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Frame dal documentario sulle attività solidali del Grupa Granica
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Terminata la costruzione della barriera anti-migranti sul confine tra Polonia e Bielorussia

Gli attivisti contro il muro: «Nessuna recinzione potrà fermare le persone»

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«Nessun muro, nessuna recinzione può fermare le persone che vogliono salvare la propria vita e la propria salute. Questa struttura drammatica, questo simbolo di iniquità, di crudeltà, viene scavalcata e, a quanto pare, anche tagliata», scrive un’attivista polacca con lo pseudonimo di Marianny, autrice sul media indipendente Oko.press di una rubrica intitolata il “Diario di Marianny”, il cui primo episodio risale all’8 ottobre 2021. 

Sono passati 9 mesi e diversi report hanno descritto dettagliatamente la situazione di vessazioni e torture al confine e le operazioni di soccorso del gruppo di attivisti verso i rifugiati bloccati nelle zone di confine tra la Polonia e la Bielorussia. 

Marianny vive nell’estremo nordest del Paese, nella regione della Podlachia. Insieme ad altre persone solidali, dallo scorso anno gestisce le azioni di soccorso civico nei pressi della frontiera. Cercano di mettere in salvo dalla fame, dal freddo, dalle violenze e persino dalla morte gli uomini, le donne e i bambini che sono riusciti a entrare in Polonia. 

In quella zona è stato eretto un muro, o meglio come lo descrive lei «un recinto».
«Sono cinque metri di altezza per 150 chilometri. Si snoda attraverso i campi e i prati di Podlasiu, la foresta di Białowieża. Da lontano, sembra un piccolo recinto, ma da vicino è travolgente».

Le autorità guidate dal primo ministro Morawiecki e dal ministro della difesa nazionale Blaszczak hanno ampiamente gestito che il 2 luglio è terminata la costruzione della barriera costata almeno 350 milioni di euro. Hanno utilizzato la retorica della guerra, definendo lo «stallo dei migranti visto durante i mesi invernali al confine con la Bielorussia» come il «primo segnale della guerra tra Russia e Ucraina».

Orgogliosi hanno poi affermato che il completamento della «barriera per prevenire l’immigrazione illegale», avrà un impatto significativo sulla sicurezza dell’intero Paese e che nessun migrante riuscirà a oltrepassarla.

Ma è davvero così? Marianny scrive che il 3 luglio hanno ricevuto richieste di aiuto da più di 50 persone che erano riuscite a crearsi un varco e passare. Questo, prosegue l’attivista, è un numero che cresce costantemente da qualche tempo.

Le loro operazioni di soccorso avvengono di giorno e di notte. Le coordinate permettono alle attiviste di trovare le persone bloccate nella foresta, ma non sempre i migranti riescono a fornirle e in molte occasioni sono occorse delle ore per individuare le persone disperse e aiutarle.
Nei report di Marianny sono annotati i particolari delle azioni di soccorso. Emergono le titubanze dei migranti quando fortuitamente incontrano il gruppo di attivisti in perlustrazione. «Il padre ha avuto solo esperienze da incubo con i polacchi, è stato respinto attraverso il filo spinato della rete già 8 volte con i suoi figli, le guardie polacche hanno distrutto il suo telefono. Eppure si è fidato di noi, di me. Che disperazione deve essere».

I telefoni vengono sequestrati o rotti dalla polizia polacca, le persone picchiate e respinte in modo del tutto illegale. Non è facile muoversi in gruppo, cercare di essere silenziosi e sfuggire ai pattugliamenti, quando sono dispiegati circa 30.000 uomini tra poliziotti ed esercito. Ma le operazioni sono pianificate in ogni dettaglio, il sostegno di persone del luogo è fondamentale per avvertirli della presenza della guardie di frontiera e diminuire il più possibile il rischio di farsi catturare. 

La zona a ridosso del confine dal primo luglio è tornata ad essere un’area “libera”: gli attivisti non possono ancora avvicinarsi del tutto, ma ora i cartelli delimitano “solo” un’area a 200 metri dalla linea di confine. Le persone solidali di “Grupa Granica” e “No to the wall” lo stesso giorno si sono dati appuntamento all’ingresso del parco di Białowieża per un’iniziativa contro il muro e per commemorare le vittime dei respingimenti. Sono stati ripresi dalle videocamere, i poliziotti in borghese hanno cercato di fingersi dei giornalisti e di confondersi tra i manifestanti.

Ci sono ancora molti militari e poliziotti, e anche dei turisti che si trovavano in zona hanno denunciato un atteggiamento aggressivo e di aver subito intimidazioni. La barriera attualmente più lunga d’Europa rimane sullo sfondo.

L’Unione europea non ha fatto nulla per fermare la sua costruzione, anzi ha avallato la tesi della “guerra ibrida” tanto cara al governo polacco. Un discorso pubblico estremamente pericoloso maneggiato con troppa superficialità da analisti e anche dai giornalisti, e che infatti ha tenuto banco all’ultimo vertice NATO di Madrid dove nel documento finale per “aggiornare” l’analisi sui fenomeni migratori si è inserito il concetto di “strumentalizzazione delle migrazioni”, un altro modo per dire che le migrazioni possono minacciare la sovranità di un Paese. Come se i migranti in fuga fossero pedine nella mani di qualche dittatore, omettendo che sono stati proprio i governi che fanno parte della NATO i primi a sottoscrivere accordi criminali, da quello con la Libia a quello con la Turchia (paese non di poco peso nell’alleanza atlantica) o con il Marocco, e rendere invivibili e pericolosi buona parte dei territori da cui partono i migranti.

In questo quadro – riporta sempre Oko.press – non stupisce che la Lituania pagherà 152 milioni di euro e la Lettonia altri 29,56 milioni di euro per allungare il muro. Del resto, secondo un calcolo pubblicato nel 2020 del centro studi Transnational Institute (TNI), dal 1990 al 2019 ai bordi dell’Unione Europea e nell’area Schengen sono stati costruiti circa un migliaio di chilometri di barriere: circa sei volte la lunghezza del Muro di Berlino, per una spesa totale di oltre 900 milioni di euro. La guerra ai migranti è un doppio affare, lo sanno bene i partiti politici non solo di destra e le società di mezzo mondo che forniscono sistemi sempre più sofisticati per bloccare e impedire il diritto fondamentale alla mobilità umana.

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org