Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza

La resistenza delle donne migranti e rifugiate al confine tunisino – libico

«FreeFemmes», un collettivo di donne che tessono oggetti artigianali e pratiche di emancipazione dallo sfruttamento per combattere la violenza dei confini

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n.d.R. Dal mese di novembre 2022 le donne hanno cambiato il nome del progetto in «FreeFemmes. Artigiane per la libertà di movimento». Alcune delle loro creazioni sono in vendita nello shop di Melting Pot. Sostieni il progetto!

Photo credit: Silvia Di Meo

Negli ultimi mesi, le proteste delle migranti e rifugiate subsahariane al confine tunisino-libico hanno sottolineato il ruolo sociale e la sfera di azione che occupano le donne nella resistenza al regime di frontiera. Contro la violenza dei confini, che segna i loro corpi e soffoca le loro voci, la lotta alle violazioni di diritti si esprime anche attraverso il cucito e le produzioni artigianali del progetto “Couture qui brise les frontières che tesse pratiche collettive di espressione delle rivendicazioni delle donne migranti.

Alla frontiera tunisino-libica, nelle città di Zarzis e Medenine del sud tunisino, centinaia di donne sub-sahariane vivono in insediamenti informali, in alloggi precari delle organizzazioni dell’Onu o in piccole case condivise. Vengono tutte dalla Libia, fuggite dagli orrori dei lager e della violenza brutale che si consuma in terra e in mare. Riuscite a scappare da quell’inferno – con le loro sorelle e i loro bambini – sono giunte alla frontiera con la Tunisia, superando il deserto che divide i due Paesi.

Nel limbo tunisino-libico hanno trovato violazioni di diritti, razzismo, sfruttamento lavorativo e sessuale, mancata assistenza sanitaria, abbandono. Forme di abuso e sopraffazione che hanno chiaramente declinazioni di genere nei modi in cui le soggettività femminili sono diversamente colpite dalle politiche di confinamento e controllo della mobilità da parte degli Stati.

A causa delle dure condizioni di vita, a fine novembre scorso molte migranti e rifugiate hanno iniziato delle proteste presso i centri OIM e UNHCR della città di Medenine che avrebbero dovuto accoglierle e provvedere alle cure mediche e al rifornimento di beni di prima necessità.

Infatti, a partire dalla fine del 2021, con i tagli ai finanziamenti destinati alle Organizzazioni Onu che si occupano di accoglienza per i migranti e i rifugiati in Tunisia, sono stati ridotti drasticamente il numero di alloggi, i servizi e l’assistenza destinati alle persone straniere in arrivo dal mare o dalla Libia.

In assenza di tutto ciò, molte migranti per protesta hanno occupato le strade con i loro bambini e con gli altri ospiti del centro Oim di Médenine: hanno richiesto a gran voce protezione legale, assistenza sanitaria e l’erogazione del pocket money per poter provvedere all’acquisto di cibo. Alla fine, dopo mesi di contestazioni, molte di loro sono state costrette a lasciare gli alloggi delle Organizzazioni Onu, anche a causa di minacce e intimidazioni da parte dei gestori del centro e delle forze di polizia che sono intervenute per sedare le proteste.

Da febbraio 2022 molte donne sono finite in strada con i loro bambini, molte sono partite per altre città tunisine o per l’Europa, ma chi non aveva i mezzi per spostarsi a nord o al di là del mare ha conosciuto ulteriori abusi che le hanno colpito soprattutto in quanto donne. Il loro corpo, ancora una volta, è stato segnato dal regime di frontiera. Per sfuggire all’oppressione del lavoro sfruttato a cui inevitabilmente sono andate incontro e al malessere di una condizione strutturale di discriminazione, le migranti hanno cominciato a dedicarsi alla lavorazione dei tessuti dei loro paesi di origine – tra cui Costa D’Avorio, Camerun, Nigeria – sia nei loro contesti abitativi che nello spazio del “Laboratorio di cucito” della sarta tunisina Rafika presso la casa dell’Associazione per il sostegno alle persone migranti di Medenine.

Qui donne tunisine, ivoriane, camerunesi, nigeriane hanno potenziato tecniche del cucito, del ricamo, della lavorazione dei tessuti e hanno creato un luogo di emancipazione. Uno spazio interamente femminile dove le donne migranti hanno affermato non solo l’opportunità di vivere un ambiente gestito da loro stesse ma anche la possibilità di esprimersi e di raccontarsi.

Photo credit: Silvia Di Meo

La prima creazione è stata un abito, un simbolo del progetto stesso che ha visto la luce proprio nel cuore della frontiera tunisino-libica: un vestito cucito e indossato dalle donne dove sono state ricamate le parole che hanno segnato profondamente il viaggio migratorio:

Killing because of self-determination, rape, violence, racism, running for only life, cultural depression, banishment, coeurbrisé. 

Parole che descrivono le tappe del viaggio delle donne migranti dai loro paesi di origine fino al Nordafrica, nei tanti snodi violenti e dolorosi. Parole che sono cicatrici e simboli da cui è nato il progetto “Couture qui brise les frontières”. Il cucito e il ricamo diventano in questo senso le azioni che, insieme alle proteste, permettono alle donne di auto determinarsi sfuggendo da sfruttamento e abusi e di costruire uno spazio femminile di cura, condivisione e riscatto nel contesto ostile e razzista del sud tunisino. Non più “cœursbrisés” – anime abbattute dalle frontiere – ma il contrario: soggettività che spezzano il regime confinante.

Come recita la presentazione del progetto:

Couture qui brise les frontières è un collettivo femminile a Medenine, composto da donne tunisine e migranti di diverse nazionalità che ricamano e combattono la violenza dei confini. Il ricavato della vendita degli oggetti creati dalle donne è destinato all’autofinanziamento delle attività del progetto.

Gli oggetti artigianali – come borse, fasce, elastici per capelli, sacche e tasche – si possono acquistare contattando la pagina dedicata. Un progetto che vuole portare le voci di queste donne oltre la frontiera del mare – in Italia e in Europa – attraverso la vendita delle creazioni di frontiera, per finanziare il sostentamento e le attività lavorative delle migranti e rifugiate.

In appoggio a questo progetto, a maggio scorso si sono schierate le madri e sorelle tunisine dei migranti morti o scomparsi nel Mediterraneo, unite nelle associazioni “Couverture de la Mémoire Tunisie”  e “Association des Mères des Migrants Disparus” che sono partite nel sud tunisino  per esprimere la loro solidarietà alle migranti e rifugiate di Médenine. Con loro hanno condiviso riflessioni sulla violenza della frontiera mediterranea che ha ucciso i loro figli e fratelli così come uccide moltissime persone migranti di altra origine. In questa occasione, sul Lenzuolo della Memoria Migrante tunisino sono stati cuciti anche i nomi delle persone scomparse di origine subsahariana – sorelle, bambine e bambini, fratelli, amiche e amici – che partite da Zouara, Sfax o da Zarzis hanno perso la vita in mare.

World without borders, Monde sans Frontières, Non auracisme e Stop violence: parole ricamate nella parte posteriore dell’abito-simbolo sono anche parole incise sul corpo delle donne, il prodotto del sistema di oppressione che colpisce i corpi femminili che vivono e attraversano la frontiera.

È in questi corpi che – più che in altri – si mostra in effetti tutta la brutalità dell’impatto delle politiche di governo delle migrazioni. E dunque dentro il regime umanitario e di controllo si incorporano specifici immaginari delle figure femminili basati su meccanismi di sessualizzazione, vittimizzazione e depoliticizzazione.

Tra processi di cristallizzazione sociale e procedure di emergenza che naturalizzano le vulnerabilità, non si considera il ruolo sociale e la sfera di azione che le donne occupano al margine.

Invece, la tessitura di esperienze, desideri, aspirazioni e rivendicazioni sono forme strutturate di risposta collettiva che sovvertono i discorsi egemoni e quindi le forme di discriminazione che le colpiscono in quanto donne sul piano sociale e lavorativo. La pratica del cucito è così risignificata dalle donne come occupazione emancipatoria, che può consentire la denuncia, l’autonomia esistenziale e lavorativa: un modo per uscire da quella ricattabilità indotta dal sistema di assoggettamento della forza lavoro migrante, soprattutto femminile, che contribuisce a perpetuare il loro sfruttamento.

Killing because of self-determination: le parole ricamate da Aisha – nigeriana richiedente asilo che vive a Medenine, fuggita per motivi di persecuzione politica e di genere dal suo paese di origine – sintetizzano la condizione di esposizione a soprusi e pericoli a causa del posizionamento di molte donne. Un posizionamento che ha subito costanti tentativi di oscuramento e annullamento attraverso il soffocamento della voce che riscatta il ruolo negato, tanto in Nigeria come nel sud della Tunisia.

Allora, riconoscere visibilità, spazio e valore alla lotta delle donne che vivono i confini è centrale per abbattere il regime di frontiera a partire dalle sue fondamenta coloniali e patriarcali.

Sostenere un progetto come questo, nato dal basso, fatto dalle donne del Mediterraneo per le donne del Mediterraneo significa proprio partecipare a quello spazio del margine che riconosce a queste donne un ruolo storico e politico nel continuare a fare dei confini degli spazi di lotta, di affermazione di sé stesse e della propria libertà.

Per sostenere il progetto e acquistare i prodotti delle donne migranti del confine tunisino-libico, entra nello shop di Melting Pot (mail per info: shop@meltingpot.org)

Silvia Di Meo

Sono antropologa, ricercatrice e dottoranda in Scienze Sociali, attivista antirazzista. Opero nell’area del Mediterraneo, in particolare in Sicilia e in Tunisia. Mi occupo di etnografia delle frontiere, delle mobilità e delle mobilitazioni migranti, oltreché dell’analisi delle politiche migratorie ai confini esterni ed esternalizzati. Sono attiva nelle reti nazionali e internazionali per la libertà di movimento e per il supporto alle persone migranti.