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MSF: «Violenze e umiliazioni sistematiche contro le persone migranti al confine tra Ungheria e Serbia»

Percosse, varie forme di umiliazione, uso di spray al peperoncino, respingimenti anche verso minori

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Un nuovo rapporto di Medici Senza Frontiere (MSF) accusa le autorità ungheresi di violenze e umiliazioni sistematiche contro le persone migranti lungo tutto il confine con la Serbia. Le testimonianze dei pazienti e i dati medici raccolti dall’organizzazione rivelano un allarmante e ripetuto uso della violenza da parte delle forze di sicurezza ungheresi contro le poche persone che riescono ad attraversare il confine. Le prove, sostiene MSF, indicano che le percosse con la cintura, le manganellate, i calci, i pugni, le varie forme di umiliazione, l’uso di spray al peperoncino e di gas lacrimogeni sono deterrenti comuni, che precedono le espulsioni verso la Serbia e la negazione dell’assistenza. Le persone in cerca di protezione vengono sistematicamente picchiate, umiliate e maltrattate.

Varie cause patrocinate dal Comitato Helsinki ungherese alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo sono riuscite a condannare l’Ungheria per detenzioni illegali nelle zone di transito di Röszke e Tompa. L’ultima in ordine di tempo è stata emessa lo scorso 2 giugno1: le autorità ungheresi nel 2017 avevano trattenuto arbitrariamente in un container-prigione una famiglia irachena con quattro figli di 3, 7, 9 e 17 anni per ben 136 giorni. La CEDU ha condannato l’illegale detenzione e stabilito alla famiglia un risarcimento di 12.500 euro. Queste zone di transito erano state allestite nel 2015 e per anni sono stati gli unici luoghi dove era possibile fare richiesta di asilo, fino a quando nel 2020, a seguito delle pressioni delle Ong magiare ed europee e delle sentenze vittoriose, furono finalmente chiuse.
Tuttavia gli abusi e le violenze non sono cessate ma sono una costante che aumenta di intensità in base al numero di persone che cercano di raggiungere o attraversare il Paese.

«L’uso indiscriminato della violenza contro le persone al confine tra Ungheria e Serbia è regolare, costante. Ogni settimana vediamo diverse persone, tra cui alcuni bambini, con gravi contusioni, ferite e tagli profondi, lussazioni e fratture, spesso alle gambe, alle braccia e talvolta alla testa», dichiara Andjela Marcetic, medico di MSF in Serbia. «Le ferite che trattiamo corrispondono alle testimonianze di queste persone che descrivono violenti pestaggi per mano della polizia ungherese prima della deportazione in Serbia. Se da un lato possiamo curare alcune di queste lesioni, dall’altro ci preoccupa l’impatto a lungo termine di questi traumi sulla loro salute mentale».

Dal gennaio 2021, le équipe mediche mobili hanno curato 423 vittime della violenza di confine. La maggior parte di queste testimonianze descrive uno schema simile di percosse, negazione dell’accesso ai bisogni primari e molestie, spesso accompagnate da umiliazioni a sfondo razziale. Alcuni raccontano di essere stati vittime di furti e distruzione di effetti personali, mentre altri sono stati costretti a spogliarsi, anche in pieno inverno, e hanno talvolta sopportato altre forme pesanti di umiliazione, come quella di urinarsi addosso per colpa dei funzionari di frontiera.

MSF cura anche le ferite causate dalla caduta dalle recinzioni alte 4 metri e dotate di filo spinato costruite lungo il confine. «Un paziente aveva un taglio profondo di due centimetri sul labbro superiore, causato dalle lame di rasoio della recinzione di confine. Molti altri riportano fratture su tutto il corpo dopo essere caduti mentre cercavano di attraversare», spiega Andjela Marcetic.

Diversi pazienti, tra cui due minori non accompagnati, hanno raccontato a MSF di essere stati trasportati in un piccolo container prima di essere deportati in Serbia. Secondo i loro racconti, i funzionari di frontiera li hanno aggrediti e li hanno spruzzati con spray al peperoncino all’interno del container. Due pazienti hanno riferito dell’uso aggiuntivo di gas lacrimogeni, che sarebbero stati sparsi all’interno del container per costringere le persone a creare spazio per i nuovi arrivati.

«Siamo stati portati in un piccolo container bianco tra le recinzioni con altre 40 persone. Abbiamo trascorso circa 12 ore nel container. Ho chiesto di andare in bagno, ma non me l’hanno permesso. La [polizia ungherese] ci ha spruzzato ripetutamente in faccia lo spray al peperoncino e ha lo ha spruzzato varie volte all’interno del container da una piccola finestra laterale» ha raccontato all’equipe medica “A”, una persona che è rimasta nel container per circa 12 ore ed è stata poi curata da MSF.

Altre testimonianze hanno dimostrato che non si tratta di una pratica isolata, ma regolare.

«Queste storie indicano che gli Stati membri dell’UE continuano a usare intenzionalmente la violenza e dispositivi che possono causare gravi lesioni per dissuadere le persone dal chiedere asilo nell’UE. Stanno investendo in recinzioni a lama di rasoio e droni, e tollerano livelli di violenza inquietanti e senza precedenti ai confini», conclude il report Shahbaz Israr Khan, capo missione di MSF nei Balcani settentrionali.
«Queste pratiche non solo causano gravi lesioni fisiche e psicologiche, ma spingono le persone su percorsi ancora più pericolosi».

  1. https://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-217439

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org