Photo credit: Abriendo Fronteras
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Le frontiere della memoria. Dai Pirenei alla Valsusa sulle rotte dei migranti di ieri e di oggi

Conclusa la Carovana transnazionale per ricordare il passato e denunciare il presente delle frontiere interne

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Un viaggio lungo le rotte dei migranti. Un viaggio attraverso l’Europa di quelle frontiere che non dovrebbero esserci più ma che invece ci sono ancora, e che ancora continuano ad uccidere chi non ha il documento giusto in tasca. Ma un viaggio soprattutto nella memoria, questa carovana lanciata da Abriendo Fronteras, per ricollegare gli orrori del passato a quelli di oggi. Quegli orrori che la Spagna ha vissuto durante il periodo franchista, quando i combattenti libertari e repubblicani, costretti a fuggire oltre confine con le loro famiglie, sono stati internati in campi di concentramento francesi come quello di Gurs o di Argelès-sur-Mer o di Rivesaltes. Campi che con l’arrivo della Repubblica collaborazionista di Vichy si trasformarono in veri e propri lager di sterminio in cui vennero rinchiusi anche ebrei, rom ed oppositori francesi.

Campi di ieri e campi di oggi. Anche nell’Europa di Schengen, nell’Europa della “libera circolazione”, le frontiere continuano ad esigere tributi di sangue. I nuovi lager sono chiamati “Cpr” e, proprio come i campi di concentramento di un tempo, rinchiudono persone che non si sono macchiate di nessun delitto se non quello di non avere il documento “giusto” nelle tasche. E, proprio come i campi di concentramento, nei Cpr non c’è spazio per i diritti. Quando avviene dietro quelle mura deve rimanere dentro le mura. Impossibile, non solo per un attivista ma anche per un avvocato, per un giornalista, per un medico entrarci dentro per fare quelle che, in fin dei conti, è il suo lavoro: difendere un innocente, informare i lettori, curare un ammalato. Niente di tutto questo è consentito in un Cpr. E la carovana internazionale Abriendo Fronteras lo ha constatato durante la manifestazione di sabato scorso, 23 luglio, a Torino, davanti alla struttura tra corso Brunelleschi e via Monginevro, blindata da cordoni di poliziotti in assetto antisommossa. Agli attivisti e alle attiviste non è stato consentito neppure di depositare un mazzo di fiori dentro il Cpr per ricordare Moussa Balde, il ragazzo di 23 anni originario della Guinea, morto dentro quelle mura. I fiori possono essere solo depositati all’esterno, appoggiati alle mura.

La “Caravana” organizzata dalla rete spagnola Abriendo Fronteras, ha coinvolto circa 150 partecipanti, una dozzina dei quali venuti dall’Italia con il gruppo di Carovane Migranti. Partita da Irun, nel paese basco, il 15 luglio, il cui fiume / frontiera ha già ucciso almeno 21 migranti, le attiviste e gli attivisti hanno viaggiato lungo le Alpi ed i Pirenei, valicando le frontiere di Francia, Spagna e Italia, concludendo il suo cammino a Barcellona, domenica 24 luglio.

In ogni tappa del suo viaggiare, la carovana ha incontrato le realtà locali che lottano per le difesa dei diritti e dell’ambiente. Due battaglie che sono la stessa battaglia, perché il nemico è comune: quel sistema economico capitalista che mercifica tanto i diritti quanto i beni comuni. Lo si è capito molto chiaramente incontrando la gente dalla Valsusa, gli “zapatisti d’Italia”, che difendono la loro valle da quella mostruosa assurdità chiamata Tav che nemmeno la Francia sostiene più ma che in Italia continua a mungere denaro pubblico. E così Abriendo Fronteras ha viaggiato lungo splendide valli verdi dove a pacifici presidi di cittadini dove sventolavano le bandiere dei No Tav, si contrappongono intere aree recintate con filo spinato e difese da reparti dell’esercito con tanto di mezzi pesanti, cantieri fermi ma comunque militarizzati e continui checkpoint di polizia. Blocchi istituiti per fermare tanto i No Tav quanto i migranti senza documenti diretti in Francia. Ha conosciuto la straordinaria esperienza solidale del Rifugio “Fraternità Massi” gestito dall’Associazione Talitá Kum insieme ad una rete di associazioni, attivisti e volontari, luogo che nel 2021 ha dato ospitalità e sostegno ad oltre 15.000 persone migranti che cercavano di varcare la frontiera, sfuggendo alla morte dei percorsi innevati e ai respingimenti di una frontiera sempre più militarizzata.

Per gli antifascisti di ieri come per i valsusini di oggi, per gli ebrei di ieri come per i migranti di oggi, è la storia che si ripete.

In una stele posta nel campo di concentramento di Dachau, è incisa una frase di Edmund Burke: “Chi non conosce la storia è condannato a ripeterla”. Anche per questo Abriendo Fronteras ha attraversato i Pirenei e le Alpi.

Riccardo Bottazzo

Sono un giornalista professionista.
La mia formazione scientifica mi ha portato a occuparmi di ambiente e, da qui, a questioni sociali che alla difesa del territorio sono intrinsecamente legate come le migrazioni. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri. Attualmente collaboro a varie testate cartacee e on line come Il Manifesto, Global Project, FrontiereNews e altro.
Per Melting Pot curo la  rubrica Voci dal Sud.