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Soda Niasse: «Coloro che hanno solamente un odio viscerale che li consuma da dentro si autodistruggeranno»

Sarah Babiker, El Salto - aprile 2022

Foto da Caravana Abriendo Fronteras

Da Las Palmas di Gran Canaria, prende parte alle reti locali di appoggio alle persone migranti. La senegalese Soda Niasse parla con chiarezza e senza giri di parole del colonialismo e dell’ipocrisia che caratterizzano le politiche migratorie.

Quando Soda Niasse è arrivata a Gran Canaria dal Senegal, migliaia di suoi conterranei provavano a raggiungere l’arcipelago per via marittima. Era il 2019, anno in cui è aumentato drasticamente il numero di persone che optavano per la “rotta atlantica delle Canarie” per entrare in Europa: quei mille chilometri in mezzo all’oceano erano diventati il modo più accessibile di raggiungere il territorio europeo di fronte alla ferrea chiusura delle frontiere da parte di un diligente Marocco 1o al terrore della rotta del Mediterraneo centrale, che passava per una Libia ormai diventata un inferno in terra per le persone migranti. È stato anche l’anno in cui il ministero dell’Interno, con Fernando Grande-Marlaska al vertice, decise che al posto delle Canarie poteva essere Lesbo, impedendo alle persone migranti di proseguire verso nord, in una strategia consolidata dalla crisi sanitaria e una politica migratoria europea ostinata alla chiusura della frontiera meridionale.

Mentre Niasse lottava per ottenere i documenti che le permettessero di risiedere legalmente con i suoi figli, spagnoli, nel paese di suo marito, decise di prendere parte a Somos Red, un collettivo nato come reazione all’orrore per il trattamento che stavano ricevendo e da una solidarietà attiva di fronte al piano di trasformare le isole in prigioni a cielo aperto.

Da lì, questi attivisti sono diventati una voce (urgente) per denunciare il colonialismo che persiste nelle politiche migratorie e per rivendicare le reti di solidarietà che aiutano, accompagnano e denunciano.

D. Nei paesi dell’Africa occidentale, e in particolare in Senegal, vediamo sempre più donne prendere il cammino della migrazione.

R. Credo che, da una parte, sia legato all’aumento dei divorzi. Nelle famiglie, le donne si fanno carico dei figli, e quindi, quando una donna divorzia diventa padre e madre di famiglia. Per questo deve prendere decisioni per assicurare un futuro ai suoi figli. Tuttavia, la situazione in Senegal è sempre più difficile: la maggior parte delle donne dipende dal settore della pesca, infatti sono loro quelle che comprano il pesce per poi venderlo al mercato e sono sempre loro ad essiccarlo per poi venderlo nei periodi di magra.

Tutta questa gente, questo settore alimentare, questa forma di offerta di servizi, si sono fermati a causa degli accordi sulla pesca di Spagna e Francia con l’Unione Europea. Però anche con le fabbriche di farina di pesce straniere destinata all’esportazione. Così, queste donne non hanno entrate economiche sufficienti per mantenere i loro figli e senza l’aiuto degli uomini si vedono obbligate anche a lasciare il paese per migliorare la loro vita e quella dei loro figli. Credo che questo sia uno dei problemi che ha contribuito al progressivo aumento della migrazione femminile.

A cosa vanno incontro queste donne nel percorso dopo aver preso questa decisione?

Le donne sono maggiormente esposte al traffico di esseri umani perche rappresentano una fonte di guadagno. Donne e bambine sono le prime vittime della tratta, vengono trattate come merce.

Però non tutte le rotte sono uguali.

Io ho un percorso migratorio diverso, perché sono arrivata qui per “via legale”. In realtà, per me, tutte le rotte sono legali, che siano via mare con un’imbarcazione o con un aereo. Tutte le vie sono legali perché è l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani a dire che tutti gli esseri umani hanno diritto a spostarsi. Quindi, è un diritto voler viaggiare, voler scoprire e voler cercare una vita migliore. Così lo dico tra virgolette, ho avuto una migrazione “legale”, perché ho richiesto il visto, l’ho ottenuto e sono venuta qui.

A una madre spagnola non viene chiesto di dimostrare di avere entrate economiche sufficienti per poter stare con i propri figli, e allora perché chiederlo a una madre migrante?

Quando sono arrivata qui, mi hanno discriminata. In quanto donna, migrante e persona nera. Sono sposata con uno spagnolo – delle Canarie – e ho due figli spagnoli. Pur essendo madre di due bambini spagnoli ho avuto molti problemi per ottenere un permesso di soggiorno valido per cinque anni per poter lavorare, mantenermi, aiutare la mia famiglia sia in Spagna che in Senegal, che era il motivo della migrazione. Avevo un visto di sei mesi e non sono riuscita a ottenere i documenti perché non avevo entrate economiche sufficienti. Io la interpreto così: non ho entrate economiche sufficienti per poter vivere in Spagna con i miei figli spagnoli. Se per me questo rappresenta un problema, immaginatevi per chi non ha alcun vincolo e appoggio familiare.

Ho lottato per due anni e dopo la scadenza del visto sono diventata una persona “illegale”. Da un momento all’altro potevo essere arrestata ed espulsa dal paese, pur avendo figli spagnoli. Se a una madre spagnola non viene richiesto di dimostrate di avere entrate economiche sufficienti per risiedere nel paese per stare con i suoi figli, perché allora richiederlo a una madre migrante?

Ascoltiamo in continuazione dai vari partititi politici che vanno dall’estrema destra al partito al governo, che loro non hanno nulla contro le persone migranti “legali”, ma che il problema è l’illegalità.

Credo che il mio caso dimostri che tra quello che dicono e quello che fanno c’è di mezzo il mare. Inoltre, sono loro stessi ad infrangere le leggi che hanno scritto. Non riesco a comprendere come la Spagna, che necessità di mano d’opera per poter pagare le pensioni agli anziani, si rifiuti di concedere permessi di lavoro a queste persone, che potranno lavorare regolarmente, guadagnarsi da vivere, versare i contributi, fare la spesa e prendere una casa in affitto nel paese in cui lavorano. Tutto questo aiuta l’economia spagnola. Tutto ciò va oltre la mia comprensione, è qualcosa che non riesco a comprendere.

Fai parte di Somos Red.

Ho iniziato a prendere parte alle attività del collettivo nel 2020. Sono arrivata qui in Spagna nel giugno del 2019, dopo alcuni mesi nel 2020 ho visto che la rete aveva organizzato un presidio. Ho preso parte a questa assemblea, e ho deciso che volevo aggiungermi. Da lì è iniziato tutto. Dopo un po’ di tempo, i senegalesi e i marocchini che erano usciti dai campi della Croce Rossa iniziarono a dormire per strada. C’erano tantissime persone migranti che dormivano da tutte le parti e abbiamo iniziato ad aiutarle, a portargli dei panini, ad accompagnarle per ritirare i documenti, fare richiesta di asilo, provare a spostarsi perché la maggior parte di loro non voleva rimanere alle Canarie. Erano solo di passaggio, volevano andare in Francia o in Spagna, come dicono, nella penisola, e ricongiungersi con il fratello, lo zio o qualche altro membro della famiglia, per poter avere una vita migliore. Così è come ho iniziato con Somos Red, accompagnandoli, perché i senegalesi parlano soprattutto wolof. Erano tutti pescatori, non parlavano francese, quindi io mi arrangiavo facendo da interprete.

Somos Red, oltre all’appoggio diretto alle persone migranti mira alla denuncia politica.

Nel giugno 2020 abbiamo manifestato per ribadire che le Canarie non sono un carcere a cielo aperto, che la gente ha diritto a spostarsi, a chiedere asilo, perché la Spagna ha sottoscritto la Carta dell’ONU e la Spagna è un paese che fa parte delle Nazioni Unite, e quindi deve rispettare la legge che ha sottoscritto. Dopo molte manifestazioni e azioni di protesta e dopo aver anche scritto molte lettere, la situazione è migliorata.

Al momento del loro arrivo, i miei conterranei avevano una visione completamente diversa dell’Europa. Pensavano alla Spagna come a un paese democratico, perché dal mio paese quello che si vede in televisione è un’altra cosa. Quando arrivano hanno uno shock, uno shock terribile, perché il modo in cui si immaginavano l’Europa è molto diverso dalla realtà dei fatti. Almeno il collettivo dava loro altro spazio, dicendo loro che non tutto il mondo era così. Questo collettivo, ai loro occhi, era quello che rappresentava la visione di questa Europa solidale. Questa Europa che lotta per i diritti umani, che non ha niente a che vedere con le istituzioni.

In una tavola rotonda a cui hai partecipato in occasione della Marcia per la Dignità di El Tarajal, hai sottolineato la relazione tra ciò che è successo lì e altri fatti legati al passato coloniale che sono rimasti impuniti.

È che storicamente c’è un’impunità che fa schifo. Non furono mai condannati i colpevoli del massacro di Thiaroye, avvenuto nel 1944, quando fecero fuoco sui fucilieri senegalesi (militari di fanteria che avevano combattuto nella Seconda Guerra Mondiale e a cui spettava il pagamento del loro stipendio) che stavano solo rivendicando solo i loro diritti. Allo stesso modo, non sono mai stati condannati i colpevoli della mattanza contro gli algerini che manifestarono a Parigi nel 1961 per avere più dignità e uguaglianza. Lo stesso è successo nel Tarajal. Cioè: hanno sparato proiettili di gomma contro gente che fuggiva chi dalla guerra, chi dalla fame e nessuno è stato condannato.

Facciamo il confronto con gli ucraini: perché loro vengono accolti a braccia aperte? Semplicemente perché hanno la pelle bianca e gli occhi azzurri. Però le quattordici persone del Tarajal vengono trattate da subumani. È grave che rimanga impunito chi ha messo fine alle loro vite, i criminali che li hanno uccisi, però è anche ciò che abbiamo visto nel corso della storia. Il colonialismo, l’odio viscerale verso la pelle nera persiste. È ciò che vedo pensando al Tarajal nel 2014 e all’Ucraina nel 2022, e quando vedo la diversa reazione dell’Europa.

Sembrerebbe, inoltre, che il razzismo di cui parli stia diventando più evidente negli ultimi tempi, che dimostrare apertamente meno interesse o preoccupazione per la vita delle persone nere non penalizzi nemmeno a livello sociale.

Prima, almeno, si limitavano a pensarlo senza esternarlo in modo esplicito. Però ora la situazione è grave: tu li vedi che dicono che gli ucraini sono come loro, combattono come noi, questo vuol dire che gli ucraini sono esseri umani, gli altri sono falsi umani. Non dobbiamo preoccuparci per la loro sorte. Se gli altri vengono uccisi, non è grave, sono come cani. No, sono ancora meno di animali da compagnia, perché quando un animale domestico viene ucciso la gente almeno prova pena. Gli altri vengono considerati meno di animali.

Come affrontare questa ignoranza sul passato coloniale e i modi in cui si manifesta nel presente? Si può uscire da questo ciclo?

Bisogna informare con giustizia e verità ed educare i nostri figli, perché sento che questa generazione ormai è persa, non c’è più niente da fare. Credo che sia a partire dall’infanzia, da quando si è nella culla, che debba cambiare la mentalità. È dalla culla che dobbiamo iniziare a educare i nostri giovani affinché sentano che siamo una comunità. È a un’età precoce che dobbiamo insegnare che siamo un unico popolo, che siamo fratelli, che, in realtà, questa differenza che ci mettono in testa, non esiste.

In che modo si manifesta questo razzismo in particolare nei confronti delle donne nere africane?

Non pensiamo, veniamo trattate come oggetti, il corpo della donna è un oggetto. Non ha un cervello per ragionare. Deve stare zitta, devi pensare a lei come un padre che si prende cura della figlia, con lo stesso paternalismo. Pensano che non siamo capaci di pensare, che non abbiamo studiato. È una pigrizia? Che non mi riesco a spiegare: non sanno niente di te, non ti conoscono, però per loro sei la poverina, la poverina che non pensa, che viene sfruttata, una donna sottomessa.

Come donna migrante nera, capita anche di venire trattata come una neonata. Vedi reazioni terribilmente paternaliste tra persone che non credo siano malintenzionate, ma che sono innate. Non si rendono nemmeno conto quando dicono o fanno certe cose.
Mi viene voglia di dire loro: «Anche io penso! Posso avere idee opposte alle tue!». Quando questo succede mi dico che è il fallimento dell’educazione che ha ricevuto, che non vale la pena che mi dedichi a rieducarla, perché è un caso senza speranza.

Questo contrasta con il tuo ottimismo verso le generazioni future.

È che io sono molto ottimista per natura. Non credo che questa situazione perdurerà. Ho due figli e li educo affinché diventino persone responsabili, che abbiano coscienza di chi realmente sono, non facendosi influenzare da ciò che dicono o credono gli altri. Provo a farli crescere con una personalità forte, affinché non abbiano nessun timore nei confronti degli altri, questo è già un primo passo. E’ un qualcosa che tutte le persone con un passato migratorio devono assimilare, non solo per loro stesse, ma anche per venire trattate con rispetto dagli altri, per non lasciarsi calpestare. E credo che, con l’arrivo di Internet, dell’accesso ad altri sguardi, nonostante l’influenza dei mezzi di comunicazione o delle famiglie, questa generazione sarà molto più aperta a queste esperienze rispetto a quelle precedenti. Non mi lascio abbattere da questa forza negativa che proviene da persone ignoranti che hanno solo un odio viscerale che le consuma da dentro. Si autodistruggeranno.

  1. L’intervista è stata realizzata prima della piena operatività del nuovo accordo tra Spagna e Marocco e della strage di Melilla (ndR.)