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Tunisia, vivere e morire in Rue du Lac: senza dignità e senza diritti

di Riccardo Biggi, Valentina Lomaglio e Luca Ramello

Una macchina sfreccia sul luogo del sit-in, davanti alla sede di UNHCR a Tunisi (ph. Biggi, Lomaglio e Ramello).

Seconda parte | (in arabo عَرَبيْ)

In seguito alla morte di Mohammed Faraj Momin, i manifestanti si raccolgono in silenzio e hanno ancora più bisogno di essere ascoltati. 

(La prossima settimana, parleranno ai microfoni di Melting Pot in una conferenza stampa).


Mohammed Faraj Momin1 ha perso la vita mercoledì 25 maggio all’ospedale universitario Charles Nicolle di Tunisi. 

Faceva parte delle 269 persone rifugiate e richiedenti asilo che da 4 mesi sono in sit-in permanente di fronte alle sedi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Tunisia.  Infatti, 55 manifestanti provenienti da Tunisi si sono aggiunti ai 214 che iniziarono il sit-in a Zarzis il giorno 17 di Ramadan. Attualmente, la distinzione fra i due gruppi di manifestanti è motivo di discriminazioni nella distribuzione dei servizi, come per esempio quello medico. Infatti, l’associazione Médecins du Monde è per ora in possesso di una lista di assistiti contenente solamente i primi 214 nomi. Tutti, comunque, protestano per essere evacuati da un Paese che li espone quotidianamente al pericolo di vita.

Mohammed era membro di una tribù Tuareg, una popolazione nomade presente nel territorio di vari Stati Sahariani. Questa popolazione, la cui presenza è antecedente al periodo islamico, è apolide, una condizione che in Tunisia ostacola il riconoscimento dei diritti e che difficilmente è superata con l’ottenimento della cittadinanza. 

Gli ostacoli alla regolarizzazione in Tunisia

Nel Paese nordafricano – tra i partner strategici per le politiche di esternalizzazione delle frontiere UE – manca una legislazione organica sulle migrazioni, ed è dunque materialmente negata la protezione internazionale. In questo vuoto legislativo, la responsabilità di determinazione e implementazione di tale diritto ricade su UNHCR. 

Rimanere in Libia da apolide era possibile fino allo scoppio della guerra civile. E’ quello che ci racconta Ridha: «Se non ci fosse questa guerra, potrei adattarmi a vivere senza nazionalità in Libia. E’ stata la guerra che ci ha obbligati a partire, la violenza dei proiettili che hanno distrutto il nostro villaggio. Siamo dovuti scappare a Tripoli, e da Tripoli a Tunisi nel 2019». 

L’attesa si fa infinita davanti alla sede anonima di UNHCR (ph. Biggi, Lomaglio e Ramello).

Entrate in Tunisia fuggendo dalla guerra e dalla persecuzione, le manifestanti hanno dovuto scontrarsi con la negligenza dell’Agenzia delle Nazioni Unite. Nonostante UNHCR avesse promesso di togliere le manifestanti dalla strada lo scorso 23 maggio, dopo aver sfrattato alcune di loro dalle residenze per “carenza di fondi” nel mese di febbraio, ancora nessuna soluzione si vede concretamente all’orizzonte. 

Nessuna indagine sulle circostanze dell’incidente, nessun atto di morte

Durante la sua ultima settimana di vita, Mohammed Faraj Momin era rimasto in coma, a seguito di un incidente di cui era stato vittima proprio sul luogo del sit-in. Una macchina lo aveva infatti travolto la mattina del 19 maggio. Come ci racconta uno dei nostri informatori all’interno della stessa comunità, il conducente sarebbe stato ubriaco al momento dell’investimento. Nonostante abbiano cercato di sporgere denuncia per chiarire le circostanze dell’incidente, i suoi familiari non hanno ricevuto alcun riscontro da parte delle forze dell’ordine.

«Non ci hanno voluto dare una copia della sua cartella clinica, né dell’atto di morte. Ci avevano promesso che li avrebbero portati in occasione della sepoltura, ma si sono presentati a mani vuote. Noi vogliamo sapere com’è morto nostro fratello, invece loro si comportano come se a morire fosse stato un piccolo animale». Sono le parole di Rhida, uno dei padri di famiglia Tuareg presenti al sit-in. 

Continua: «E’ la stessa cosa che mi è successa con uno dei miei gemelli l’anno scorso. A solo un mese di vita si era ammalato, lo avevamo portato in ospedale. Ci avevano detto che si trattava di un semplice raffreddore, ma per 4 giorni non ci hanno fatto vedere Yasin. Quando me lo hanno ridato, il bambino era gonfio come un pallone. E’ morto dopo pochi giorni. Ci ho messo 10 mesi per convincere UNHCR a farmi avere la sua cartella clinica e l’atto di morte».

Niente diritti in vita, dunque, e niente diritti nella morte per le persone migranti provenienti da altri Paesi dell’Africa in Tunisia. Nessuno si turba in Europa, quando decine di cadaveri di naufraghi recuperati in mare passano settimane nei corridoi degli obitori delle città portuali tunisine, in attesa dell’esame del DNA. Mentre si spalancano le porte ai “profughi veri” della “guerra vera” in Ucraina, i profughi delle guerre africane rimangono esclusi dalle vie legali di migrazione nell’UE.

L’invisibilità sociale delle persone rifugiate in Tunisia

Tutte le persone migranti africane sono esposte in Tunisia a una forma di razzismo sistemico che li esclude dall’accesso ai diritti sociali, soprattutto in materia di educazione, lavoro e salute. Per ricevere cure mediche pubbliche, per esempio, anche chi ha la carta di rifugiato deve pagare un ticket di cui è possibile solo in seguito chiedere il rimborso a UNHCR. Vittime di discriminazioni salariali, dipendenti da un esiguo e incerto contributo economico, si trovano spesso a scegliere tra medicine e viveri.

Le discriminazioni riguardano anche il mondo educativo. Abdul, uno dei leader delle proteste, ci racconta che ha ritirato le sue figlie da scuola, per proteggerle dalle aggressioni razziste che subivano quotidianamente. E non è il solo. Abdelrazzak, un altro padre di famiglia, racconta: «I bambini li ho iscritti io a scuola, con il mio sforzo personale e grazie a dei vicini di casa. Ma poi è arrivato il Centro Tunisino dei Rifugiati (CTR) – uno dei partner locali di UNHCR – e ha impedito ai bambini di continuare a studiare in quella scuola, dicendo che non era legale».

Alcuni manifestanti giocano a calcio tra il luogo del sit-in e la delegazione UE a Tunisi (ph. Biggi, Lomaglio e Ramello).

Documentate attraverso decine di testimonianze anche le gravi discriminazioni salariali: «Per lo stesso lavoro in fabbrica, a un tunisino danno 1400 dinari al mese. A noi invece ne arrivano 400, e perdipiù senza nessuna tutela contrattuale». Jamila, una giovanissima guineana rifugiata, fuggita dalla violenza sessuale e dal matrimonio combinato, racconta che per circa 8 ore al giorno di lavoro presso un ristorante della medina (il centro storico) di Tunisi riceve appena 15 dinari: poco più di 60 centesimi di euro all’ora. Neanche per lei il ricollocamento è all’orizzonte: «Almeno lavorare mi aiuta a non pensare alla mia situazione».

Il limbo migratorio tunisino: l’inferno di alcuni, il guadagno di altri

Il razzismo istituzionale é uno dei pilastri che reggono il sistema internazionale di apartheid migratorio. Ma la persistenza di questo sistema è radicata in importanti quanto illecite ragioni economiche. Ragioni che legano insieme interessi di mafie, istituzioni nazionali e internazionali.

Per i manifestanti, ogni soluzione di compromesso proposta dall’Agenzia seguirebbe queste logiche temporanee e di attesa continua. Perciò sono determinati a rifiutare anche la proposta di sistemazione in nuovi dormitori. Temono che si tratti di una strategia dell’Agenzia per isolarli e lasciare inevase le loro richieste di ricollocamento. 

L’incompetenza e la corruzione dell’Agenzia delle Nazioni Unite in Tunisia sono così riassunte da Bob, uno dei nostri informatori sudanesi: «Il malfunzionamento dei servizi che ci danno, gli permette di comprare le macchine costose e di fare la bella vita. Penso che in quanto istituzione delle Nazioni Unite, UNHCR disponga dei fondi per permettere ai profughi di vivere bene. Ma i soldi spariscono nelle mani dei partner locali: il Consiglio Tunisino per i Rifugiati (CTR), responsabile delle procedure d’asilo; l’Associazione Tunisina per il Management e la Stabilità Sociale (TAMMS), responsabile dei progetti di avviamento al lavoro; l’Istituto Arabo per i Diritti Umani (IADH), responsabile della protezione legale. Penso che se questi partner non ci fossero le cose andrebbero meglio per noi. Ma finché la gestione delle nostre vite sarà nelle loro mani, le nostre vite saranno capovolte. Proprio come ora».

Il limbo dei rifugiati in Tunisia continua ininterrotto, anche dopo la morte di Mohammed. Mancano i diritti in vita. Mancano i diritti dopo la morte. Malgrado le difficoltà, la resistenza prosegue: finché non verranno consegnati documenti e certificati riguardanti l’incidente e il decesso, la sepoltura non avrà luogo. E finché le loro richieste non verranno accolte, i manifestanti continueranno a presidiare il Lac di Tunisi.

(to be continued)

  1. Nome reale del manifestante. Gli altri nomi rimangono inventati.