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Sgombero violento della protesta dei rifugiati a Tunisi: la richiesta di evacuazione collettiva resta disattesa

Il resoconto e i video dello sgombero. Di Laura Morreale, Riccardo Biggi, Valentina Lomaglio e Luca Ramello

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Le azioni di UNHCR e dello stato tunisino vogliono dividere e disperdere il movimento dei rifugiati che da mesi chiede l’evacuazione in un paese sicuro.

Tunisi – Nella mattinata di sabato 18 giugno, la polizia ha sgomberato ciò che restava del sit-in dei rifugiati in Rue du Lac a Tunisi, davanti alla sede di UNHCR. I manifestanti, molti dei quali provenienti da Zarzis in seguito alla decisione di svuotare le residenze loro assegnate per mancanza di fondi, erano accampati da mesi. La loro richiesta a UNHCR è quella di essere evacuati in un paese sicuro, a causa dell’assenza di un sistema di accoglienza e delle discriminazioni sistemiche che i rifugiati subiscono nel paese nordafricano. Come abbiamo riportato precedentemente, alcuni di loro sono stati trasferiti in residenze a Er-Roued, a circa 20 km dalla capitale, ma altri –  circa 100 – restavano ancora per strada, in attesa di soluzioni.

Lo sgombero ha coinvolto tutte le persone presenti, molte delle quali sono famiglie con bambini piccoli. Le tende, i materassi e gli altri pochi averi delle persone sono stati portati via. Di fronte alle resistenze opposte dai manifestanti si sarebbero verificati numerosi abusi da parte della polizia tunisina. 

I., uno dei leader della protesta, si era rifiutato di lasciare il luogo e stava filmando la scena: i poliziotti hanno reagito picchiandolo e portandolo in caserma. Con lui si trovavano la moglie e le sue figlie, minorenni, che sono rimaste sconvolte dall’arresto e non hanno notizie di lui. Nel caso non venisse subito rilasciato, un’azione di mediazione per il suo rilascio sarà intrapresa dal Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali nelle prossime ore.

Dopo il violento sgombero, rimangono alcuni agenti armati e molti poliziotti in borghese a Rue du Lac e dintorni. Alcune rifugiate sono rimaste davanti agli uffici di UNHCR e stanno ancora manifestando con canti pacifici e altri atti di resistenza civile. La polizia continua a sequestrare i loro oggetti e a intimare loro di andarsene. I video inviati dai manifestanti mostrano i momenti successivi allo sgombero e all’arresto di I., con persone ancora raccolte a rivendicare il loro diritto a manifestare e ad ottenere l’evacuazione dalla Tunisia. Le persone cercano di non farsi scoprire dalla polizia nell’atto di riprendere le proteste, per evitare reazioni violente come già successo al loro compagno.

Secondo alcune indiscrezioni, oggi si sarebbe completato il trasferimento del gruppo di Zarzis – con le ultime 36 delle 214 persone che hanno cominciato le proteste – in nuove residenze nei pressi di Tunisi. Per le altre persone, che si erano unite in un secondo momento alla protesta nella capitale, non è stata prevista nessuna soluzione: lo sgombero di oggi sembra voler eliminare il problema agli occhi dell’opinione pubblica, semplicemente facendo sparire le persone rimaste davanti agli uffici dell’agenzia ONU. La zona del sit-in è considerata sensibile anche per la presenza di altre ambasciate.

Così, con lo sgombero si cerca di disaggregare definitivamente il movimento che da mesi chiede un’evacuazione collettiva e il riconoscimento della Tunisia come Paese non sicuro per i rifugiati. Alle persone che sono state trasferite in residenza è stata promessa una riapertura delle istanze di asilo, ma su base individuale. Dato che in Tunisia non esiste un sistema nazionale di riconoscimento dell’asilo, questa promessa si traduce di fatto in una vana speranza di essere inseriti in programmi di ricollocamento, che però sono gestiti dai paesi di arrivo. I posti dedicati al reinsediamento dalla Tunisia, però, sono pochi, visto che il Paese è internazionalmente riconosciuto come sicuro. Le manifestazioni non sembrano aiutare, al momento, ad aprire nuovi posti per il ricollocamento.

Chi resta in Rue du Lac Biwa rischia di essere reso invisibile e silenziato: lo sgombero è avvenuto in seguito all’assegnazione delle residenze a una parte dei manifestanti. La divisione del gruppo che questo spostamento ha originato, ha certamente facilitato le operazioni di polizia di questa mattina. A detta dei manifestanti e altri osservatori in loco, la polizia è rimasta al sit-in per dissuadere chiunque si allontani dal farvi ritorno. Sarebbero state eseguito altre detenzioni arbitrarie come strumento di dissuasione per la partecipazione alle proteste.

Ma tutti i manifestanti, anche coloro che sono adesso nei foyer di UNHCR, sono determinati a non fare cadere la loro richiesta di evacuazione collettiva. La situazione è in continua evoluzione, ed è importante renderla nota per amplificare il più possibile le voci di chi, da troppo tempo, subisce sulla propria pelle le scelte arbitrarie di una politica delle frontiere che si rifiuta di riconoscere la libertà di movimento come diritto fondamentale. I Paesi terzi, UE in primis, hanno la responsabilità di offrire più posti per il resettlement dei rifugiati e dei richiedenti asilo.

Dopo lo sgombero violento di questa mattina, quante altre prove sono necessarie per riconoscere che per loro la Tunisia non è un Paese sicuro?