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Dieci anni di lavoro in agricoltura: testimonianza di Gurpreet

Un reportage dall'Agro Pontino alla Piana di Gioia Tauro

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L’intervista a Gurpreet Singh, ex lavoratore agricolo, ora mediatore ed operatore sociale presso Caritas Latina, si inserisce all’interno del più ampio reportage di Selene Lovecchio attraverso i principali luoghi di sfruttamento bracciantile nel centro-sud Italia.

D. Per quanti anni hai lavorato nei campi?

R. Nove anni, ho iniziato a fine del 2011. Sono arrivato in Italia a ottobre 2011 e dopo un mese ho iniziato perché mio padre aveva perso il lavoro e c’era bisogno di soldi.

Come sei venuto a conoscenza della possibilità di lavorare nei campi?

Mio padre una volta lavorava in quest’azienda agricola, poi lui se ne è andato via da lì, aveva conoscenze con una persona, un “capo indiano”, mio padre mi ha portato da lui, abbiamo chiacchierato e ho iniziato a lavorare lì nell’azienda.

Quando dici “capo indiano” chi intendi? Perché molti quando parlano delle difficoltà d’integrazione o della difficoltà a rendere le persone consapevoli dei propri diritti tirano fuori l’argomentazione del sistema gerarchico delle caste in India e che si è abituati a riferirsi ad un “capo”, è davvero così?

Non c’entra niente con quello. Gli unici capi di cui parlo sono gli intermediari che indirizzano il lavoro e che dobbiamo seguire. E il capo c’è a prescindere dal sistema a cui siamo abituati o non abituati. Il datore di lavoro sceglie una persona in gamba e lo paga di più, per fare in modo che gli altri connazionali lavorino meglio e più velocemente.

Te lo chiedo perché mi interessava chiarire questa cosa con te. A volte a me sembra che ci si approfitti del fatto che ai lavoratori stranieri “va bene così”, essere pagati 4 o 5 euro l’ora invece che 8/9. Secondo te è davvero così difficile far capire tale diritto?

In India però non è così. È esattamente come qua, in India ognuno lavora per conto proprio nella propria terra. Non c’è alcuna differenza. Le persone qua lavorano per quattro euro innanzitutto perché in quanto indiano non è facile a prescindere trovare un lavoro dove ti pagano anche sei euro l’ora. Adesso è leggermente aumentato perché è aumentato tutto, il petrolio, l’olio al supermercato.

Inoltre, se una persona è irregolare non ha tante possibilità, quasi nessuna se non appoggiarsi alla rete migratoria già presente. Se qualcuno deve lavorare, deve accontentarsi. Le persone contraggono un debito per venire qua e già devono ripagare quello quindi non hanno il tempo di integrarsi prima, altrimenti come andrà a pagare il debito?

La gente poi quando arriva qua non sa le regole o come funzionano le cose. Le persone quando arrivano dall’India hanno solo un piano: lavorare.

Secondo te cosa fa davvero l’integrazione? La narrazione spesso è meravigliarsi davanti alle donne che abbandonano gli abiti tradizionali e che iniziano a mettere i leggings, ma io non credo sia questa l’integrazione. Ricorda tanto il discorso della donna musulmana che una volta che si toglie il velo è integrata. Secondo te quali sono i reali modi per integrare la comunità straniera?

Questa è un’ossessione: tutti dobbiamo assomigliare, ma perché?

Alla fine certo che tu abbandoni le tue tradizioni, ma più per paura. Provieni da un paese con tradizioni diverse e ti senti dunque un po’ a disagio. Per esempio, da voi non ci sono “gesti di rispetto” per le altre persone. Ad esempio: a scuola dove andavo io, per rispettare chi era più grande di noi, tocchiamo i piedi come gesto. E questa cosa non risuona strana? Dunque non lo facciamo, qua ti sentiresti troppo a disagio. Se faccio questo gesto chissà cosa potrebbero pensare e mi considererebbero un ignorante.

Riguardo i vestiti invece, è proprio un’ossessione, perché se vai in India anche nelle città grandi le donne si vestono in modo diverso rispetto magari ai villaggi, non è solo qua in Europa e non è simbolo dei vestiti europei e si vestono come ti vesti te. E non c’entra niente con l’integrazione cambiare i vestiti.

Integrare vuol dire, secondo me, essere consapevole di dove sei, in quale paese;, la lingua quindi è la prima cosa perché il rischio è essere preso in giro. Bisogna essere consapevole della cultura, dei propri diritti e uscire dalla tua propria comunità, conoscere le persone italiane. Cambiare vestiti è una cosa che una persona fa quasi per paura di sentirsi troppo diverso, ma non cambia comunque niente, la gente ti guarda con occhi diversi a prescindere ,perché sei straniero.

Gli indiani qui possono anche cambiare vestiti ma magari son qui da 30 anni e non conoscono nessun italiano o molti italiani nemmeno sanno della loro esistenza, né si interessano delle condizioni di sfruttamento, fanno finta di niente. C’è una totale mancanza di scambio.

Tornando al 2011, puoi raccontarmi un po’ com’è stata la prima azienda in cui hai iniziato a lavorare?

Per me era una cosa normale, avevo trovato un lavoro e questo era l’importante. All’inizio lavoravo nei campi e raccoglievo i ravanelli. Se raccoglievi 100 mazzetti, ogni mazzetto composto da 10 ravanelli, ti pagavano 2.30 €, 15 invece 2.80 €; in una giornata ne raccoglievo a volte 4.000.

I pagamenti nella busta paga non corrispondevano a quanto davvero avevo raccolto. Per esempio, lavoravo a volte anche le domeniche per qualche ora in mattinata, ti davano 8, 10 a volte massimo 15 giornate al mese in busta paga, che non corrispondevano, ne lavoravo almeno 25, a volte anche tutti i giorni, in base alle necessità e dagli ordini.

Le aziende poi sanno tutto, sanno sempre quando arriveranno i controlli. Li chiamano prima così possono mandare via le persone irregolari non registrate nei contratti.

All’inizio non sapevo niente, ricevevo i miei soldi e andava bene così. Nemmeno sapevo cos’era una busta paga.

Quand’è che hai iniziato a capire che qualcosa non quadrava? Ad essere più consapevole?

Pian piano ho iniziato a capire. Però gli indiani possono pure saperlo che non ti pagano le giornate ma hai le mani legate, non puoi fare niente. Se vai a dire “ok mi servono 25 giornate al mese”, lui ti risponderà “ok, ciao, non vieni da domani” perché ti mandano via, o ti minacciano di farlo.

Inoltre, a volte le persone per avere abbastanza giornate per rinnovare il permesso di soggiorno o per fare il ricongiungimento familiare devono pagare altri soldi ai datori di lavoro.

Ti è mai successo? Di essere mandato via o di andartene?

Mi hanno mandato via una volta. Nella prima azienda, dove ho iniziato nel 2011, ho lavorato fino al 2015. Prima andavo nei campi, raccoglievo bene, il capo indiano se n’è accorto e ha deciso di spostarmi poi al magazzino dove si lavano i mazzi, io facevo le pedane tutto il giorno, dalle 9/10 del mattino fino alle 20/21 di sera. Non è facile no, non puoi lavorare continuamente tutto il giorno. Lavorando ho iniziato ad avere un problema allo stomaco, era un lavoro pesante, ho avuto un’infiammazione.

Io con il datore di lavoro non ci ho mai parlato, solo una volta. Lui diceva le cose tramite intermediari. Non c’era mai, quando volevi chiedere qualcosa, “sta in America”, “quando torna, vediamo”, ma poi non lo vedevamo mai.

L’unico contatto diretto col datore di lavoro l’ho avuto quando mi è scaduto il contratto, e mi dissero che c’era meno lavoro, ero andato nel suo studio e mi ha mandato via. C’era un mio amico, in gamba e parlava bene italiano, gli ha chiesto il TRF. Loro dicevano che non l’avrebbero dato, abbiamo poi insistito e ci hanno pagato 700 o 800 euro, loro non te lo pagano mai altrimenti.

E questa cosa è successa anche in altri posti?

Nel 2020/2021 ero in un’altra azienda, sempre nella zona di Sabaudia. Ho iniziato a lavorare lì insieme a mio fratello, lì lavoravo però non mi andava tanto. Avevo mal di schiena, erano anni che facevo questo lavoro. Dovevo spostare le piante tutti i giorni, era in un vivaio. Dovevi caricarle e spostarle. Mio fratello mi diceva di non lamentarmi e non andare via. Io però ero venuto a conoscenza del Progetto di Caritas Latina, che doveva partire a fine 2020, però non è partito e dunque son rimasto lì.

Quest’azienda ha quattro filiali in diversi posti, mi hanno spostato e le responsabili erano donne italiane e romene. Nessuno andava mai in bagno fuori dagli orari della pausa. Una volta sono andato in bagno e una delle responsabili mi disse che non potevo. Al mio “perché?” mi rispondeva che le regole dicevano così. Una volta le ho risposto dicendole che non potevo rovinare il mio corpo per il lavoro, quando ho provato a far valere il mio diritto poi si è calmata. Se provi a rispondere l’atteggiamento a volte cambia. Le persone non rispondono anche se le maltratti perché hanno paura di perdere il lavoro.

Tutti i giorni poi facevano questa cosa: la responsabile passava con un quaderno e si segnava la medie ogni ora di quante piante avevi già spostato o pulito. Così facendo le persone chiedevano agli altri la loro media e così se tu ne avevi fatte 20 e l’altro 30 velocizzavi. 

Creava competizione per farti andare più veloce. Come una gara.

In quest’azienda rinnovavano il contratto di mese in mese, mi ha poi chiamato la coordinatrice della Caritas e mi disse di farmi licenziare e che mi avrebbero assunto alla Caritas.

Come sei venuto a conoscenza del progetto con la Caritas?

Un giorno, quando lavoravo per un’azienda agricola, in nero con nessun contratto, mi ha chiamato un’insegnante con la quale avevo frequentato un corso di italiano e mi ha parlato della possibilità di fare volontariato per la Caritas (2018). Ho poi contattato la coordinatrice e sono andato a parlarle. Mi dicevano di andare due giorni alla settimana. Ho iniziato così, nel 2020 col Covid ha chiuso tutto.

Quando nel 2020 lavoravo al vivaio mi sono licenziato per tornare alla Caritas a lavorare al progetto. Ho detto al responsabile che volevo licenziarmi e mi ha mandato via in quell’istante. Quel mese avevo però già lavorato sette giorni. Il mese dopo quando sono andato a prendere i soldi per quella settimana di lavoro non avevano preparato la busta paga. Pensavano che siccome avevo lavorato solo per una settimana non volevano darmeli. La busta paga non me l’avevano fatta perché ero andato via. Mi chiedevano per cosa mi serviva, ho risposto che era un mio diritto, da quando lavoravo con la Caritas sapevo come funziona la legge.

Voi fate lavorare la gente 12 ore invece che 8, la gente a volte lavora tutta la settimana senza un giorno di pausa. La paga è di 4 o 5 euro invece che 8 all’ora”.

Il giorno dopo mi hanno dato la busta paga. A fine marzo scadeva il contratto di mio fratello, non gliel’hanno rinnovato dicendogli che l’avrebbero chiamato quando ci sarebbe stato più lavoro. Non l’hanno mai richiamato, lo sapevano che era mio fratello e secondo me è per questo.

Com’era il caporale, nelle varie aziende in cui sei stato?

Di solito è indiano, noi lo rispettavamo. Con il tempo ti rendevi però conto che i lavori meno pesanti li faceva fare magari al parente, all’amico. Faceva poi le riunioni quasi tutte le mattine per mettere paura alle persone. Mostrava gli errori di uno davanti a tutti.

Dopo la ricerca di Marco Omizzolo, quando ha iniziato a far emergere lo sfruttamento, è cambiato qualcosa?

Si, dopo alcuni scioperi prima pagavano 4.50 e dopo hanno aggiunto 50 centesimi. Alcuni hanno iniziato a fare i contratti, però sempre grigi.

Tutto ha un costo?

Il caporale fa pagare per la sanatoria. Ogni anno fa venire tante persone, prende 8 o 10.000 euro per una persona sola per farlo venire in Italia. Prima ti chiede il costo promettendoti il permesso di soggiorno stagionale, alla fine però ti serve un certificato di idoneità alloggiativa, e poi ti chiede altri soldi per quello. Se vuoi convertire il permesso di soggiorno in lavoro subordinato ti chiede anche per quello. Ogni cosa ha un costo.

E la dipendenza da questo servizio c’è per forza, trovare un alloggio in altri modi è difficile, gli italiani poi a volte non affittano ai braccianti indiani, se lavori in campagna non te la danno.

Un giorno ti piacerebbe chiedere la cittadinanza italiana?

Si, così non dovrò rinnovare ogni volta il permesso, potrei andare ovunque in tutta Europa, potrei partecipare di più alla vita in Italia e avere la pensione, ecc. Il problema è che per avere la cittadinanza devi dimostrare di avere redditi e residenza continua per dieci anni, e io per gli ultimi tre per ora non ne avrei. È difficile.

Selene Lovecchio

Laureata in Linguaggi dei Media, attualmente attivista e studentessa magistrale di Scienze Internazionali, Human Rights and Migration Studies. Aspirante ricercatrice e giornalista.
Sono interessata alle migrazioni, all'agribusiness e ai temi politico-sociali. Viaggio tra i confini, mi sporco le mani e scrivo.