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Cosa succede nel campo di Mavrovouni sull’isola di Lesbo?

Uno speciale pubblicato su Are You Syrious? racconta le condizioni di vita attraverso testimonianze dirette

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Il seguente articolo è stato scritto da volontari di diversi collettivi presenti a Lesbo in stretta collaborazione con più persone in movimento, dopo che queste hanno espresso il forte desiderio di condividere le loro esperienze. Per loro è importante che tu, lettore, sappia cosa sta succedendo nel campo di Mavrovouni sull’isola di Lesbo. E non solo per sapere, ma anche per agire.


La polizia non rispetta i rifugiati. Una famiglia voleva portare la cena ai suoi cari in quarantena, da un punto all’altro del centro e si è sentita dire: ‘Tempo scaduto, avete capito? Sì o no, mi sentite? Avete capito cosa vuol dire sì o no?’ Ma se i poliziotti capiscono che vogliono solo portare del cibo, perché non glielo permettono?

Il campo di Mavrovouni è stato allestito nel 2020, dopo che il campo di Moria, come è noto, è stato distrutto da un incendio. In sei giorni, le autorità hanno requisito il sito militare pre-esistente e hanno preparato una struttura che avrebbe dovuto essere “temporanea”, messa in piedi rapidamente con il supporto internazionale dell’UNHCR e di alcune ONG.

Questo campo generalmente non è un luogo sotto i riflettori dei media. Tuttavia, non è assolutamente migliore della struttura precedente, il famigerato campo di Moria, ben noto per le sue condizioni disumanizzanti.

Mavrovouni è terribile in modo diverso, più sottile. Attualmente non si sa molto della situazione all’interno. E ciò è dovuto in parte allo scarso interesse da parte dei media internazionali, ma anche al fatto che gli abitanti del campo sono “fortemente scoraggiati” dal diffondere informazioni o immagini dal suo interno.

Naturalmente, “fortemente scoraggiati” vuol dire che in realtà viene esercitata una vera e propria azione di repressione da parte dei servizi di sicurezza e della polizia presenti nel campo, attraverso multe in denaro e intimidazioni ma anche aperte violazioni dei diritti e violenze. Inoltre, le cosiddette “regole del campo” che sono per lo più confuse e comunicate in modo non chiaro, non fanno che aumentare la confusione.

Proprio come succede per la nuova struttura di Samos, anche nel caso di questo campo, per chi ha interesse a mantenere e continuare con questo status quo, è importante sostenere una narrazione illusoria di pace, sicurezza e “dignità” riguardo a questi centri. Il nuovo campo, costruito e presentato come soluzione temporanea, sembra in realtà vivere in un limbo permanente ed è molto probabile che continuerà ad essere utilizzato, almeno nell’immediato futuro. Ogni giorno arrivano nuove disposizioni e vengono avviati nuovi lavori che, apparentemente, sono finalizzati a rendere il campo sempre più stabile e permanente.

1. Posizione e descrizione

Mia figlia piange ogni volta che entriamo nel campo. I bambini capiscono tutto.”

Il campo si trova a circa 10 chilometri da Mytilini, la principale città di Lesbo. Per prima cosa, lasciateci dipingere un’immagine del campo. Immaginate una piccola area compresa tra il mare e una strada principale. Il campo Mavrovouni è circondato da un muro di cemento e da una barriera con filo spinato. Dalla strada si vedono solo il cancello di ingresso, con i posti di blocco, un autobus della polizia antisommossa sempre presente e uno scorcio del muro.
Al di là del muro si intravedono appena le sommità di tende bianche e container. Ma la maggior parte della recinzione e tutto ciò che si trova dietro di essa è nascosto tra un grande supermercato e un paio di magazzini.

Ci sono autobus che viaggiano sei giorni alla settimana per portare la gente in città. Attualmente, gli abitanti del campo possono uscire durante il giorno per tutta la settimana, ma la domenica non ci sono autobus.

Il campo è suddiviso in zone di colori diversi, che distinguono categorie quali: singolo/nucleo familiare, genere/sesso, nazionalità. Tutte le famiglie e la maggior parte delle donne sole sono state trasferite nei container (i cosiddetti “ISOboxes”), mentre solo pochi uomini e donne single rimangono nelle grandi tende bianche.

Queste tende contengono diverse “stanze”, attualmente condivise da due o tre persone.
I servizi disponibili nel campo si trovano per la maggior parte fra l’ingresso principale e l’entrata della “sezione abitativa”. Questi sevizi comprendono gli sportelli EASO (European Asylum Support Office) per la gestione dei permessi di asilo, dei passaporti e dei documenti di identità, gli uffici dell’UNHCR e di organizzazioni sanitarie, in aggiunta a un medico generico e a un dentista, a un ambulatorio per il supporto psicologico e a un piccolo negozio di alimentari.

Le due ONG presenti nel campo, Eurorelief e Movement on the Ground, hanno i loro locali molto all’interno della struttura, in mezzo alle sezioni abitative.

Formalmente, nel campo esiste anche una struttura indicata come scuola, che tuttavia ci è stata descritta più come un centro diurno di assistenza, senza un programma scolastico vero e proprio.

2. La sicurezza e il controllo

Ci chiedono il documento di identità – Io dico ’Quale documento? Il vostro governo non mi rilascia nessun documento.’ Questo è un permesso di asilo, signora”.

Una delle grosse differenze tra il vecchio campo di Moria e Mavrovouni, è il pesante inasprimento del controllo sulle persone che vi risiedono. Tramite servizi di sicurezza privati, poliziotti e diversi posti di blocco, il controllo sul campo è molto stringente. E tutto questo, secondo i pareri delle persone con cui abbiamo parlato, per lo più non si traduce certo in un beneficio per chi vive lì.

Basti pensare, per esempio, al cancello di ingresso. Senza un documento che attesti la condizione di ogni singolo individuo (richiedente asilo registrato oppure collaboratore di una ONG operante nel campo), non c’è possibilità di entrare. Ciò vuole anche dire che se una persona alloggiata nel campo non ha con sé i documenti oppure se il suo telefono con la foto dei documenti stessi non funziona o è scarico, non può raggiungere lo spazio in cui vive.

Oltre all’obbligo di esibire continuamente i documenti, c’è anche quello di attenersi rigidamente agli orari di apertura del campo. Chi arriva troppo tardi, può essere multato dalla polizia o dai servizi di sicurezza che presidiano l’ingresso 24 ore al giorno.

I corpi e i bagagli di chi entra nel campo vengono perquisiti. All’arrivo, le persone devono deporre le loro cose su un tavolo per poi sottoporsi a una perquisizione corporale con metal detector. Durante la perquisizione, non sono rare le molestie e le domande umilianti. Si racconta di frequenti episodi in cui le guardie esibiscono ridendo dei beni personali quali contraccettivi o articoli di igiene intima o biancheria, oppure casi in cui si lasciano le persone in attesa della perquisizione per un tempo assurdo e senza ragionevoli spiegazioni.

Alcune categorie di persone, come gli uomini single, frequentemente vengono perquisite in maniera più approfondita di altre. Per esempio, agli uomini soli spesso viene chiesto di levarsi le scarpe. I poliziotti che stanno di guardia all’entrata, di solito, quando si rivolgono alle persone, lo fanno con modi duri, sgarbati e in generale umilianti.

Sembra, inoltre, che non ci sia chiarezza su cosa sia o non sia permesso portare nel campo e che questo non sia legato a reali criteri di sicurezza per chi vive all’interno. Per esempio, la birra è disponibile nel campo per 1.50 euro a lattina, mentre altre bevande alcoliche non sono permesse. È vietato portare all’interno macchine fotografiche e i telefoni cellulari sono continuamente controllati, più che altro per evitare che le persone cerchino di documentare le loro condizioni di vita.

Ti perquisiscono. Ti perquisiscono tutto e devi mettere le tue cose sopra un tavolo, poi ti frugano nella borsa. Le macchine fotografiche sono vietate e ti possono costare una multa da 350 fino a 500 euro. Ma qualche volta non le trovano. E poi dipende dai poliziotti se puoi portare dentro alcol o cose simili.”

Per muoversi all’interno del campo occorre passare dai posti di blocco e in questi controlli sugli abitanti del campo, le ONG come Eurorelief e Movement on the Ground giocano un ruolo importante. Eurorelief ha la responsabilità di tracciare il numero delle persone presenti e dove vive ognuna di loro. In pratica, questo significa passare ogni giorno da una tenda all’altra, da una porta all’altra per controllare chi è presente. Eurorelief lo chiama “il censimento”. Anche quando portano documenti o comunicazioni in qualche tenda o container, apparentemente lo fanno per informare le persone sui tempi e i luoghi dei loro appuntamenti. In sostanza, la vita all’interno del campo è rigidamente controllata dalla polizia, dalle ONG e dai servizi di sicurezza privati.

3. I servizi generali e il cibo

“Della linea alimentare usiamo solo l’acqua e la frutta, il cibo (cotto) lo buttiamo via”.

Oltre ai controlli ossessivi, va sottolineato il fatto che i servizi nel campo spesso funzionano molto male, esattamente come nel vecchio campo di Moria, nonostante qui il numero delle persone sia molto inferiore. In particolare, l’elettricità sembra essere volutamente erogata in misura molto ridotta. Fino al mese scorso, senza alcun criterio apparente, in alcune zone l’elettricità era disponibile tutto il giorno, mentre in altre solo per qualche ora. Al momento, la gestione dell’energia sembra essere organizzata in un modo ancora diverso: in alcune ore del giorno tutto il campo ha l’elettricità, in altre ore tutto il campo ne è privo.

Per esempio, in alcune zone del campo ci danno l’elettricità 24 ore, ma in altre solo in tre momenti della giornata: forse al mattino, forse all’ora del pranzo, sicuramente alla sera. Anche in inverno le persone rimanevano senza elettricità, e quindi al freddo. Quando l’elettricità è disponibile per 24 ore in una certa zona, perché non anche in tutte le altre?”.

Questo significa che in estate non c’è modo di rinfrescare gli alloggi (cioè le tende e i container), tanto che all’interno il caldo diventa spesso insopportabile, e in inverno per molti abitanti del campo non è possibile riscaldare il luogo dove vivono.
Anche caricare un telefono (il solo legame con la famiglia, con le informazioni e con una pallida forma di distrazione) rimane impossibile per gran parte della giornata.

Le richieste di sapere chi e con quali criteri decida l’erogazione dell’elettricità, rimangono senza risposte chiare. Anche i servizi igienici restano inadeguati, malgrado il numero dei residenti nel campo sia drasticamente diminuito.

Manca una vera scuola per i bambini e la struttura esistente è stata descritta più come un’assistenza diurna che come una vera scuola e apre solo due o tre volte alla settimana. Le opportunità formative per gli adulti sono assolutamente inesistenti.

Il cibo è, come è sempre stato, notoriamente pessimo. Spesso la quantità non basta e si rischia di venire esclusi dalla linea di distribuzione. La qualità è talmente scadente che molta gente preferisce buttare via quanto preparato, oppure recuperare alcuni ingredienti, lavarli e cuocerli nuovamente, perché (come ad esempio la carne), spesso non sono cotti a sufficienza.

Non è permesso cucinare all’esterno delle tende o dei container e spesso interviene la polizia con il pretesto di prevenire il rischio di incendi.

Mavrovouni da una diversa angolazione, che mostra chiaramente gli spazi in cui si trovavano le strutture per uomini

4. L’assistenza medica

Ci sono dottori nel campo e non è difficile incontrarli, ma sembra che ti diano solo del Paracetamolo. Non siamo lontani dal vero se diciamo che l’assistenza sanitaria è ridotta al minimo. Il paracetamolo è l’unica cosa che ti danno. Se ce l’hanno.”

Anche il servizio sanitario è molto carente. Ci sono dei medici a disposizione ma l’assistenza fornita è estremamente limitata e discontinua, dato che gran parte dello staff medico è composto da volontari temporanei. In pratica, ciò significa che, a quanto ci risulta, l’unico farmaco su cui si può contare è il Paracetamolo.

Raramente si visita su appuntamento, per cui la prassi comune è un’attesa di molte ore per essere poi spesso rimandati a un altro giorno. Le impegnative per una visita specialistica fuori dal campo sono rare ed è molto difficile vedere un medico all’esterno senza una prescrizione.

Comunque, non si può dire che fuori dal campo i migranti bisognosi di assistenza medica siano trattati meglio e questi devono lottare per ricevere assistenza presso l’ospedale locale. In Grecia, il livello dei servizi sanitari è generalmente piuttosto basso, ma il problema è doppio per i migranti che, oltre a confrontarsi con il sistema greco strutturalmente carente di fondi e risorse, devono anche affrontare, in aggiunta, il razzismo di alcuni medici e operatori.

Sull’isola non si trovano medici specialisti per tutti. Non c’è un vero rispetto per i problemi di salute. Sono andato all’ospedale, mi hanno dato una medicina, ma era sbagliata.”

5. I problemi mentali

Uno psicologo mi ha detto: ’Visto che non puoi cambiare la situazione nel suo complesso, è meglio che cerchi di migliorare la tua situazione personale. Vai in palestra.’ Ma non si può guarire il mio problema mentale, perché il problema viene proprio nella mia decisione di migrare e di chiedere asilo”.

Oppresse dall’apatia delle istituzioni, dalle condizioni di vita che a stento soddisfano i bisogni di base e dal comportamento aggressivo della polizia e dei servizi di sicurezza, le persone sono costantemente portate a sentirsi rifiutate e precarie. Se si aggiunge a questo il trauma dell’esperienza passata, è comprensibile che molti si trovino a fare i conti con disturbi psicologici. Tecnicamente, anche il supporto psicologico sarebbe disponibile, ma sembra essere più o meno allo stesso livello dell’assistenza medica.

Le persone che ci hanno contattati per raccontarci la loro testimonianza lamentano il livello estremamente povero delle risposte ricevute quando si sono rivolti agli psicoterapeuti nel campo. Le risorse sono molto limitate ed è impossibile offrire un valido aiuto al malessere mentale, anche quando gli operatori e le organizzazioni cercano di fare del loro meglio. Il centro psicologico interno è aperto solo dalle 17.00 alle 21.00.

Un consiglio come quello riportato qui sopra, fa solo inquietare le persone e non le aiuta minimamente. Per fornire un supporto psicologico reale servirebbe un ambiente sano, sicuro, senza gravi pericoli, che soddisfi almeno i bisogni di base. Qualcosa che il campo certamente non offre in alcun modo, sostanziale e formale. Al contrario, è proprio l’opposto: la vita nel campo contribuisce a danneggiare la salute mentale dei residenti.

Uno dei bordi esterni del campo

6. La vita quotidiana

Di notte, i rifugiati non dormono e anche i bambini si svegliano perché i loro genitori sono tesi e stressati. Camminiamo in giro per il campo, ci sediamo, stiamo svegli. Stiamo tutti male, nessuno di noi è sereno.”

La vita quotidiana nel campo viene spesso descritta come immobile, noiosa e vuota. Gli orari delle attività sono quelli stabiliti dalle regole del campo. La giornata inizia con la coda per la colazione. Comunque, prima delle 8.30 nessuno può lasciare la struttura.

Poi, le possibilità sono molto limitate: le persone senza documenti non possono avere un lavoro regolare, ma molti si offrono di collaborare come volontari presso le ONG. Questo significa lavorare per molte ore, spesso come traduttore in condizioni difficili, in cambio di un compenso tra i 20 e i 100 euro al mese in buoni acquisto da spendere presso uno specifico supermarket. Oltre a queste situazioni di sfruttamento, sono veramente poche le opportunità per imparare, per formarsi o per entrare in contatto con altra gente.

Dunque, si passa il giorno ad aspettare: aspettare per ricevere aggiornamenti sulla propria situazione personale, aspettare in coda per il cibo, aspettare di vedere un dottore, aspettare l’elettricità, aspettare che il tempo passi.

Verso le 8 o le 9 di sera termina ufficialmente la giornata del campo. Si chiude il cancello d’ingresso e chiunque entri dopo può essere multato. Incontrare altre persone all’interno del campo dopo questo orario è difficile, perché la polizia controlla e scioglie ogni raduno.

Di notte è difficile. Anche se devi andare a fare pipì, i poliziotti possono fermarti. È difficile vedere gli amici. A volte la polizia fa continuamente irruzione nelle tende degli uomini single.”

Un’immagine delle tende per uomini single

La situazione nel campo di notte è solo apparentemente diversa da quella nel vecchio campo di Moria. Le donne hanno ancora paura quando devono andare in bagno. La violenza è ancora una presenza costante. La polizia presidia soprattutto la sezione degli uomini, con una serie di checkpoint tutto intorno e l’atteggiamento nei confronti degli uomini single è stato descritto come ‘terribile’.

Un racconto sempre attuale, che ci è stato ripetuto molte volte nel corso degli anni, riguarda in particolare la discriminazione dei giovani maschi non-bianchi, percepiti come individui barbari e libidinosi. È un vecchio stereotipo razzista, ma è duro a morire.

Ogni rifugiato ha la sua storia è non mi sembra giusto che veniamo discriminati in base a fattori che non dipendono da noi. Ci sono molte organizzazioni che si prendono cura attivamente dei minori e delle famiglie, ma nessuna assiste le persone single. Se sei solo, su quest’isola a nessuno importa di te.”

Ma questa atmosfera opprimente non è affatto confinata alla sezione degli uomini. La prepotenza e l’abuso di potere sono fenomeni strutturali nel campo e ricordano molto quelli presenti in qualsiasi carcere. La prova più evidente anche dall’esterno sono i numerosi processi, spesso ingiustificati, legati a incidenti avvenuti nel campo, come gli incendi.

Una volta, stavamo cercando di giocare a calcio. È venuta la polizia e ci ha detto di tornare alle nostre tende. Anche le feste sono proibite e vengono disperse con violenza e lacrimogeni”.

7. La procedura per la richiesta di asilo

È molto ingiusto che un rifugiato appena arrivato la risposta arrivi dopo pochi giorni. Altri, che vengono da Moria, non ricevono attenzione anche per due o tre anni”.

In aggiunta ai problemi legati alle condizioni di vita nel campo, la stessa procedura per la richiesta di asilo è, per molti, fonte di profondo stress. È ben nota nel mondo la pesantezza burocratica applicata in Grecia per gestire le richieste di asilo, e le modifiche in atto stanno solo peggiorando la situazione.

Dal 1° gennaio 2022, le persone devono pagare 100 euro per ripresentare la richiesta di asilo, dopo un primo iniziale rifiuto. E 100 euro sono una somma di denaro che molti proprio non possiedono. In teoria, lo Stato greco dovrebbe mettere a disposizione di ogni persona una piccola diaria (un ammontare davvero ridicolo), ma in pratica questo non avviene. Ha diritto ad un supporto in denaro solo chi sta aspettando l’esito della sua pratica di richiesta.

Dopo aver ricevuto una decisione, negativa o positiva che sia, non riceverai più alcun sostegno in denaro.

Spesso la cosiddetta “cash card” che serve per ricevere la diaria viene emessa volutamente con tempi lunghissimi, fino al momento in cui il migrante sta per ricevere l’esito della sua richiesta, in modo tale da non dover, in effetti, sborsare alcuna somma. Purtroppo, questa è solo una parte del problema. La procedura stessa che riguarda le domande di asilo è stata spesso descritta, e anche le testimonianze da noi raccolte lo confermano, come un iter “molto disumanizzante.” Le risposte vaghe e generiche sono la prassi consueta e comuni sono anche l’intolleranza e l’insensibilità del personale che di solito popola questi uffici.

Il servizio che riguarda le richieste di asilo è una fonte di profondo stress per i rifugiati. Il campo offre una sistemazione di emergenza. È ingiusto che ci facciano aspettare per settimane. Se chiediamo notizie circa l’esito della nostra pratica, ci rispondono male: ‘Perché chiedete? Dovete aspettare’ – ‘Tornate nelle vostre tende, Eurorelief vi farà sapere’ senza nemmeno controllare sul computer”.

Va aggiunto a tutto questo anche il fatto che queste istituzioni sembrano stabilire in modo del tutto arbitrario le priorità e l’ordine con cui trattare le singole richieste. Apparentemente, le decisioni che riguardano i nuovi arrivati vengono per lo più emesse abbastanza in fretta. Tanto in fretta, che molti, quando stanno sostenendo un colloquio, non si rendono nemmeno conto di farlo. Ecco cosa racconta, per esempio, uno dei nostri testimoni:

Durante la quarantena, molte domande di asilo sono state respinte senza che le persone interessate nemmeno capissero che in quel momento qualcuno li stava interrogando. È capitato anche a me di non capirlo, quando sono arrivato nel 2020. Pensavo che ci stessero semplicemente registrando o facendo l’appello. Eravamo appena usciti dall’acqua, ancora bagnati, e il traduttore iraniano ci ha preso in giro, ha riso di noi”.

Certo, la disparità del trattamento riservato a comunità di paesi diversi, da parte delle istituzioni e della società, è da sempre un fenomeno chiaramente percepito e raccontato:

Un gruppo di afgani e di africani aveva passato due notti nella giungla: gli africani sono stati registrati e gli afgani sono stati respinti. È successo nell’ultima settimana dello scorso aprile. Ma cosa hanno di sbagliato gli afgani?”

8. Conclusione

Tutti dicono sempre: ‘È il governo che ha deciso così, non possiamo farci niente’. ‘Sono le regole.’ Sì, ma chi fa le regole? Non cadono certo dal cielo”.

Per quanto si può capire dall’esterno, niente di quello che succede nel campo è lasciato al caso. Ciò che può sembrare dovuto a “mancanza di fondi” o “carenza di risorse”, in realtà risponde a un piano ben preciso: è organizzato in modo tale da rendere il campo il più possibile inefficiente, insicuro e inospitale, limitando al minimo obbligatorio i servizi di tutela dei diritti umani. La decisione strutturale, da parte dell’UE e dei governi nazionali, di tagliare i fondi, lascia le persone a marcire a tempo indeterminato dietro muri e barriere.

Oltre questi muri, la polizia e le squadre di sicurezza private fanno pressione sulle persone, nel migliore dei casi attraverso il disinteresse, nel peggiore dei casi con evidenti abusi e brutalità poliziesca. Le risposte ai bisogni di base, come l’acqua e l’energia elettrica, sono ridotte al minimo e il cibo viene spesso descritto come “non adatto per gli esseri umani”. Inoltre, l’assistenza medica, sia fisica che mentale, è estremamente carente.

Questo è il trend prevalente di gestione della migrazione al momento in Europa.
Il nostro articolo è un’istantanea che descrive le attuali condizioni nel campo di Mavrovouni, condizioni che non sono affatto uniche. Grazie all’atteggiamento generale più aperto e disponibile nei confronti dei migranti ucraini, sappiamo che l’Europa può fare meglio, se vuole. Sappiamo che, in realtà, ci sarebbero le risorse e i fondi per assicurare un trattamenti dignitoso a persone costrette a lasciare le loro case. Sappiamo che le sofferenze a cui oggi questa gente è sottoposta non sono basate su considerazioni economiche ma sulle opinioni e sulla volontà di chi sta al potere e dichiara di sostenere i “diritti umani”.

Con questo articolo, abbiamo voluto dare voce a moltissime persone che hanno condiviso le loro storie, perché sperano di essere ascoltate ma anche perché sono arrabbiate e stanche. Arrabbiate per le condizioni in cui sono costrette a vivere e stanche di aspettare.