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Frontex, Balcani, nuove tecnologie alle frontiere e diritti fondamentali

Intervista a Luca Rondi, giornalista e autore per Altreconomia

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Il ruolo di Frontex nei Balcani è un riflesso dell’atteggiamento ambivalente dell’Unione Europea nella gestione dei flussi migratori. Con l’incremento di politiche di respingimento e con l’implementazione alle frontiere di tecnologie di natura biometrica sempre più intrusive e interoperabili, la presa in carico dei flussi migratori da parte degli stati-membri diventa sempre più una questione geopolitica, vincolata ad accordi con i paesi terzi.

Abbiamo avuto l’occasione di parlarne con Luca Rondi, giornalista, autore su Altreconomia e coautore del saggio «Respinti – Le sporche frontiere d’Europa, dai Balcani al Mediterraneo» (2022).

Partiamo dal nuovo Patto sull’immigrazione e l’asilo, presentato il 23 settembre 2020 dalla Commissione Europea con proposte di revisione importanti del materiale in vigore, a partire dal sistema Eurodac. Come questo Patto si lega all’intera gestione delle migrazioni a livello europeo?

L’atteggiamento delle istituzioni europee sembra ambivalente. Faccio intanto una premessa: tutte le proposte del patto sono delle linee direttive su cui poi la politica europea imposta il lavoro negli anni successivi. Questo nuovo Patto si collega in maniera significativa sia al tema della sorveglianza da parte di Frontex, sia alla regolamentazione in materia di trattamento dei dati personali. Riguardo a Frontex, mi sembra rilevante citare l’inchiesta scritta solo poche settimane fa da Giacomo Zandonini, Ludik Stavinoha e Apostolis Fotiadis 1: Frontex avrebbe tentato di eludere ogni controllo da parte delle istituzioni europee per approvare un programma, PeDRA, che prevede una massiccia raccolta dei dati sensibili di migranti e rifugiati lungo le frontiere europee. C’è poi tutto il tema della regolamentazione sul trattamento dei dati personali, presenti non solo sulle piattaforme legate alle migrazioni, ma anche su banche dati legate a Europol: l’Unione Europea sta tentando di regolamentare tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale; tuttavia, dalle prime bozze di testo pare che queste nuove linee guida, a tutela dei cittadini, non verranno applicate proprio nella gestione delle frontiere. Quindi, da un lato Frontex, agenzia europea, sperimenta e propone progetti che in qualche modo tentano di eludere le regole delle istituzioni europee, dall’altro le proposte di regolamentazione in materia di privacy e dati biometrici esclude la categoria dei migranti. Sembrerebbe che le istituzioni europee blocchino Frontex quando ritengono che stia andando un po’ oltre, ma dall’altro le stesse istituzioni europee si chiedono come questo tipo di dati possano essere utilizzati per gestire i flussi migratori.

La Commissione Europea ha proposto delle revisioni del regolamento Eurodac (European Dactyloscopy Database): l’inserimento anche di dati biometrici del volto e delle generalità dei migranti, una riduzione dell’età minima per l’inserimento dei profili nel database e un’estensione del tempo di permanenza dei profili nel database. Quali sono le ragioni di queste proposte? Se queste venissero approvate, quali sarebbero le implicazioni in termini pratici e di tutela dei diritti fondamentali sulle vite delle persone? 

Le proposte che descrivi 2, sono tutte finalizzate ad ampliare la quantità e il tempo di permanenza delle informazioni registrate. È chiaro che una maggiore profilazione delle persone che raggiungono l’UE, aldilà di Eurodac , che è legato principalmente al regolamento di Dublino 3, può essere utilizzata per facilitare l’espulsione nei paesi di origine, sia quando una persona migrante entra in territorio europeo e non ottiene una forma di regolarizzazione giuridica, sia quando viene intercettata in frontiera: se c’è una profilazione più invasiva, diventa più facile attivare l’intera operazione di respingimento in frontiera. Quindi la conseguenza più immediata di questa “sorveglianza di massa4 legata alla popolazione migrante è una maggiore facilità nel compiere espulsioni e respingimenti. Questo tipo di operazioni, tuttavia, non sono possibili se non sono sostenute e accompagnate da accordi con i Paesi terzi in cui avvengono i respingimenti. In effetti, uno dei motivi per cui oggi le espulsioni sono poche è che spesso le ambasciate consolari fanno fatica a riconoscere come “propri” i cittadini che vengono espulsi dall’Italia verso i paesi di origine, oppure nella maggior parte dei casi sono quegli stessi paesi ad avere poco interesse a vedere rientrare i propri cittadini. Anche per questa ragione il Patto insiste profondamente sul tema degli accordi con i Paesi terzi e Frontex non solo sviluppa determinate tecnologie, ma lo fa nella cornice politica di un accordo con i paesi terzi.

Tutto questo è già preoccupante con Frontex nei Balcani. Cosa sta succedendo lì?

Sui Balcani oggi Frontex ha un accordo con la Serbia, il Montenegro e l’Albania, con Macedonia del Nord e Bosnia-Erzegovina, invece, l’accordo è in attesa di firma, e un accordo operativo non c’è ancora. Il ruolo di dell’agenzia nei Balcani è molto difficile da valutare e da analizzare, o meglio: ci sono frontiere su cui la presenza di Frontex è visibile, ad esempio fra Grecia e Turchia; anche tra Ungheria e Serbia era una presenza riscontrabile e di primo piano fino a quando non ha ritirato i suoi agenti a gennaio 2021. Proprio su quel confine è stato ricostruito come Frontex abbia supportato l’Ungheria nel rimpatrio di una quarantina di cittadini afghani verso Kabul tra il 2016 e il 2018, e proprio la collaborazione nell’attuare pratiche illegittime da parte delle autorità serbe ha portato l’Agenzia a ritirarsi dopo gravi accuse. Se consideriamo invece l’Albania, sappiamo che ci sono agenti di Frontex sul confine, ma non sappiamo se si occupano di altro rispetto alle loro missioni ufficiali, e anche la Macedonia del Nord è un caso interessante: chi vive lì  raccontava che l’apertura verso una gestione della migrazione che la renda non più un paese di transito ma un paese-contenitore o un paese di accoglienza non è così condivisa dalla popolazione, pertanto la presenza di Frontex lì è molto discussa. Di nuovo: sono gli accordi con i paesi terzi la vera cifra della possibilità di realizzare o meno quella sorveglianza di massa dei migranti di cui stiamo parlando che abbia anche una ricaduta effettiva sulle pratiche di espulsione e respingimento delle persone.

Eppure, la “mission” di Frontex dovrebbe essere comunicata in modo chiaro. 

Ovviamente nei documenti ufficiali delle istituzioni europee si parla di incrementare l’attività di Frontex e di rendere più operativi gli accordi con i singoli Paesi; ad esempio, attraverso i finanziamenti di assistenza preadesione, nel biennio 2021-2022 sono stati stanziati 19,2 milioni di euro “per la gestione delle frontiere esterne dell’UE nei Balcani” in cui il ruolo dell’agenzia è di primo piano. Un altro conto è però capire in cosa consista questa “gestione” e come nei fatti Frontex intervenga sullo sviluppo di sistemi di identificazione e registrazione. Se ad esempio pubblica un bando rivolto a privati per l’elaborazione di infografiche dei confini balcanici, è presumibile che stia lavorando su quello, anche se non è scritto in alcun accordo ufficiale – da questi indizi capisci che tipo di attività sta effettivamente portando avanti. Ma nella gestione delle frontiere esterne tutto diventa molto più labile e indefinito; il problema essenziale di questi paesi è che, non essendo stati-membri, non hanno i dispositivi e gli strumenti che in Unione Europea ci permettono di ottenere maggiore trasparenza sull’attività delle istituzioni locali, ad esempio le richieste di accesso a dati e documenti della pubblica amministrazione. E Frontex cerca di sfruttare questa opacità giuridica. Il 20 marzo 2020 il commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato ha dichiarato che l’Unione dei Balcani ha la funzione di “migliorare la qualità dei sistemi di registrazione e identificazione dei migranti5; ma come lo fa, con quali tecniche e con quali obiettivi, è un po’ meno chiaro. E tornando all’inchiesta di Zandonini, lì emerge che con PeTRA Frontex sta tentando di eludere i controlli e i vincoli legali europei. Dunque sicuramente il fatto di vedere l’agenzia operare nei paesi terzi e non in UE è problematico: anche le armi che avremmo noi, attivisti e giornalisti, per chiedere trasparenza e chiarezza, sono spuntate.

Come si conciliano questi accordi tra Frontex (che è pur sempre un’agenzia europea) e i Paesi balcanici con il rispetto dei diritti umani fondamentali dei nostri trattati internazionali? 

Tutto questo è parte di una strategia politica che più si allontana dalle frontiere, più si illude di poter fare quello che vuole. Pensiamo a quanto avviene sui confini esterni dell’Unione, ad esempio sul fiume Evros, al confine tra Grecia e Turchia: ONG e associazioni dalla Grecia fanno continuamente appello alla CEDU perché i migranti possano transitare il fiume, ma puntualmente le autorità greche non ascoltano questi appelli, anzi acconsentono ai respingimenti in Turchia; o pensiamo a quello che sta facendo l’Italia in Libia delegando alle autorità libiche il respingimento delle persone; o pensiamo a cosa è successo in Marocco 6: a fine giugno le istituzioni europee hanno espresso cordoglio per la morte di 37 persone a Melilla, ma non hanno messo in alcun modo in discussione gli accordi stretti con le autorità nordafricane nell’ambito dei respingimenti.

Diventa quasi ipocrita appellarsi al rispetto dei diritti umani su quei confini se questo rispetto viene disatteso perfino all’interno delle nostre frontiere. Questo ovviamente non è condivisibile, e bisognerebbe mettere seriamente in discussione il fatto stesso che vengano formalizzati determinati accordi con determinate istituzioni extra-europee. Sto pensando ad esempio all’Egitto, paese in cui l’Italia continua a rimpatriare le persone con il benestare delle istituzioni egiziane, anche se moltissime persone ci ricordano e ci dimostrano quale sia lo stato dell’arte delle forze di polizia e dei servizi segreti in Egitto (i.e. il caso Regeni). Dunque si tratterebbe non tanto di rendere gli accordi con i paesi terzi “rispettosi dei diritti umani”, ma di chiederci se sia giusto finanziare milioni di euro a stati autocratici, nei cui paesi le nostre agenzie opereranno in un contesto inevitabilmente autocratico e violento.

  1. EU’s Frontex Tripped in Its Plan for ‘Intrusive’ Surveillance of Migrants, Balkan Insight (7 luglio 2022)
  2. Lettera aperta al Parlamento europeo per esprimere le preoccupazioni di più di 30 associazioni europee in merito alla riforma di EURODAC
  3. Eurodac 2021 Statistics, June 2022
  4. Eurodac, la “sorveglianza di massa” per fermare le persone ai confini Ue di di Ilaria Sesana, Altreconomia (1 Novembre 2021)
  5. Frontex nei Balcani punta sui dati biometrici per bloccare le persone di Luca Rondi, Altreconomia (1 Febbraio 2022)
  6. Leggi anche: I finanziamenti europei al Marocco per bloccare le persone, a tutti i costi di Luca Rondi, Altreconomia (1 luglio 2022)

Rossella Marvulli

Ho conseguito un master in comunicazione della scienza. Sono stata a lungo attivista e operatrice nelle realtà migratorie triestine. Su Melting Pot scrivo soprattutto di tecnologie biometriche di controllo delle migrazioni sui confini europei.