Trieste, Piazza della Libertà, 11 luglio 2022. Foto di Lorena Fornasir
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Giorni lunghi a Trieste

Ai molti arrivi dalla rotta balcanica, si aggiungono l’inadeguatezza delle procedure e strutture di accoglienza e le minacce del Sindaco

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È un’estate affollata in Piazza della Libertà a Trieste, decine di persone arrivano quotidianamente dai Balcani, e i solidali si trattengono in piazza fino a sera tardi per assicurare un pasto e cure mediche di base. Lunedì 11 luglio si è arrivati ad un picco di 120 presenze: 120 stomaci da riempire, 120 storie segnate da anni di violenze, respingimenti, guerre. Apparentemente, il transito attraverso la Croazia e la Slovenia nelle ultime settimane si è fatto in qualche modo più veloce e agevole, se paragonato a pochi mesi fa. Ma non tutte le persone che vivono la piazza sono appena arrivate. Molte di loro, almeno una quarantina, hanno già iniziato la procedura di richiesta d’asilo, ma sono state rinviate e lasciate per strada dalla questura. Altre sono in attesa di poter accedere al campo per la quarantena obbligatoria, a Campo Sacro, attualmente pieno. A diminuire le capacità ricettive del territorio contribuisce anche il fatto che casa Malala – struttura con ben 100 posti alla frontiera di Fernetti – è al momento totalmente riservata ai profughi ucraini. Ed è in questo contesto che le parole delle autorità triestine appaiono particolarmente stonate. 

Infatti, nel ‘Piccolo’ di domenica 10 luglio appariva il seguente virgolettato del primo cittadino Dipiazza: «O si trova una soluzione affinché questi non campeggino e non bivacchino in quella piazza, o trovo il modo di recintarla temporaneamente». Concetti che ha ribadito anche alla televisione, dicendo: «Non possiamo tollerare quell’accattonaggio nella piazza che è l’ingresso e la porta di casa nostra». Quasi in contraddizione con i timori del sindaco, legati al decoro della città in avvio della stagione turistica, il prefetto Annunziato Vardè sostanzialmente nega il problema: «I posti in accoglienza ci sono e i trasferimenti in altre regioni si stanno effettuando regolarmente». Tuttavia, i fatti lo smentiscono chiaramente, dato che alle decine di persone che cercano aiuto nella piazza sono negati il tetto e i tre pasti al giorno di cui invece avrebbero diritto. Ci pensa il questore a mettere tutti d’accordo con l’aumento e la sistematizzazione della presenza della polizia, per effettuare i cosiddetti “controlli amministrativi” – misura concordata con ‘tavolo per l’ordine e la sicurezza’, ovvero con la prefettura e l’amministrazione. Ogni mattina dalle 7 diverse volanti sorvegliano la piazza e il Silos – struttura fatiscente adiacente alla stazione, dove dormono transitanti e senza dimora -, chiedendo documenti, facendo fotografie, dando fogli di espulsione. Queste operazioni di ‘controllo amministrativo’ si sono già tradotte in una deportazione al CPR di Gradisca d’Isonzo. C’è poco da star tranquilli nel vedere questa militarizzazione della piazza, sia alla luce della violenza incontrollata che la polizia e i gestori del centro di detenzione goriziano – centro ‘amministrativo’, per l’appunto –  attuano sistematicamente, sia del teorema giudiziario di criminalizzazione della solidarietà che si è già abbattuto sui solidali di Linea D’Ombra.

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, con tutta l’associazione Linea d’Ombra che rappresentano, si trovano quindi in una situazione difficile. Da una parte la pressione del lavoro di cura quotidiano che aumenta, dall’altra quella delle istituzioni. La città – anche nelle sue componenti sociali da cui ci si aspetterebbe solidarietà attiva, come quella della ‘sinistra’ e quella cattolica – ignora sistematicamente la questione, di fatto isolando praticamente e politicamente chi da anni si espone quotidianamente in solidarietà alla persone migranti. E ora, con la stagione estiva, la trasformazione di Piazza della Libertà in ‘Piazza del Mondo’ – con i suoi intollerabili (per il potere) connotati umani e politici – passa da essere ignorata a dare fastidio, poiché acquisisce maggiore visibilità. Perciò, le minacce di recinzione del sindaco potrebbero presto tramutarsi in realtà – o quantomeno nello spostamento forzato di questo punto di incontro solidale in una zona più invisibile ai turisti e al resto della società. Spostamento che sarebbe un vittoria del regime di invisibilità in cui si vogliono relegare le persone transitanti e tutto ciò che rompe i codici della borghesia cittadina, da un lato mostrandone le contraddizioni, dall’altro la possibilità di un’alternativa – come infatti segnala l’esperienza di socialità che da anni si materializza in quei giardini di fronte alla stazione. 

Trieste, Piazza della Libertà, 3 luglio 2022, presidio per i 37 morti di Melilla. Foto di Gian Andrea Franchi

«Adesso, sia per un accumulo di persone dovuto all’inadempienza istituzionale, sia al periodo turistico, si è prodotta una certa visibilità. Comincia allora a riscaldarsi l’odio. L’odio è figlio della paura. La piazza è un luogo in cui si mostra un aspetto della sofferenza prodotta dalle scelte politiche fondamentali dell’Italia e dell’Europa. Questo fa paura a chi preferisce chiudere gli occhi. Ma in piazza si mostra anche l’alternativa: la solidarietà. Fa paura alle istituzioni e a chi ha potere. A noi di Linea d’Ombra spetta, in questa città, il compito politico essenziale di mostrare la sofferenza prodotta da una gestione politica criminale e la sua unica alternativa» – riassume efficacemente Gian Andrea Franchi.

I solidali sottolineano che non se ne andranno dalla piazza, ma anche che non ci stanno a diventare un servizio di supplenza alle mancanze delle istituzioni. Il riferimento è ancora alle lacune di un sistema di accoglienza che non è in grado di provvedere a chi ha deciso di regolarizzarsi nel territorio triestino. E a fronte di ciò, le questioni sociali vengono tramutate in questioni di ordine e sicurezza, come sempre per nascondere l’incapacità e la non volontà di risolvere i veri problemi delle persone.

Linea d’Ombra, infatti, ribadisce: «Anziché abbaiare facili slogan il sindaco e le istituzioni si rimbocchino le maniche e si sporchino le mani, ci troveranno come tutti i giorni in Piazza Libertà, con o senza recinzioni. Riteniamo questa scelta etico-politica imprescindibile – costi quel che costi!». E, per voce della presidente Lorena Fornasir, avanza (per l’ennesima volta) delle chiare richieste alle autorità: «Chiediamo gabinetti, chiediamo dormitori, chiediamo l’help center che avete chiuso, chiediamo il pane che non avete mai dato, le mascherine che non avete mai portato, i farmaci per curare. Chiediamo che i transitanti, quelli che chiamate clandestini e che vorreste condannare alla legge di Dublino senza peraltro avere i posti per accoglierli, siano rispettati. Nessuno, proprio nessuno, li nomina eppure al pari degli intercettati, degli identificati, degli accolti, sono persone. Ci troverete lì nella piazza del mondo come sempre da tre anni a testimoniare queste vite disumanizzate».

Giovanni Marenda

Studente magistrale di Sociologia e Ricerca Sociale all'Università di Trento. Ho trascorso la maggior parte del 2020 ad Atene, in Grecia, impegnato nel lavoro di solidarietà. Sono un attivista del Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, che promuove la libertà di movimento e supporta le persone migranti lungo le rotte balcaniche e sui confini italiani.