La stazione dei treni di Sombor in Serbia vicino al confine con l'Ungheria. Diverse persone vivono nei vecchi vagoni dismessi
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Oltre e contro i confini: essere semi e granelli di sabbia

Dalla Serbia del nord il Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino condivide le riflessioni sul senso della presenza ai confini dell’Europa-fortezza

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Da oltre un mese come Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino ci troviamo a Subotica, nella Serbia del nord al confine con l’Ungheria. Quotidianamente attraversiamo le immense pianure della valle del Danubio, dove il piano infinito dei campi di girasole e mais è trafitto perpendicolarmente dalla barriera ungherese. Qui l’intrinseca unità del paesaggio, distesa fino all’orizzonte e venata dai grandi fiumi, si interrompe nei fili spinati europei. Qui la dimensione orizzontale dello spazio si infrange in quella verticale del potere, che agisce ponendo dei confini, dividendo e gerarchizzando l’uguale. Mobilitando le categorie di Deleuze e Guattari, i confini sono “striature” imposte dagli stati (in questo caso unioni di stati) su uno spazio di per sé “liscio”, dispositivi dell’ordine spaziale che è ordine sociale.

Alle geografie dei potenti si oppongono però le geografie degli oppressi, di quei viaggiatori che non hanno nulla da perdere, di chi migra da sud a nord e da est a ovest. Sono geografie destituenti, sono continuo movimento che sfida la staticità dell’ordine costituito, sono forza dinamica che apre crepe nelle striature e quindi in relazioni sociali (globali) pietrificate nella disuguaglianza e nello sfruttamento.

Horgoš, nei pressi del confine serbo-ungherese. Notiamo la scritta “Idomeni”. Idomeni è una piccola località greca al confine con la Macedonia del Nord, a quasi 1.000 chilometri da Horgoš, dove nel 2016 c’era l’accampamento informale più grande d’Europa. Circa 15 mila persone erano bloccate su quel confine, poi sgomberate dalla polizia greca. Questa scritta è una rappresentazione plastica delle contro-geografie a cui facciamo riferimento nel testo: fatta nel retro di un cartello stradale, richiama i percorsi sotterranei e le direzioni altre che attraversano (e uniscono) territori di frontiera e infrangono confini.

L’UE ricorda quelle enclaves di ricchi tipiche delle grandi metropoli, difese dalla vista e dall’assalto dei poveri dei quartieri popolari circostanti da security private e muri alti tre metri. Similmente, la gated-community europea si difende sui confini, muovendo guerra a chi ricerca semplicemente una vita degna, un posto sicuro, delle condizioni materiali migliori. Gli ingenti mezzi economici e tecnologici, e la brutalità della violenza perpetrata, disvelano la radicalità della posta in gioco nella guerra europea alle persone migranti. È la barricata dell’Impero Europa la cui riproduzione è messa a rischio dal collasso climatico e sociale di cui è causa, la fortificazione del secolare dominio europeo sull’Africa e sul Medio-Oriente minacciato dall’ordine globale multipolare, la strenua difesa di immaginarie purezze nazionali e di bianchi privilegi materiali. L’essenza coloniale delle politiche di confine e d’asilo sta nel loro essere strumenti di reclutamento di manodopera a basso costo, di controllo e selezione delle vite, di produzione di differenze tra corpi. Ci sono corpi che possono affogare nel silenzio, ci sono corpi che possono essere sparati a vista sui confini, ci sono corpi che possono essere reclusi nei campi di detenzione, ci sono corpi che possono morire sotto il sole delle piantagioni o consumarsi per pochi euro all’ora nelle fabbriche. E sono gli europei a determinare questa possibilità.

Non è quindi accettabile che queste vite si auto-determinino mettendosi in cammino, superando i confini senza chiedere il permesso. Per un sistema che vuole etero-determinare e mettere a profitto la vita del pianeta in tutte le sue forme, le soggettività migranti sono un elemento di disordine che deve essere eliminato: ucciso, respinto oppure disciplinato e reso funzionale alle esigenze del capitale. Quel movimento è una rottura dell’ordine (socio) spaziale che deve essere prima punita e poi riassorbita – prima lo splendore dei supplizi alle frontiere, poi i corpi indociliti dalla burocrazia, dal confinamento, dallo sfruttamento, dalla detenzione. Non solo per chi è già qui, ma soprattutto per chi potrebbe intraprendere lo stesso viaggio in futuro.

Perché il capitale non conosce confini ma non può esistere senza.

Nella carne delle persone migranti sono incise le contraddizioni del mondo di oggi e di domani. Corpi che sono già archeologie del tempo presente, stratificazioni geologiche della violenza continua e sistemica che determina le biografie individuali e collettive. Le cicatrici sono le torture nelle prigioni di Assad, le frustate dei Taliban, la violenza cieca di Daesh, le bombe di Erdogan sul Rojava e quelle di Israele sulla Palestina. E poi i segni delle pinze utilizzate dalla polizia greca per infliggere scariche elettriche, i morsi dei cani della polizia bulgara, le botte dei commandos rumeni, i proiettili della polizia ungherese e le ferite infette da filo spinato. La malnutrizione, la scabbia, i piedi rovinati dai troppi chilometri camminati. Nei luoghi si sedimentano poche tracce del fugace passaggio dei viaggiatori: lattine di energy drinks, scarpe consumate, i resti dei falò. Sui muri dei casolari occupati si trovano i nomi delle persone transitate inscritti col carbone – forse l’urgenza di lasciare una piccola traccia di sé, di incidere nel tempo e nello spazio un segno della propria vita negata.

Scritte nei muri di uno squat. Molte persone in transito scrivono nei muri il loro nome, la data del loro passaggio, e talvolta lasciano dei messaggi.

Ad oggi, il confine serbo-ungherese è il punto più caldo delle rotte balcaniche settentrionali. È l’ultima frontiera: dopo quel muro c’è l’Europa. “Meet you in Europe, Inshallah”, ci sentiamo dire dalle persone in movimento che incontriamo nel momento del saluto. A volte ci chiedono anche che cosa ci facciamo lì, nel nulla frequentato solo da loro e dalle polizie di frontiera, quando potremmo restare tranquillamente in quell’Europa tanto desiderata. E ce lo chiediamo anche noi, che ci chiamiamo solidalə mentre camminiamo domandando accompagnati da mille dubbi.

Ce lo chiediamo quando distribuiamo cibo, sapendo che non sarà abbastanza e che le persone litigheranno per accaparrarsi l’ultimo pezzo di pane (che noi, magnanimi e caritatevoli europei) stiamo porgendo. Ce lo chiediamo quando ci viene chiesto di essere nascosti sotto il furgone per passare la frontiera, quando i bambini vanno al game e non sappiamo come aiutarli, quando ci viene detto “vorrei avere il tuo sangue”.

La realtà ci sbatte in faccia l’irriducibilità del nostro privilegio e la difficoltà di una vera lotta comune sul confine, nonché la parzialità dell’aiuto materiale che forniamo. Ma a causare ancor più frustrazione è l’incommensurabile asimmetria tra noi e loro, ovvero l’immensa disparità di forze e risorse tra gli stati e i loro bracci militari da una parte e le persone in movimento e noi solidalə dall’altra. È una lotta così impari che fatichiamo a scorgere un orizzonte, e spesso la storia presente e futura ci appare come un’irreversibile sconfitta.

Facendo le docce vicino al confine tra Serbia e Romania

Quindi, perchè siamo qui? Forse istintivamente, perché non riusciamo a voltarci dall’altra parte mentre nostre sorelle e fratelli lottano e muoiono lungo le frontiere d’Europa. Siamo qui perché qui si materializzano le contraddizioni e le ingiustizie di questo sistema-mondo, perché qui c’è sofferenza e resistenza. Siamo qui per aiutare le persone a passare i confini e continuare il loro viaggio, mobilitando il nostro privilegio e disertando la fortezza. Siamo qui perché la gente ha fame e ha sete, e noi abbiamo cibo ed acqua. Perché la gente ha bisogno di lavarsi, e noi possiamo portare delle docce. Siamo qui perché non faremo la rivoluzione depositando report o bussando cordialmente ai palazzi di Bruxelles, ma auto-organizzando le lotte e conquistando autonomia. Perché il margine è un luogo di radicale possibilità in cui vogliamo stare, ma non ci dimenticheremo di attaccare chi comodamente decide dal centro. Siamo qui perché solidarietà e azione, non solo stanca indignazione, sono le nostre armi. Siamo qui perché qui non ci vorrebbero, perché vorrebbero seppellire tutto e tuttə nell’invisibilità di queste terre lontane o dentro le mura di nuove prigioni. Siamo qui perché non possiamo più lasciare indisturbate le polizie di frontiera. Siamo qui perché crediamo che la nostra presenza possa significare qualcosa per il “movimento” più ampio di cui ci sentiamo parte. Siamo qui perché qui ci sembra, nonostante tutto, di vivere veramente, di dare un senso al nostro essere, di prendere parte ed essere parte. Non siamo qui per altrə ma per tuttə, anche per noi, perché vogliamo un giorno poter vivere assieme in un mondo solidale, senza confini e senza polizie. Siamo qui perché il tempo condiviso attorno al fuoco, gli sguardi veri e le parole calde scambiate in tutte le lingue, sono già un frammento di quel mondo senza confini per cui lottiamo.

In uno squat al confine tra Serbia e Romania

Vogliamo essere semi e granelli di sabbia. Semi di un mondo altro e granelli di sabbia negli ingranaggi di questo sistema di morte. Cura e conflitto, solidarietà e opposizione, eterotopia e sabotaggio sono duplicità necessaria di un’azione politica che vuole essere contro essendo già oltre. Per rompere il dogma dell’impotenza che ci attanaglia, per aprire orizzonti di possibilità. Proprio mentre sembra di subire una storia irreversibile, possiamo ancora essere brecce nei fili spinati della normalità.

L’ingranaggio del potere non può schiacciare dei granelli di sabbia, e i semi mettono radici quando seppelliti nella terra buona.