Un rifugiato nei pressi dello shelter UNHCR a Raoued, Tunisi. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello
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«Non smetteremo di chiedere l’evacuazione, il sit-in non è finito»

I cinque mesi della protesta davanti alla sede dell'UNHCR: la Tunisia non è un paese sicuro

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Di Riccardo Biggi, Valentina Lomaglio, Luca Ramello.

Dopo lo sgombero del sit-in, il futuro della manifestazione è incerto. L’evacuazione resta una possibilità lontana, e la maggior parte dei manifestanti potrebbe essere costretta a rimanere in Tunisia, subendo le discriminazioni di un sistema razzista. In questo articolo conclusivo del nostro contributo alla rubrica «Rifugiati nel limbo tunisino», ormai tornati in Italia, tiriamo le fila della situazione, ribadendo che la Tunisia non è un Paese sicuro per le persone in transito dall’Africa Sahariana e Subsahariana. Riflettiamo, inoltre, sui possibili sviluppi delle proteste delle persone in transito verso l’Europa, in particolare di rifugiati e richiedenti asilo. Riteniamo essenziale continuare a supportare queste proteste mantenendo alta la pressione mediatica, e lavorando affinché il sistema di illegalizzazione del movimento venga smantellato, a cominciare dalle politiche europee razziste di esternalizzazione delle frontiere e dalla Convenzione di Ginevra del 1951, strumento datato e inadeguato a gestire i flussi contemporanei.

Manifestanti a Rue du Lac 1, Tunisi. Foto di Riccardo Biggi, Valentina Lomaglio e Luca Ramello

La “fine” delle manifestazioni

Sabato 18 giugno 2022, alle otto del mattino, la polizia tunisina è arrivata in Rue du Lac con otto camionette per sgomberare il sit-in. Quando i manifestanti hanno opposto resistenza, la shurta (polizia in Arabo) li ha approcciati con bastoni di legno, forzando alcuni sulle macchine, mentre ne trascinava via altri. In meno di quindici minuti, la maggior parte dei manifestanti è stata allontanata dall’edificio dell’UNHCR lungo Rue du Lac, tra grida di aiuto e canti di protesta che chiedevano l’evacuazione. Pochi altri sono rimasti, dispersi, stanchi e senza speranze. Così, anche questi ultimi manifestanti sono stati vinti. Per tutti, compresi gli altri ricollocati in dei dormitori a partire da metà giugno, l’evacuazione è ora solo un sogno lontano.

Le soluzioni temporanee proposte da UNHCR sono state accettate per stanchezza e frustrazione, e le ultime resistenze sono state domate con la forza. I manifestanti sono stati vinti, ma è opportuno chiedersi che cosa hanno ottenuto: secondo alcuni, non tutto è perduto. H., uno di quelli rimasti, dice: “Non pensate che sia la fine. Ho parlato con il capo della polizia e ci ha autorizzato a venire qui, dal lunedì al venerdì, per continuare legalmente la nostra manifestazione. Dormiremo altrove, ma non smetteremo di chiedere l’evacuazione. Il sit-in non è finito“. Nonostante la collaborazione fra UNHCR e la polizia tunisina volta a neutralizzarle fisicamente, le proteste dunque continuano.

Veduta aerea del sit-in di Rue du Lac, prima dello sgombero. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello

Il sit-in ha “fallito”?

Perché l’evacuazione è una possibilità remota, se non impossibile? In primis, la gravità della situazione in Tunisia, non essendoci un conflitto armato, è di misura minore che in altri paesi, come per esempio la Libia. Questo giustifica, per gli stati occidentali e le Nazioni Unite, la limitatezza delle possibilità di ricollocamento. Inoltre, in un momento in cui la copertura mediatica è essenziale per suscitare la sensibilità delle opinioni pubbliche, il disinteresse mediatico rispetto ai diritti delle persone in movimento in Tunisia non aiuta nell’orientare le scelte dei governi in tema di ricollocamento.

Ricordiamo infatti che la guerra in Ucraina, raccontata minuto a minuto e con toni sensazionalistici dai media, ha portato l’Italia ad accogliere sul proprio territorio circa 99.788 persone. Lo conferma una dichiarazione di uno dei funzionari UNHCR che abbiamo intervistato, “la Tunisia non è una priorità per nessun Paese donatore che possa concedere l’evacuazione“. Non c’è quindi da stupirsi che la protesta di pochi rifugiati in Tunisia non sia stata in grado di motivare la creazione di piani di resettlement verso l’Europa. In secondo luogo, la politica di migrazione e asilo dello stato tunisino è in gran parte condizionata, o imposta attraverso logiche neo-coloniali, dall’UE. Così, mentre la Tunisia si sforza, senza tangibile successo, di proteggere i confini Europei, migliaia di Tunisini e Subsahariani tentano di passare la frontiera irregolarmente ogni anno.

Evacuazione e ricollocamento, quindi, sono strumenti limitati a poche persone, mentre le politiche europee tendono all’illegalizzazione del movimento della maggior parte di coloro che sognano l’Europa. Lo spiega un’altra delle nostre fonti, tra i più alti gradi della forza pubblica di un governatorato meridionale: “Tutto ciò che ha a che vedere con le frontiere sfugge al controllo del governo tunisino: il controllo è delle reti di contrabbando, del traffico di droga, armi e persone. La soluzione non è la polizia, le armi. Lo diciamo tutto il tempo. L’Italia ci dà gli equipaggiamenti, le imbarcazioni, i radar. Se interveniamo con questa strumentazione su un’imbarcazione in viaggio verso l’Italia… Cosa dovremmo fare? Uccidere le persone? Non è questa la soluzione. Noi implementiamo le direttive italiane, cerchiamo di ridurre le partenze e aumentare le intercettazioni in mare. Ma a cosa è servito tutto questo finora? Continuiamo ad avere migliaia di persone in partenza verso l’Italia dalle coste tunisine ogni anno. Non è questa la soluzione. Se si aiutassero le persone a trovare lavoro qui, se qui ci fosse cultura, le persone non sarebbero spinte ad attraversare il mare” .

Non tutti i rifugiati sono uguali

Persino UNHCR, in quanto agenzia intergovernativa delle Nazioni Unite, ha le mani legate dalle volontà politiche degli Stati del suo comitato esecutivo, in primis gli Stati occidentali che maggiori mezzi avrebbero per effettuare i ricollocamenti. In altre parole, UNHCR non ha potere effettivo di effettuare autonomamente un’evacuazione, né un reinsediamento in Paesi terzi, poiché queste decisioni rimangono nelle mani dei singoli Stati nazionali, che in linea generale rifiutano di accogliere chi emigra dall’Africa (e non solo). Mentre nell’UE i rifugiati ucraini ricevono l’asilo prima facie (lett. basato sulla prima impressione, ovvero riconosciuto automaticamente sulla base della nazionalità dei profughi) le persone africane in rotta verso l’Europa, pur fuggendo persecuzione, guerre e povertà, si trovano una porta sbarrata, è il caso di dirlo, anche questa volta prima facie.

Cucina improvvisata al sit in nei pressi della sede UNHCR a Tunisi. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello

Tunisia: frontiera europea

Rimane la realtà dei fatti: la Tunisia non è un paese sicuro, e al suo interno la libertà di movimento, anche a persone rifugiate o richiedenti asilo, è negata. A livello geopolitico, la Tunisia ha quindi la funzione di frontiera dell’Europa. Le persone in movimento che vogliono raggiungere l’Unione Europea sono bloccate in Tunisia attraverso disegni istituzionali che limitano la loro mobilità, rendendo illegali i loro spostamenti sia all’interno che al di fuori del Paese. A livello tanto istituzionale quanto socio-culturale, il razzismo è pervasivo. Il blocco del movimento avviene infatti primariamente attraverso pratiche di racial profiling – identificando cioè le persone da fermare sulla base del colore della loro pelle. A livello economico, il blocco delle persone migranti in Tunisia è alimentato da un sistema in cui attori specifici – funzionari statali, trafficanti e reti mafiose – ne guadagnano in termini di potere politico o vantaggi economici.
Il concetto stesso di “Paese sicuro” è fallace e strumentalizzato per fini non dichiarati di esclusione e marginalizzazione sociale. Infatti, nel contesto dei movimenti dall’Africa all’Europa, la considerazione di certi Paesi come sicuri serve principalmente a bloccare i flussi migratori, lungi dal corrispondere a un esame oggettivo della realtà politica e socioeconomica. Basti pensare che é di volta in volta l’esecutivo nazionale ad aggiornare la lista di Paesi considerati sicuri: scelta chiaramente influenzata da convenienze elettorali.

Scarpe di naufraghi recuperate dalla costa, al Museo della Memoria di Mohsen Lihidheb. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello

La Tunisia è un Paese sicuro? Chiedetelo ai rifugiati

La protesta dei rifugiati durante il sit-in è una manifestazione delle ingiustizie create da questo sistema. Tutte le testimonianze raccolte convergono sulla mancanza di fatto di protezione internazionale. “Dicono che la Tunisia è un Paese sicuro. Lo è, nel senso che c’è sicurezza. Ma se il Paese non mi accetta, come posso integrarmi? Come faccio a vivere qui? Questo è il punto. Se non mi viene data protezione e finisco a dormire per strada, come posso avere un futuro? Come posso essere utile a me stesso e alla società? Capite? Anche questi sono criteri per decidere se un Paese è sicuro o meno. Se non c’è possibilità di cure mediche, cosa faccio se ho problemi psicologici? Così si perde la sanità mentale. Come faccio a sentirmi vivo? Mi sento morto, anche se il mio corpo non è stato seppellito. Bisogna tenere conto anche di queste cose (quando si pensa al concetto di sicurezza, NDA).”

Eppure, anche UNHCR continua a considerare la Tunisia un Paese sicuro, non scoraggiando gli Stati membri a considerarla tale. Ma in mancanza di una legge sull’asilo, lo Stato tunisino non ha la capacità di occuparsi legalmente dei rifugiati. Questo vuoto giuridico delega la gestione dei rifugiati nel Paese all’UNHCR e ai suoi partner locali, creando un meccanismo di dispersione delle responsabilità tra attori internazionali e locali. R.B., consigliere comunale di Zarzis, ammette che il problema è duplice. Da un lato, è necessario rispettare gli accordi internazionali per la protezione internazionale, cioè la Convenzione di Ginevra, in particolare il diritto di movimento all’interno e all’esterno della Tunisia. Dall’altro, date le risorse limitate delle municipalità, non è possibile garantire più del minimo indispensabile alle persone migranti. Anche l’Agenzia delle Nazioni Unite, secondo R.B., “si trova in una situazione scomoda“, perché deve occuparsi dell’integrazione locale di una categoria di persone che non vogliono rimanere in Tunisia e per le quali non esistono possibilità effettive di incorporazione socio economica a livello locale.

Inadeguatezza della convenzione di Ginevra

La radice del problema, oltre che nelle relazioni di potere asimmetriche e neo-coloniali tra la sponda Nord e quella Sud del Mediterraneo, è poi da ricercare nell’inadeguatezza della Convenzione di Ginevra, che va ripensata in un mondo che non ha più molto in comune con quello del 1951, e con esso i flussi migratori al suo interno: flussi che oggi sono misti, con traiettorie complesse, in cui i Paesi di transito divengono destinazioni migratorie, le crisi si prolungano e diventano protratte o perpetue. Per dirlo con le parole confidenziali di una nostra fonte: “La Convenzione di Ginevra del 1951 è stata pensata per un mondo in cui i profughi della guerra nel Paese X si spostassero nel Paese Y fintanto che c’era la guerra, per poi tornare a casa loro. Il mondo di oggi è molto diverso, parliamo di crisi protratte e di migrazioni miste. Personalmente io credo che la gente dovrebbe avere la possibilità di andare dove vuole, non dovrebbero esserci frontiere. E soprattutto per quanto riguarda questi fenomeni di migrazione mista: se non c’è un cambio radicale della politica migratoria non se ne viene a capo. Questa é una mia visione personale, che non è di nessuna organizzazione: la Convenzione di Ginevra del 1951 è uno strumento inadeguato. Ci vuole veramente una politica migratoria globale diversa per gestire le migrazioni di oggi”.

Cassa dei reclami al centro UNHCR di Zaytouna, nelle vicinanze di Zarzis. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello

Vulnerabilità: un’altra etichetta per ridurre la protezione internazionale

La commistione tra il sistema di asilo e le politiche di contrasto alla migrazione irregolarizzata ha creato un clima di avversione aprioristica alla libertà di movimento, in cui il diritto alla circolazione è percepito come un privilegio di pochi. Il risultato è l’esclusione di precise categorie di persone, soprattutto provenienti dall’Africa, dal godimento del diritto alla libera circolazione. Da un lato, il sistema di asilo consente movimenti ridotti e parziali a gruppi di persone considerate vulnerabili. Tuttavia, questi rimangono una minoranza, la cui identificazione come aventi diritto allo status di rifugiato si basa su criteri perlomeno datati.

Allo stesso tempo, il numero di persone che possono essere giudicate “vulnerabili” e quindi ottenere legittimamente l’asilo politico è aumentato esponenzialmente con l’aumentare non solo delle possibilità di movimento dovute alla globalizzazione, ma soprattutto a causa di crescenti conflitti regionali. Nelle pratiche e nelle politiche umanitarie relative alla migrazione forzata, la vulnerabilità ha progressivamente assunto la funzione di un’etichetta statica per classificare gruppi o individui come vulnerabili, concedendo loro procedure, privilegi o protezioni specifiche. Solo poi ad una minuscola frazione di loro è garantita una protezione e un’assistenza efficiente, nonché una via di emigrazione legale dal paese.

La definizione di individui vulnerabili del Manuale di reinsediamento di UNHCR, ad esempio, rispecchia esperienze e rivendicazioni dei manifestanti di Rue du Lac, almeno per il fatto di essere rimasti 5 mesi per strada a manifestare. Eppure, mentre tutte lamentano mancanza totale di protezione, la stragrande maggioranza non è formalmente riconosciuta come avente diritto al resettlement. Se l’Agenzia per i rifugiati non si aspetta un aumento dei posti dedicati al ricollocamento, sgonfia artificialmente il numero di persone che valuta come vulnerabili a tal fine, indipendentemente dal peggiorare delle loro condizioni di vita.

Le sette categorie per cui il ricollocamento è possibile secondo il manuale di reinsediamento di UNHCR: 1. Bisogno di protezione legale e/o fisica; 2. Sopravvissuti a Tortura e/o violenza; 3. Necessità mediche; 4. Donne e ragazze a rischio; 5. Riunificazione familiare; 6. Bambini e adolescenti a rischio; 7. Assenza di soluzioni alternative previsagibili. A partire dai risultati della nostra ricerca, tutti i manifestanti del sit in rientrano in almeno una di queste categorie. (Fonte: UNHCR, UNHCR Resettlement Handbook)

Precisi accordi e politiche sono stati quindi disegnati per disperdere la responsabilità di questi destini, ostacolando la chiara identificazione delle persone bisognose di protezione e creando discriminazioni burocratiche ulteriori, in grado di giustificare il diniego alla maggior parte di loro del diritto umano a lasciare qualsiasi paese. La riluttanza degli Stati di reinsediamento ad aumentare le proprie quote di accoglienza viene nascosta e resa opaca dalla delega a UNHCR a stabilire l’ammissibilità in base a criteri di vulnerabilità. La chiusura delle frontiere ha quindi l’effetto di limitare e ridurre qualsiasi mobilità, compresa quella degli aventi diritto alla protezione internazionale.

Due mani unite come simbolo di solidarietá interculturale in un graffiti a Tunisi. Foto: Biggi, Lomaglio, Ramello

Cosa succederà dopo le proteste?

A nostro giudizio, il sit-in di Rue du Lac non ha fallito per almeno due motivi: il primo, è che nonostante le difficoltà, i manifestanti non si arrendono. Inoltre, il sit-in è riuscito a richiamare l’attenzione di UNHCR su un gruppo di persone che altrimenti sarebbero rimaste inascoltate per molto tempo. Ha fatto modo che l’Agenzia fornisse un riparo temporaneo e cibo a quasi duecento persone, dando loro la possibilità di riaprire eccezionalmente il proprio caso di asilo.

Inoltre, il sit-in rappresenta una manifestazione del più ampio fenomeno di protesta transnazionale per i diritti umani e in particolare per il diritto alla libera mobilità. Ci sono infatti altre proteste simili nel resto del Nord Africa. Queste proteste hanno per collante il fatto che i manifestanti appartengono alla stessa categoria di persone illegalizzate. Non dobbiamo sottovalutare il potere di trasformazione di queste proteste nel lungo periodo, nonostante le difficoltà attuali.

Non è da escludere che proteste come quella del sit-in di Rue du Lac possano crescere, in condizioni favorevoli. Come si legge in un rapporto della FTDES: “Nonostante le difficoltà politiche, sociali ed economiche in cui si dibatte il Paese, la Tunisia potrebbe essere il laboratorio di un nuovo tipo di accoglienza. In questa terra di arrivi, transiti e partenze, dove coloro che emigrano condividono lo stesso destino di coloro che immigrano, i viaggi che si intersecano e si sovrappongono di coloro che rivendicano dignità e diritti potrebbero essere l’occasione per una rivendicazione condivisa di giustizia transnazionale“. Certo, gli stranieri non sono gli unici migranti in Tunisia, ma potrebbero dare nuova forza a una rivendicazione che appartiene a tutti gli africani, indipendentemente dalla loro origine.