cui ci siamo trovati immersi. La società ucraina viveva una fase di profonda ristrutturazione, i retaggi sovietici in termini di garanzie sociali stavano a poco a poco venendo spazzati via da un programma di riforme neoliberali.

La libertà sindacale, le tutele almeno formali sul lavoro, il diritto alla casa restano ancora gestiti in un quadro di sostegno sociale universalista, lo smantellamento ha preso avvio da quasi 10 anni dalla privatizzazione del sistema sanitario, ormai trasformato in fiorente mercato dove attori privati agiscono in cerca di opportunità di business. Tutto questo in un Paese dove costituire un partito è materialmente impossibile, per la proibitiva tassa d’iscrizione al registro nazionale e per il numero di firme da raccogliere, e così gli strumenti politici, anche loro, sono sul mercato: oligarchi e magnati letteralmente acquistano partiti già registrati così da avere un potere diretto in Parlamento, oltre ogni attività di lobbying.

Una buona fetta di giovani si è attivata dopo il 24 febbraio. In molte e molti hanno risposto alla chiamata per l’arruolamento volontario e ora sono sotto le armi. Altre ed altri si chiedono come resistendo dentro a questa guerra – e resistere significa: sopravvivere, avere un posto dove dormire, del cibo, i soldi per procurarselo – possono creare qualcosa “in basso a sinistra”, dare un’alternativa al doppio capestro determinato internamente dalle tensioni conservatrici/reazionarie con tendenze anche estremiste, ed esternamente dalle condizioni di debito estero che ora si conta in triliardi di dollari.

Un terzo del paese è un cumulo di macerie, le infrastrutture non esistono più, le fabbriche non esistono più. I soldi per la ricostruzione certo non mancheranno, ma a quali condizioni? Il “Piano Marshall per l’Ucraina” invocato da Zelensky pochi giorni fa cosa costerà in termini di riforme?

L’FMI e le altre istituzioni finanziarie globali non sono semplici prestasoldi, pretendono in cambio la ristrutturazione interna delle regole economiche in senso neoliberale. Le guerre, tutte le guerre, sono potentissimi acceleratori e tra le accelerazioni brutali che ci saranno quella sul mercato del lavoro sarà certamente la più onerosa.

L’Europa, sì proprio la nostra vecchia Europa ha un esempio su cui forse non abbiamo mai riflettuto a sufficienza. La guerra del 1992-95 in Bosnia-Erzegovina, con cui peraltro si possono trovare parecchie analogie rispetto all’Ucraina di oggi, ha posto il paese in ginocchio. Sarajevo continuò, come oggi Kiev e le altre città bombardate, a lavorare senza fermarsi, la gente correva da casa al tram rasentando i muri per sfuggire ai cecchini, gli RPG serbi miravano ai mercati rionali. Medina Gunic, delegata austriaca ma migrante bosniaca prima di tutto, spiega nel dettaglio come la cessione degli “asset strategici” a investitori privati provochi in brevissimo tempo la fine completa di qualunque garanzia sul lavoro, parallelamente alla devastazione dell’ambiente. I grandi investitori globali spostano capitali laddove riscontrano la massima libertà di impresa possibile, le istituzioni finanziarie sostengono i governi quindi solo in cambio di deregolamentazioni selvagge.

Certamente cambiare le clausole di un contratto di lavoro non è possibile, ma licenziare una persona sì: e allora poco conta se a lavorare ci si andava sotto il tiro dei cecchini, la produttività per anni è stata troppo bassa, la forza lavoro va rinnovata, le misure di sicurezza ridotte all’osso, poiché costano e rallentano la produzione. Licenziamenti e nuovi contratti secondo il diritto riformato: a termine, senza tutele, senza diritti sindacali. La ricostruzione post-bellica insomma ha distrutto ogni garanzia sociale, e ulteriormente l’ambiente già devastato dalle bombe: nuovi insediamenti industriali, lavorazioni chimiche, emissioni ed acque reflue rilasciate senza depurazione. Morirono di lavoro in Bosnia, non essendo morti per la guerra.

Bisognerà ricostruire città intere ed un tessuto produttivo, ma «non possiamo lasciarlo fare al primo che arriva coi soldi: io dalla Bosnia me ne sono andata ben dopo la fine dei combattimenti, la guerra aveva cambiato forma, la politica la stava portando avanti con altri mezzi. Attenzione!», Medina chiude così il suo intervento al convegno del Primo Maggio.

La lente della guerra focalizza su un tempo troppo breve, l’istante è la misura della giornata.

Non per questo – o forse proprio perché serve concentrare ogni energia sulle necessità immediate, il “prendersi cura” è il centro della riflessione e dell’organizzazione delle attività dei collettivi femministi. Kvitoslava Kosarchyn spiega cosa fa l’organizzazione Феміністична майстерня (workshops femministi) da quando è scoppiata la guerra: «ci sono donne di 70 anni che devono badare alle proprie madri di 90, le più giovani anche ai bambini e si scarica su di loro tutto il peso della riproduzione quotidiana: fare la spesa, rassettare la casa», mantenere la dignità ed i rapporti umani, sole mentre magari figlie, mariti, padri sono in guerra. Essere femministe in un territorio sotto attacco vuol dire aiutarsi materialmente e psicologicamente tra donne. Vuol dire mettere in campo forme di cura collettiva basate su reti preesistenti in grado di allargarsi, diramarsi e adattarsi ad esigenze costantemente differenti. Obiettivo è quello che chiamano aiuto sistemico: la connessione tra persone dello stesso quartiere, se non dello stesso palazzo, che possano essere di supporto vicendevolmente. Impossibile rispondere direttamente ai bisogni di ogni singola persona, meglio creare gruppi e reti attive in ogni quartiere. Ascoltiamo la pratica della cura nella sua essenza più forte, sentiamo come l’attenzione viene posta su tutte quelle necessità che una società in guerra tenderebbe a mettere da una parte, nella costruzione di priorità imposte.

L’attenzione è sullo sforzo fisico di chi si ritrova a doversi occupare di tutta la famiglia, sulla salute psicologica dei rifugiati interni e dei giovani costretti nuovamente a trasformare la loro socialità, sul benessere dei volontari stessi. Феміністична майстерня è passata dall’organizzazione di laboratori su tematiche come educazione alla sessualità e teorie gender, alla realizzazione concreta di un apparato di cura in grado di rispondere alle conseguenze di una guerra che a Leopoli, per il momento, si manifesta maggiormente nell’esacerbazione delle necessità personali, e non nelle bombe.

Non solo necessità, ma anche condizioni. La condizione della donna, ad esempio. Le violenze domestiche sono in aumento, il corpo della donna diventa oggetto di conquista, l’aborto un diritto sempre più difficile da garantire alle donne che si trovano nei territori occupati e a quelle che si rifugiano in Polonia. In Ucraina, infatti, l’aborto è sempre esistito: «le nostre mamme lo utilizzavano come metodo contraccettivo, si poteva abortire anche dieci volte». La possibilità di non poter abortire non è nemmeno concepita, le donne ucraine scoprono che qualcun altro pretende di decidere sul loro corpo solo nel momento in cui si rivolgono agli ospedali. Le donne polacche venivano ad abortire a Leopoli, ci dicono.

In generale, è difficile parlare di femminismo in Ucraina sin da prima della guerra. Esistono delle esperienze, ma non ci sono grandi movimenti che portano avanti le istanze del femminismo. Феміністична майстерня ci racconta anche della loro difficoltà, prima della guerra, nel trovare una sede, perché la parola femminismo viene vista con sospetto, come una questione occidentale che in questo paese non serve. Chiaramente, le persone con cui parliamo non sono dello stesso avviso.

La riflessione politica sul lavoro di cura, sul lavoro riproduttivo viene approfondita dalla materialità dell’esperienza quotidiana, nel timore dell’attesa della nuova normalità postbellica dove alle lacerazioni della carne e della mente delle persone potrebbero aggiungersi più pervasive lacerazioni sociali. L’Ucraina è ora uno stato in guerra che non ha ospedali pubblici a sufficienza per curare i feriti, non sappiamo se e quanto dureranno i combattimenti, ma è già visibile la necessità di un sistema sanitario capace di sostenere per un lungo tempo gli invalidi fisici e mentali. Cure mediche, lavoro di cura: ciò che manca è proprio il tassello fondamentale del welfare da cui la liberalizzazione selvaggia è partita un decennio fa.

Se un’alternativa di sistema c’è, non può che essere femminista ed ecologista, non può che ripartire dalla centralità della dignità delle persone, ora spazzata via dal conflitto militare il quale però rende evidente una tragica situazione di fondo dettata dalla povertà. In Ucraina è normale vendere organi.

Eccola dunque la contraddizione del capitalismo, squadernata tutta d’un colpo nella crudità più immonda della guerra: l’ansia feroce del profitto finisce per mettere in moto i cannoni, generando danni che nessuno può riparare: morte e distruzione esito inevitabile della folle corsa che accomuna Putin e gli oligarchi ucraini, l’entourage di Zelensky che gestisce l’economia di un Paese importatore di prodotti finiti, totalmente dipendente dalla capacità di acquisto su mercati esteri benché ricco di materie prime.

Il settore minerario è – era? – fiorente, Yuri, sguardo intenso e folta barba bianca oggi pensionato, ma lavoratore nelle miniere di minerali ferrosi: «questa è una guerra tra imperialismi eguali e contrari», spiega perentorio, sullo stesso piano sono russi, americani, i magnati che cercano di porsi come mediatori negli incontri diplomatici tra le parti belligeranti. Gli oligarchi ucraini tacciono intanto, aspettando solo che la situazione si stabilizzi e si capisca come riprendere il business. Nessuna voce a favore o contro l’operazione di Putin, nessuna voce contro la guerra in quanto tale: silenti, pensano invece alla risposta dei mercati, alla ricostruzione.

La forza delle persone che abbiamo incontrato sta nel loro essere unione di sindacati di categoria e di movimenti sociali. «Attraverso gli occhi dei lavoratori stiamo riuscendo ad avere una visione istantanea e non deviata di ciò che succede nel nostro paese, delle necessità delle persone», ci spiegano. Davanti ad una guerra imperialista, dove dai giornali riceviamo solo «pornografia del dolore e della guerra» e dove leggiamo di posizioni nette e guerrafondaie tra due parti solo apparentemente in contrapposizione, ma fondamentalmente identiche nella loro essenza capitalista, sfruttatrice e patriarcale, la risposta che abbiamo trovato a Leopoli è stata l’autorganizzazione dal basso.

L’autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici che fanno arrivare gli aiuti a seconda delle richieste, l’autorganizzazione dei giovani e delle giovani che costruiscono reti di solidarietà interna ed esterna al paese. L’obiettivo è resistere all’invasione russa, ma anche all’invasione del capitale, alla svendita dei territori, all’eliminazione dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La risposta vera che abbiamo trovato nasce da una collettività pre-esistente che lotta per il suo territorio, e che non ha intenzione di arrendersi. Sullo sfondo la guerra economica tra le potenze e dentro lo stesso orizzonte imperialista, in primo piano la solidarietà internazionale di sindacati e movimenti, l’autorganizzazione e la resistenza dal basso. La speranza dentro la guerra, la grinta per immaginare una possibilità oltre la guerra.

E noi? Che fare? Qui e ora, nelle nostre reti sociali, dare supporto e solidarietà in termini politici e materiali. Continuare a raccogliere ed inviare aiuti umanitari, dare voce e corpo alla campagna per la cancellazione del debito estero dell’Ucraina. Assieme a Соціальний Pух leggere l’evoluzione di questo conflitto e delle conseguenze nella società ucraina.

Confrontarci con continuità all’interno dell’International Network of Solidarity and Struggle e immaginare ulteriori carovane.

Ma soprattutto abbiamo bisogno di capire e riflettere, con elementi di prima mano, uscire dal tourbillon salottiero degli analisti da talk show che non fanno altro che riproporre una propaganda di guerra, di schieramento duale NATO – Putin.

Contro Putin e contro la NATO, dentro le reti solidali che non conoscono confine!

Note editoriali