Foto di LasciateCIEntrare
/

CPR di Caltanissetta, dopo la protesta sui tetti presidio per la sua chiusura

L'appuntamento giovedì 30 giugno alle 11: «I CPR vanno chiusi adesso»

Start

Sono diversi giorni che chi si trova recluso dentro il Centro Permanente per il Rimpatrio di Pian del Lago a Caltanissetta protesta.

Tutto è iniziato sabato 25 giugno quando diversi reclusi hanno contattato telefonicamente la campagna LasciateCIEntrare per denunciare quanto stava accadendo all’interno.

«Le persone detenute ci hanno chiamato per denunciare la mancanza di assistenza sanitaria e, considerata la gravità di alcune situazioni, chiedere il nostro supporto nel sollecitare un intervento immediato», dice Yasmine Accardo, referente della campagna. «Poco più tardi siamo stati ricontattati a seguito di un pestaggio da parte della polizia ai danni di un ragazzo tunisino. Questo ci ha raccontato che la polizia lo ha portato dietro le telecamere e lo ha picchiato. In particolare, lo ha colpito alla gamba, al ventre e alla testa. Nessun medico è accorso a visitarlo nonostante le ripetute richieste di aiuto e il ragazzo si lamentava con noi di essere gravemente ferito e bisognoso di cure».

Un operatore del 118 ha raccontato alle attiviste della campagna che i detenuti del CPR hanno effettuato ripetute chiamate di emergenza al pronto soccorso di Caltanissetta con la richiesta di inviare un’ambulanza e dei soccorsi a causa di emergenze sanitarie. Ha aggiunto, in tono confidenziale, che tutti gli interventi del pronto soccorso sono stati bloccati dalla polizia che ha impedito l’invio di mezzi di soccorso sostenendo che non fossero necessari, dal momento in cui nel centro è operativo un medico addetto a prestare assistenza sanitaria alle persone detenute.

«Ovviamente dall’interno del centro le persone ci dicono che nessun medico le ha visitate, anzi sono rimaste in condizioni di salute gravi per l’intera giornata. Nei CPR funziona così: se stai male ti tieni il dolore perché per l’ente gestore e la polizia come minimo stai mentendo», spiega Accardo. «Allora le persone sono salite sul tetto di uno dei padiglioni che compongono la struttura e alle 17.50 uno di loro è caduto sbattendo violentemente la testa. Finalmente, dopo numerose richieste di soccorso, l’ambulanza è entrata al CPR alle 18.30 circa. Abbiamo inviato un report dettagliato al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. E’ la nostra procedura, nessuno può dire di non sapere quello che succede».

La giornata si è conclusa con il gruppo di manifestanti tunisini che è rimasto sul tetto con la richiesta di un incontro con dei rappresentanti del Consolato tunisino, esortandoli a visitare il centro di detenzione per verificare con i loro occhi le violenze e le violazioni che stanno subendo.

I giorni successivi le cose non sono andate in modo molto diverso. Ci sono stati altri contatti e le persone recluse hanno raccontato altre violenze di polizia e maltrattamenti. Durante il trasferimento in ambulanza dal CPR, un giovane tunisino benché ferito, ha provato a fuggire, cadendo da un cavalcavia. Il giovane è in un ospedale a Catania in gravi condizioni. Questo fatto ha destato molto stupore, riaccendendo sulla stampa locale l’attenzione sulle reali condizioni dei Centri per il rimpatrio. Qui purtroppo in molti si sono dimenticati che due anni e mezzo fa, il 12 gennaio 2020, era morto Aymed, un cittadino tunisino di soli 34 anni e che questa morte aveva fatto scoppiare una rivolta interna.

La Relazione al Parlamento 2022 1 del Garante nazionale Mauro Palma ha fatto emergere molteplici profili di gravi criticità sulla gestione dei CPR: considerate le condizioni indegne in cui versano, il governo dovrebbe intervenire immediatamente e decretarne la chiusura. In stato di detenzione anche per parecchi mesi ci finiscono persone spesso vulnerabili2, alcune delle quali posseggono perfino i documenti, ma che per una mai risolta “superficialità” del sistema di detenzione, dove l’arbitrarietà è in mano prima alle questure poi a impreparati Giudici di Pace, si ritrovano con il trattenimento convalidato e a rischio di rimpatrio forzato, o peggio ancora in un letto di obitorio.

Per queste e altre ragioni a livello regionale alcune realtà sociali – Arci Sicilia, Borderline Sicilia, Rete Antirazzista Catanese – insieme alla campagna LasciateCIEntrare, hanno deciso di promuovere un presidio all’ingresso del CPR per domani, giovedì 30 giugno, alle ore 11.

«I CPR sono luoghi di ingiusta detenzione – scrivono le associazioni -. Moderni lager che il sistema continua a portare avanti da oltre 20 anni, che soltanto le denunce e le proteste di chi vi si trova imprigionato riescono un minimo a rendere visibile.

Quello che sta accadendo in questi luoghi in tutta Italia, ogni giorno, necessita della presenza di noi tutti (solidali, giornalisti e legali) per pretendere con forza la loro immediata chiusura. Quello che il sistema fa a chi arriva ai nostri confini è rinchiudere, umiliare, respingere e violentare. Lo mostrano con chiarezza le uccisioni a Melilla di decine di persone, che la polizia ha deciso di mettere sotto terra al più presto per nascondere i crimini della fortezza Europa.

I CPR fanno parte di questo sistema killer: autorizzati luoghi di tortura della civile Italia (ed Europa). Luoghi in cui in tanti sono morti vittime del regime di frontiera».

  1. https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/pages/it/homepage/pub_rel_par/
  2. B. è un cittadino gambiano trattenuto al cpr di Gradisca di Isonzo. Da quando si trova lì ha frequenti crisi epilettiche, da “Idoneo al trattenimento” https://www.lasciatecientrare.it/idoneo-al-trattenimento/

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org