Photo credit: Ongi Etorri Errefuxiatuak Bizkaia
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Un mese dopo Melilla: gli orrori di cui non si parlerà mai abbastanza

Un’inchiesta dell’Associazione Marocchina per i Diritti Umani (AMDH) rivela l'esatta dinamica del massacro, gli antefatti e le conseguenze

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A un mese dai gravissimi fatti tra il confine marocchino e quello dell’enclave spagnola di Melilla, dove almeno 27 persone hanno perso la vita nel tentativo di attraversare la recinzione che separa i due paesi, dettagli e retroscena inquietanti vengono svelati da un’inchiesta dell’AMDH – la principale associazione marocchina che si occupa di diritti umani – presentata a Rabat il 20 luglio. Come emerge dall’inchiesta, si è trattato di una violenza ingiustificata e premeditata, con l’uso delle vite delle persone come merce di scambio nelle relazioni tra Spagna e Marocco.

Una difficile opera di ricostruzione, ostacolata secondo le dichiarazioni dei portavoce di AMDH, dalle operazioni per insabbiare le prove da parte delle autorità marocchine che, con la complicità della polizia di frontiera spagnola, il 24 giugno scorso si sono accanite contro il movimento di circa 2 mila persone che voleva scavalcare la frontiera.

L’associazione sostiene che la maggior parte di coloro che hanno preso parte all’attraversamento provengono da zone di conflitto, come Sudan, Sud Sudan e Ciad, e avrebbero pertanto diritto alla protezione internazionale.

Gli antefatti: una violenza ricorrente

Secondo l’inchiesta, nei mesi precedenti all’evento gli accampamenti informali di migranti nelle vicinanze di Nador, la città marocchina più vicina a Melilla, erano stati attaccati più volte da diversi corpi di polizia marocchina. Gli episodi più violenti si sarebbero verificati tra il 7 e il 15 aprile, il 13 maggio, e il 17-20 giugno. L’obiettivo era far allontanare le persone dal confine per prevenire tentativi di traversata.

Queste operazioni sono state caratterizzate da violenza diffusa e atti contrari ai diritti umani: inseguimenti, arresti, sequestro e distruzione di beni. Inoltre, dalla metà di maggio, le autorità marocchine avrebbero incitato i commercianti della zona a non vendere nulla alle persone residenti nei campi, incluso il cibo, mentre i rubinetti pubblici da cui si rifornivano sono stati chiusi.

Secondo l’AMDH, la recente stretta sulle persone straniere in prossimità del confine è legata alla normalizzazione delle relazioni con la Spagna e al conseguente rafforzamento del ruolo di deterrenza assunto dalle forze dell’ordine marocchine, probabilmente discusso in sede di negoziato.

In seguito ai numerosi attacchi tra aprile e giugno, molte persone avevano lasciato gli accampamenti per spingersi a sud, soprattutto nella regione limitrofa del monte Gourougou. Il 23 giugno, le autorità hanno presumibilmente ricevuto l’ordine di sgomberare quello che ne restava: le persone accampate sarebbero infatti state intimate a lasciare il campo entro 24 ore. Il largo dispiegamento di centinaia di forze dell’ordine ha però incontrato quel giorno una resistenza inaspettata da parte dei/delle migranti, che hanno risposto lanciando pietre alla polizia che utilizzava gas lacrimogeni per disperdere la folla. Ci sono stati diversi arresti, mentre molti feriti si sono dispersi per evitare di essere catturati.

Emergono i non detti sulla repressione del 24 giugno

Il 24 giugno, dopo lo sgombero, un gruppo di circa 1.500 persone si è diretto verso Melilla. L’inchiesta rivela che i manifestanti non avevano portato con sé pietre e bastoni con cui si erano opposti alla polizia il giorno prima: il loro intento era quello di attraversare il confine, senza scontri diretti con le autorità. La reazione della polizia è stata quindi una violenza totalmente arbitraria: l’AMDH sostiene che avesse l’obiettivo ben preciso di cogliere le persone disarmate nell’atto di varcare il confine per colpirle:

Sembra che [le autorità] li aspettassero alla barriera della città occupata di Melilla per scontrarsi con loro, e qui si pone una domanda: perché le autorità avrebbero utilizzato ogni mezzo per disperderli nei giorni precedenti, e non sono intervenute mentre avanzavano verso la recinzione? Questo cambiamento nella strategia delle forze dell’ordine può essere spiegato soltanto dal fatto che volevano sfruttare il vantaggio offerto dalla loro posizione geografica, e dopo che i rifugiati avevano abbandonato bastoni e pietre […]. [le autorità marocchine] avevano uno scopo ulteriore, cioè quello di dimostrare alla controparte spagnola fino a che punto sono disposte a utilizzare qualsiasi mezzo per fermare il flusso di migranti quando le relazioni tra Rabat e Madrid sono buone.”

Questa ipotesi è supportata dal fatto che pochi mesi prima, tra il 2 e il 3 marzo e poi ancora l’8, un gruppo ben più numeroso di 2.500 persone ha tentato un attraversamento di massa, incontrando una resistenza molto più blanda da parte della polizia marocchina: con nessun morto e qualche ferito, ben 900 persone sono riuscite a passare dall’altra parte della barriera. All’epoca, le relazioni tra Spagna e Marocco erano ancora in stallo: non è un caso quindi che dopo la distensione la reazione delle autorità marocchine a un evento simile sia stata così diversa.

Per questo, quando i migranti hanno iniziato a scalare la recinzione durante la mattina del 24 giugno, la violenza che ne è seguita era probabilmente inaspettata. La polizia ha utilizzato fumogeni e pietre contro chi si arrampicava, causando i primi morti e feriti. Altre persone, affrettatesi nella scalata per non essere colpite, sono morte cadendo dalla recinzione, in particolare dopo che i gas fumogeni lanciati dalla polizia ne hanno provocato l’offuscamento della vista.

Alle 10.30 è iniziato quindi l’attacco vero e proprio a chi era ancora a terra, con cariche e pestaggi contro la folla. AMDH denuncia che in quei momenti la polizia si è accanita contro persone già ferite e che mostravano difficoltà a respirare, mentre per più di un’ora nessuna ambulanza è giunta a prestare soccorso. La maggior parte dei feriti ha dovuto aspettare a lungo prima di ricevere cure: il primo compito del personale giunto sul posto è stato quello di portare via i cadaveri.

Diverse testimonianze e video raccolti da AMDH mostrano come i migranti allontanati dalla barriera venivano ammanettati e picchiati, e poi ammassati per terra, gli uni sugli altri, inclusi i morti e i feriti. Anche la Guardia civile spagnola, dall’altro lato del filo spinato, partecipava al massacro lanciando gas ed esplosivi.

Alle 4 di pomeriggio, sono arrivati 9 bus per deportare circa 500 persone, tra cui anche dei feriti, in aree diverse, alcune distanti fino a 12 ore di viaggio, tempo durante il quale non è stato prestato soccorso medico a chi riportava ferite. Almeno uno di loro è morto durante il viaggio.

L’occultamento delle prove

Fin da subito, AMDH Nador ha denunciato il tentativo delle autorità di sbarazzarsi in fretta dei cadaveri, seppellendoli in fosse anonime e senza autopsia. Ad alcuni giornalisti stranieri che, in seguito a questa denuncia, si sono recati sul posto sé stato impedito l’accesso al cimitero. Gli attivisti di AMDH che si sono recati in obitorio testimoniano la presenza di circa 15 corpi per terra, in una maniera definita “umiliante”. In seguito, le visite all’obitorio sono state proibite.

Il tentativo delle istituzioni marocchine e spagnole di condizionare l’opinione pubblica addossando gli eventi alla presenza di trafficanti di esseri umani è stato deplorato da AMDH, che precisa come la decisione di varcare il confine sia stata presa in maniera autonoma dai migranti. Si tratta solitamente di una decisione di ultima spiaggia per chi non può permettersi di pagare ai trafficanti il viaggio via mare.

Inoltre, denuncia l’associazione, le reti di trafficanti di esseri umani non erano presenti a Nador fino al 2017, dopo la costruzione della quarta recinzione al confine con Melilla, difficile da attraversare perché dotata di lame e filo spinato. Con il rafforzamento di questa barriera, il traffico via mare si è incrementato: è quindi un diretto risultato delle politiche migratorie europee, spagnole e marocchine.

Mentre i veri responsabili sono impuniti, i migranti vengono criminalizzati

L’inchiesta descrive le responsabilità che dovrebbero essere imputate alle autorità marocchine e spagnole. Innanzitutto la violazione del diritto di asilo con respingimenti arbitrari, in particolare riferita a chi proviene da zone di guerra e non ha ricevuto nessun riconoscimento di protezione. Come già denunciato nel 2021 da AMDH, le autorità marocchine strappano spesso i documenti per la richiesta di asilo in possesso dei profughi che vengono catturati per essere deportati al confine algerino. La maggior parte di coloro che sono riusciti a varcare il confine sono invece stati espulsi dalla Spagna senza poter presentare domanda di asilo.

I fatti del 24 giugno includono violazioni diverse dei diritti umani: diritto alla vita, sparizioni forzate – più di 64 persone risultano disperse, omissione o ritardo di soccorso medico e mancanza di assistenza umanitaria. Più in generale, i migranti in Marocco e in particolare nell’area di Nador subiscono discriminazioni, istituzionali e non, per via della loro provenienza, che non consentono loro l’accesso a un’abitazione e a condizioni di vita dignitose.

Mentre questi reati restano impuniti, la criminalizzazione dei migranti non si è arrestata alla violenta repressione. 65 persone arrestate il 24 giugno sono state perseguite penalmente, e sono state assistite dai legali di AMDH. 36 di loro sono comparse di fronte al giudice il 27 giugno con le accuse di oltraggio e uso della forza contro pubblico ufficiale in esercizio delle proprie funzioni, minaccia alla sicurezza pubblica di persone e proprietà, possesso e uso di arma bianca, organizzazione e aiuto di entrata e uscita clandestina dal territorio nazionale. Il 19 luglio è arrivata la condanna a 11 mesi di reclusione e al pagamento di multe.

Le altre 29 persone sono state accusate, oltre a quelli appena menzionati, di crimini ancora più gravi, come concorso alla formazione di un gruppo criminale, rapimento e ostaggio. Uno di loro era minorenne ed è stato rilasciato il 5 luglio. Queste azioni legali sono avvenute in violazione del diritto a un equo processo, con il ricorso esclusivamente a relazioni della polizia giudiziaria, in cui erano contenuti diversi errori sulle nazionalità dei detenuti. Alcune persone sono comparse dinanzi al giudice con ferite evidenti, e la richiesta della difesa di conoscere le circostanze di questi ferimenti è stata rifiutata.

Photo credit: Ongi Etorri Errefuxiatuak Bizkaia

L’appello di AMDH

Da anni, in Marocco si consumano violazioni dei diritti umani e dei rifugiati, per effetto diretto di politiche di esternalizzazione delle frontiere europee. Precisando che l’inchiesta finora presentata è da considerarsi preliminare nell’indagare tutte le responsabilità per gli eventi del 24 giugno scorso, i rappresentanti di AMDH chiedono:

  • Che l’Unione Europea e i suoi Stati membri, in particolare la Spagna, adempiano ai loro obblighi internazionali di protezione dei migranti e richiedenti asilo, e cessino ogni forma di sostegno fornita al Marocco, compreso il supporto materiale, logistico e politico, al fine di svolgere la missione di guardia del sud confini dell’Unione Europea;
  • La divulgazione da parte dello Stato marocchino delle informazioni in suo possesso sui dispersi e lo stop alle deportazioni arbitrarie dei richiedenti asilo finalizzate ad allontanarli forzatamente dai confini con l’Europa;
  • Il rilascio immediato e la cessazione del processo contro i migranti che sono stati arrestati venerdì, con il perseguimento dei veri responsabili della tratta e delle reti di traffico di esseri umani, che prosperano ogni volta che i controlli vengono rafforzati e le frontiere militarizzate;
  • L’adozione di una vera politica di immigrazione e asilo basata sul rispetto della dignità umana dei migranti e dei richiedenti asilo, in particolare per coloro che provengono dal nostro continente nero e che sono esposti a ogni forma di violenza, discriminazione e razzismo a causa del colore della loro pelle, in totale contrasto con i discorsi e le dichiarazioni esistenti che considerano il Marocco un “modello” nel campo della gestione delle pratiche migratorie nella regione”.

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.