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L’ultimatum di Mediterranea al Viminale ripristina il diritto internazionale

In corso le operazioni di approdo per le 436 persone salvate dalle navi Sea-Watch 3 e Mare Jonio

Foto da @RescueMed

Sono in corso le procedure di sbarco nel porto di Pozzallo in Sicilia delle 436 persone salvate dalle navi Sea Watch 3 e dalla Mare Jonio in diverse operazione di salvataggio nel Mediterraneo.

344 persone, tra cui 113 minori non accompagnati, si trovavano allo stremo a bordo della Sea Watch 3, bloccata in mare ormai da 5 giorni dal Viminale che latitava di fronte alle reiterate richieste di assegnazione di un porto sicuro di sbarco (PoS – Place of Safety). Una prassi non nuova che da tempo viene applicata sistematicamente dal ministero a tutte le navi delle Ong che chiedono di approdare nei porti siciliani e che genera inspiegabili attese – camuffate da “difficoltà logistiche” – e sofferenze, le cui conseguenze si riservano su persone in fuga dalla prigionia libica e della sue violenze.

Questo grafico si basa su 48.000 indagini condotte con rifugiati e migranti in Nord Africa (Libia, Tunisia e Sudan), Africa occidentale (Niger, Mali e Burkina Faso) e Africa orientale (Kenya, Somalia, Gibuti ed Etiopia) tra il 2018 e il 2021 (fonte: UNHCR : No end in sight)

Altre 92 persone, tra cui una trentina di minori non accompagnati, si trovavano a bordo della Mare Jonio soccorse in due distinte operazioni il 5 e il 6 giugno scorsi in acque internazionali nelle zone SAR di competenza libica.

Il braccio di ferro che ogni volta vede contrapposti il ministero dell’Interno, che si fa beffe del diritto internazionale, e le navi umanitarie, questa volta è stato vinto da Mediterranea Saving Humans, che con la sua determinazione ha contribuito a sbloccare la situazione. L’ultimatum era stato chiaro. «Il Viminale ha 10 ore per organizzarsi. Basta attese e sofferenze inutili per i naufraghi salvati in mare. Poi entriamo», aveva affermato decisa l’organizzazione.

La nave Mare Jonio si era messa in rotta verso le coste siciliane, chiedendo come prevede il diritto internazionale, l’assegnazione di un PoS al Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (IT MRCC), ma senza ricevere alcuna istruzione. «Siamo una nave di bandiera italiana, e solo MRCC di Roma può coordinarci e assisterci», aveva ribadito Mediterranea spiegando di essere conscia della situazione di affollamento dell’hotspot di Lampedusa, ma che quel affollamento «è dovuto non ai numeri o a particolari emergenze, ma solo alla disorganizzazione e malagestione dei trasferimenti delle persone dall’isola verso la Sicilia e l’Italia. Una lentezza eccessiva che fa pensare alla volontà di “spettacolarizzare” la cattiva propaganda sull’ “invasione”. Mentre in tre mesi si è visto come fosse giusto e materialmente possibile accogliere quasi 130.000 profughi dall’Ucraina, un numero doppio dei profughi che arrivano in un anno intero dal mare. Questo modo di fare deve finire. Riguarda la politica, non la logistica o la tecnica. Riguarda il Governo, non la nostra Guardia Costiera». 

E dopo circa 9 ore e 40 minuti dall’ultimatum di Mediterranea i funzionari della Lamorgese hanno assegnato il porto di sbarco: se c’è la volontà politica tutto è possibile, anche se le persone sono nere e provengono dall’altra sponda del Mediterraneo.

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org