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Riforma della cittadinanza, movimenti e società

Quali ragioni di una disaffezione?

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La riforma della legge sulla cittadinanza è tornata al centro del dibattito politico. È in discussione alla Camera la proposta ius scholae, elaborata dall’on. Brescia, presidente della Commissione affari costituzionali. Non si tratta di una rivisitazione complessiva della legge attuale: la proposta riguarda solo chi nasce in Italia o arriva prima dei 12 anni, è vincolata alla frequenza scolastica ed è condizionata al rispetto di ulteriori requisiti. L’approdo in aula del testo è accompagnato da un’intensa discussione istituzionale; da un paio di settimane i media vecchi e quelli nuovi sono attraversati, senza soluzione di continuità, da commenti, testimonianze, dichiarazioni, scontri anche molto polarizzati.

C’è una nebulosa di organizzazioni, associazioni, attivistə che si mobilitano per l’approvazione della riforma, non di rado sottolineando la sua ridotta portata. Ad esempio le campagne Dalla parte giusta della storia e Noi siamo pronti, e voi? sono sintomatiche dell’attivazione diretta delle persone escluse dalla cittadinanza. Il protagonismo di chi ha a vario titolo background migratorio è la cifra dominante delle mobilitazioni sviluppate in queste settimane da soggetti, reti, percorsi differenti. Allo stato questa attivazione non ha carattere generale: è prodotta soprattutto da attivistə di lungo corso; fatica a diventare occasione per mobilitazioni diffuse e sviluppo di alleanze su larga scala. Se confrontato con l’energia di piazza che ha finora accompagnato l’iter parlamentare del cd. Ddl Zan, il tema della cittadinanza è finora accolto con temperature per lo meno tiepide.

È vero che la discussione sullo ius scholae arriva in una fase complessa. È altrettanto vero che, nonostante il lungo periodo non facile, intorno ad alcuni temi – ecologia radicale e transfemminismi su tutti – si registrano, in molti contesti, mobilitazioni importanti, anche molto innovative. Intorno al tema della cittadinanza non si registrano, a oggi, iniziative diffuse – di sostegno o di critica – nonostante l’assoluta rilevanza del tema: la legge che definisce i criteri per l’ottenimento della cittadinanza italiana è uno dei simboli delle disuguaglianze, delle asimmetrie di potere e del razzismo strutturale. Perché finora lo ius scholae è accompagnato da una sostanziale freddezza dei movimenti e del tessuto sociale?

1. Una proposta a corto raggio

Il perimetro del testo in discussione alla Camera è stretto e scomodo. Lo ius scholae non rappresenta un’ipotesi di riforma generale della disciplina della cittadinanza. Se approvato definitivamente, migliorerebbe le condizioni di vita delle persone che matureranno i requisiti richiesti, strettamente legati alla frequenza scolastica, alla nascita in Italia e all’arrivo prima del dodicesimo anno. Per contro, il testo non incide sulla condizione dellə adultə – tra i gruppi sociali più vessati dall’attuale legge sulla cittadinanza. Non si tratterebbe, nel complesso, di un superamento della normativa vigente, vecchia di trent’anni, escludente e classista, ma di una sua parziale modifica.

Il basso calibro della potenziale proposta è probabilmente uno dei motivi che contribuisce alla poca mobilitazione intorno allo ius scholae. In aggiunta, gli spazi di manovra per immaginare un significativo miglioramento del testo sono esigui: la proposta è diretta espressione dell’attuale composizione del parlamento. Non stupisce che, intorno a una nuova legge dal carattere parziale ed escludente, non ci siano ampie manifestazioni a sostegno. Può sorprendere, più che altro, che – al di là delle interessanti iniziative sviluppate da quelle che sono, in maniera semplicistica, definite seconde generazioni – non ci siano altre attivazioni a carattere intermedio, per una riforma della cittadinanza anche al di là dei contenuti dello ius scholae. Nel suo Un mondo da guadagnare, Sandro Mezzadra introduce un tema utile per leggere la fase attuale. Sostiene che l’argomento cittadinanza nel corso degli anni sia stato spremuto nel dibattito critico. In effetti, soprattutto dal punto di vista accademico – ma anche, in alcune fasi, dalle prospettive dell’attivismo – è stato largamente analizzato, scomposto, riassemblato. Questa continua torsione e usura hanno probabilmente contribuito al suo logoramento. Sono indispensabili nuovi slanci, nuovi assemblaggi, nuove rotture.

2. Quale composizione sociale?

In aggiunta, è riscontrabile un ambivalente relazione di lungo periodo tra i movimenti sociali e il tema della cittadinanza legata alla composizione sociale – vera o presunta – delle persone che si mobilitano per la riforma della cittadinanza. La riforma dei criteri per diventare Italianə è percepito come un tema che riguarderebbe soprattutto le élites dei non-cittadinə. La ragione di questo equivoco è in parte spiegabile con la composizione sociale delle organizzazioni espressione delle cd. nuove generazioni di italianə, non di rado frequentate anche – ma non esclusivamente – da persone a elevata scolarizzazione e cresciute in contesti non modesti dal punto di vista socioeconomico. In questa rappresentazione – molto spesso stereotipata – le mobilitazioni per la riforma della cittadinanza avrebbero un taglio intrinsecamente borghese: l’acquisizione della cittadinanza sarebbe soprattutto il desiderio dellə figliə dell’upper class in competizione con lə pari grado italianə ed europeə.

In questo schema ci sono due equivoci di fondo. Il primo riguarda lə attivistə delle seconde generazioni. Rappresentarlə come espressione univoca del ceto medio è semplicistico e fuori fuoco. Molte delle organizzazioni sono composte anche dal diretto protagonismo di persone espressione dei ceti sociali subalterni. In seconda battuta – e il nodo è decisivo – la linea della cittadinanza separa, discrimina, disciplina anche chi appartiene a ceti sociali non subalterni. Per questa ragione, il pregiudizio di classe che non di rado configura una diffidenza di fondo nei confronti di questa tipologia di mobilitazioni va discusso pubblicamente. La cittadinanza non è soltanto una battaglia di principio. Ha una rilevantissima dimensione materiale: l’esclusione dalla cittadinanza produce profonde asimmetrie di reddito e di opportunità.

3. Calibrare la postura

In chiusura, la mancata attivazione diffusa intorno al tema cittadinanza può probabilmente essere letta anche alla luce della poca attitudine alla conquista di nuovi diritti nel tempo presente. Viviamo un periodo complesso, nel quale può essere molto difficile immaginare che si possano esprimere posture offensive – finalizzate non alla difesa dell’esistente ma all’ottenimento di nuove possibilità. Quando, negli ultimi anni, è stato necessario mobilitarsi sui temi delle politiche migratorie e in difesa dei diritti sotto attacco – come nel 2018 contro il cd. primo decreto Salvini – in molti contesti territoriali le iniziative di piazza sono state corpose, partecipate, intense. Al contrario, facciamo più fatica ad attivarci quando all’orizzonte non c’è la difesa dell’esistente ma l’immaginazione e la pratica di nuovi orizzonti.

Non se ne esce se non con un intenso allenamento collettivo. Il dibattito intorno allo ius scholae può essere un’occasione per interrogarsi e discutere su larga scala, in maniera non corporativa e non difensiva. Il perimetro segnato dalla proposta in discussione è stretto e inospitale, e nell’attuale scenario politico si naviga controvento. In ogni caso – a prescindere dall’esito dell’iter in corso – il tema della cittadinanza tornerà ad affacciarsi nel dibattito pubblico. Ciclicamente, la necessità di immaginare una forma di cittadinanza radicalmente distante dalle miserie del presente riemerge: è uno scoglio inaggirabile. È il caso di farsi trovare pronti, in stretta alleanza con le soggettività – organizzate e non – che fanno diretta esperienza della razzializzazione, per immaginare percorsi politici ad ampio spettro – lontani da ogni discorso, pratica, postura di retroguardia – che consentano di ribaltare l’attuale legge sulla cittadinanza e mettere in discussione le sue coordinate ideologiche e materiali.

Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.