Ai cancelli del CPR. Photo credit: Mara Fella
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Il CPR di Gradisca ha ucciso di nuovo

Mobilitazione e ispezione parlamentare domenica 5 settembre

Un centinaio di persone hanno manifestato davanti al muro del CPR di Gradisca d’Isonzo nel pomeriggio di domenica 4 settembre, in seguito al suicidio di una persona di origini pakistane entrata nella struttura solo un’ora prima.

“Quando le porte della prigione sono aperte, il vero drago volerà fuori.”
~ Ho Chi Minh

Dopo la quarta morte in due anni, circa un centinaio di attivisti da varie città del Nord-Est si sono radunate intorno alle 15:00 di domenica scorsa davanti al CPR di Gradisca. Si è costituita una delegazione cittadina spontanea che ha preteso di varcare i cancelli del centro di detenzione, per controllare coi propri occhi le condizioni in cui versano le persone rinchiuse, per chiedere conto del suicidio di un ragazzo pakistano avvenuto lo scorso 31 agosto, così come di tutte le altre morti e di tutta la violenza senza senso di cui quel centro è protagonista.

La mobilitazione è durata circa quattro ore, accompagnate senza sosta dalle urla dei reclusi e da quelle degli attivisti. L’odore del fumo, causato dagli incendi delle rivolte in corso, ha oltrepassato l’alto muro di cemento armato simbolo di quell’aberrazione che è la “detenzione amministrativa” in Italia.

La delegazione ha speso ore a interfacciarsi con le pratiche abituali del potere, fatte di rimpalli di responsabilità, telefoni staccati, silenzi, avvocati d’ufficio che si irritano ad una chiamata domenicale. L’odore acre del fumo, a un tratto, si è trasformato nell’odore acro dei lacrimogeni. Dall’interno del centro sono arrivati video di forze dell’ordine in tenuta antisommossa, pronti a sedare con violenza ogni agitazione.

La richiesta di ingresso da parte della delegazione cittadina non è stata accolta, è stata invece inoltrata una richiesta formale tramite PEC che dovrà ricevere risposta entro termini stabiliti dalla legge. L’evidente presa in giro da parte di questura e prefettura, in seguito a molti rimpalli, ha spinto diverse persone ad avvicinarsi al cancello e picchiare direttamente sul metallo, pretendendo di entrare. Decine di mani hanno battuto per più di un’ora sul cancello, alternando canti a richieste di ingresso. Dall’interno, altre colonne di fumo e urla: “Libertà! Libertà!“.

L’impassibilità dello Stato e dei suoi muri ha retto, nonostante fin dalle celle potessero sentire l’intenso battere, che diventava via a via più determinato e urgente dato che dall’interno usciva odore di bruciato e di lacrimogeni, giungeva la notizia di un altro tentato suicidio, uscivano le grida di “Libertà!”, poi rumori di pacche forti, alcuni “vaffanculo” urlati, e infine silenzio.” racconta un attivista.

Domenica 5 settembre una sola persona è riuscita ad entrare nel CPR di Gradisca d’Isonzo, solo e unicamente grazie ai privilegi di parlamentare, tra cui figura quello d’ispezione. Si tratta della deputata di Manifesta Yana Ehm.

All’uscita ha riportato alle persone solidali il risultato della sua ispezione, in linea con le voci che escono direttamente dal CPR da due anni a questa parte: condizioni igieniche pessime, spazi preghiera, mensa e ricreativi interdetti all’utilizzo, l’esistenza dei reclusi confinata tra unicamente alle celle. Il pocket money è pagato in sigarette, i colloqui con i familiari sono più unici che rari, osteggiati dal personale, i colloqui psicologici sono effettuati solo per via telefonica o videotelefonica. Molti raccontano che nel cibo vengono messi psicofarmaci.

Forse lo psicologo arriva di persona solo quando il paziente si è già suicidato?” domanda provocatoriamente lo stesso attivista che ha rilasciato la dichiarazione.

Questi centri sono la rappresentazione più concreta della violenza e del menefreghismo di uno stato padrone, razzista e omicida. L’unica cosa che ci si può fare è chiuderli per sempre, oppure darli alle fiamme. Anzi. Dovrebbero rinchiuderci chi li ha voluti e chi li gestisce per profitto.”

Linea d'Ombra ODV

Organizzazione di volontariato nata a Trieste nel 2019 per sostenere le popolazioni migranti lungo la rotta balcanica. Rivendica la dimensione politica del proprio agire, portando prima accoglienza, cure mediche, alimenti e indumenti a chi transita per Trieste e a chi è bloccato in Bosnia, denunciando le nefandezze delle politiche migratorie europee. "Vogliamo creare reti di relazioni concrete, un flusso di relazioni e corpi che attraversino i confini, secondo criteri politici di solidarietà concreta".