Ph: Alice Passamonti

Il memorandum Italia – Tunisia: un tradimento alle speranze dei giovani tunisini

L'«autoritarismo rampante» di Kaïs Saïed conferma che la Tunisia non è un paese sicuro

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Il “nuovo Al Sisi” della Tunisia, il presidente Kaïs Saïed, stringe il cappio al collo della democrazia ed in due anni di presidenza, dal 25 luglio 2021 con pieni poteri, distrugge l’assetto democratico del Paese per introdurlo nella selva oscura del dispotismo.

Dopo aver sciolto il governo, congelato il parlamento e smantellato la magistratura, il referendum del 25 luglio scorso è stato il passaggio decisivo per l’introduzione di un sistema di regime iper-presidenziale: senza bisogno del quorum, e con l’ombra dei brogli, è andato a votare meno del 30% della popolazione. La vittoria netta e scontata del SI porta lo Stato tunisino a diventare simile ai vicini egiziani.

L’istituzione di un sistema, come definito dalle opposizioni, di «autoritarismo rampante» diventa una cappa per le giovani generazioni, lontane da una visione imperniata su precetti religiosi stringenti e normative che azzerano i diritti: i giovani tunisini sono tra i più sensibili, in Africa, a tematiche come quelle dell’istruzione e della democrazia. Sono cresciuti con il portato della rivoluzione del 2011 e sono proprio loro, nel 2021, ad aver dato vita a un movimento di protesta sociale che si è propagato lungo tutto il Paese ed è stato represso con arresti e l’intervento dell’esercito che ha militarizzato le città di Sousse, Bizerte, Kasserine, e Siliana 1.

In un presente che fa di tutto per distruggere il mondo delle generazioni future e che non smette di etichettare i giovani con epiteti poco incoraggianti, la gioventù tunisina aveva rotto il cordone del silenzio e protestato contro le politiche di Saïed: molti di loro sono finiti, e finiscono tuttora, imprigionati. Tanti altri, non disposti a barattare giustizia e libertà per il presidenzialismo autoritario e di fronte ad una grave crisi economica che non accenna a diminuire, partono.

In tal senso, basti vedere gli sbarchi di minori stranieri non accompagnati (MSNA) giunti in Italia nei primi otto mesi di quest’anno: 508 ragazzini della Tunisia arrivati nelle nostre coste, il 26,6% sul totale dei MSNA. La componente tunisina lievita: 1.382 MSNA presenti, l’8,4% sul totale MSNA presenti in Italia 2. Moltissimi sono poi i neomaggiorenni e i giovani arrivati in Italia dal gennaio 2022 tra gli 8.257 cittadini tunisini sbarcati 3.

Come spesso è accaduto in passato, quando al potere siede una figura autoritaria o dittatoriale i Paesi europei tendono a stringere immediatamente accordi molto dubbi dal punto di vista normativo ed eticamente opinabili: da quello noto UE-Turchia da sei miliardi, a quello di Angela Merkel con l’Egitto 4, oppure a quello di Sanchez con il Marocco. O, per rimanere in casa nostra, i memorandum firmati dal Ministro Di Maio con l’Arabia Saudita e tutta la serie di ignobili accordi con la Libia. Ma la lista sarebbe infinita.

Circa un mese prima che Saied assumesse i pieni poteri, l’Italia decide di sedersi al tavolo con la Tunisia e sottoscrivere accordi ambigui. Il modus operandi e la narrazione che si costruisce attorno è sempre la stessa: centinaia di milioni per stimolare la crescita economica e sostenere le imprese locali, quando invece il finanziamento è finalizzato a bloccare le rotte migratorie sia locali e sia delle persone africane che hanno la Tunisia come tappa di transito prima di salpare per il Mediterraneo.

Il 16 giugno 2021 il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio firma con il dirimpettaio tunisino, Othman Jerandi, un memorandum d’intesa che fissa obiettivi, orientamenti strategici, settori d’intervento e risorse finanziarie per il triennio 2021-2023.

In soldoni: sostegno finanziario di 200 milioni di euro in cambio di esternalizzazione delle frontiere e stretta collaborazione per i rimpatri veloci. Viene praticamente emulato il modo di agire dell’ex cancelliera Merkel che nel 2019 versò 750 milioni di dollari (250 per la Tunisia e 500 per l’Egitto) coprendo finanziamenti riguardanti il blocco dei migranti con la retorica del “sostegno alla crescita economica“.

I sei punti del memorandum

Il memorandum si sviluppa in sei punti: nel primo l'”oggetto“, dove viene nuovamente strumentalizzata la cooperazione che nei fatti è lontana dai parametri di finanziamento in cambio di strumentalizzazione. Il secondo punto, “obiettivi del programma di cooperazione“, è diviso in tre punti: nel secondo si parla di “riduzione della povertà e creazione di un modello di sviluppo inclusivo e solidale (…) basato su un approccio che unisce efficienza economica e giustizia economica“. In piena antitesi col contesto della Tunisia attuale, dove i giovani sono costretti a scappare e che l’Europa respinge calpestando i diritti umani fondamentali, omettendo soccorsi in mare, arrivando addirittura a colpevolizzare le famiglie in caso di morte e sparizioni 5. Il punto 2.3. è dicotomia, lontananza dalla realtà, dal quotidiano, dalla storia attuale del Paese nordafricano: “sostegno al consolidamento del processo democratico” in un Paese che sta, invece, subendo una grave regressione verso l’autoritarismo.
Il cuore del memorandum (articolo 3) illustra il finanziamento: 200 milioni di euro: 150 milioni di credito di aiuto e 50 milioni “che saranno destinati alla realizzazione del programma di cooperazione come indicato dall’articolo 4 di questo Memorandum“.

Suddetto articolo (Descrizione del programma di cooperazione) specifica finanziamenti per 55 milioni di euro a credito nell’ambito della ricollocazione delle risorse non assegnate nel Memorandum d’intesa 2017 – 2020, favorire sistemi di produzione e consumo sostenibili, energie rinnovabili, imprenditorialità dei giovani e delle donne. Com’è possibile finanziare un Governo che i giovani li reprime e li spinge a emigrare? Per questo, altri 53 milioni di euro, di cui 50 a credito di aiuto e 3 a dono.
Per sviluppare il settore agricolo, altri 62 milioni (45 milioni a credito di aiuto e 17 a dono) con particolare attenzione alle regione dove sono densi i flussi migratori. 15 milioni per il campo dell’istruzione e sostegno ed accompagnamento delle competenze con la promozione del sistema top – up.

Nell’articolo 4.3. viene specificato il versamento di un milione di euro per il consolidamento del processo democratico in un Paese dove succede l’esatto opposto e si parla di “sforzi già compiuti in termini di consolidamento dei processi elettorali” nonché “sostegno di in materia di riforme e il miglioramento del processo elettorale“.

11 milioni di euro invece all’interno di un pacchetto per combattere la cause delle emigrazioni: finanziamenti che molto probabilmente sono finalizzati al controllo delle coste e alla costruzione di centri detentivi. L’articolo 5, infine, si traduce nelle attività di monitoraggio.

Tutti questi soldi sono gestiti direttamente da Tunisi, eccetto 3 milioni (attività di assistenza tecnica e di studi) gestiti dalla parte italiana.

Le conseguenze dell’accordo si sono già tradotti nel rafforzamento delle espulsioni e dei rimpatri forzati: i giovani tunisini che arrivano in Italia, ricchi di speranze verso l’Europa, si confrontano fin dall’arrivo con i dispositivi italiani di controllo delle migrazioni, quali hotspotCPR. Ragazzi e ragazze che hanno lottato contro l’involuzione democratica e la crisi, che hanno rischiato la libertà anche in nome della democrazia, se riescono a sopravvivere alla traversata, sono rispediti indietro come pacchi proprio dalla nostra sedicente democrazia che dovrebbe tutelare le iniquità ed ingiustizie 6.

Infine, si stanno moltiplicando i casi di persone che arrivano sulle nostre coste e si ritrovano con in mano un decreto di respingimento con l’obbligo di lasciare l’Italia entro sette giorni.

Voglio solo studiare, voglio solo studiare” ripete M., gli occhi dilatati dalla paura e le pupille spremute dallo stress. Non sa cos’ha firmato, non sa niente della sua situazione attuale, nessun poliziotto, nessun mediatore o altra figura al momento dello sbarco – come specificato anche dal documento che le è stato poi notificato – le ha spiegato nulla: ha in mano solo un foglio di carta, che non ha compreso, in cui si annuncia che deve abbandonare l’Italia e ha rinunciato a presentare domanda di protezione internazionale. Voleva solo studiare e avere una vita migliore, ha ricevuto un calcio nel sedere e l’invito ad andare a soffrire in Tunisia.

E’ questa l’Italia nata dalla Resistenza per cui hanno lottato i nostri padri costituenti? Esiste ancora qualche forza politica che ricordi l’art. 10 della Costituzione?


  1. A sud la protesta anti-Saied è sociale: lavoro e dignità, di Matteo Garavoglia – il manifesto
  2. Fonte: elaborazione dati tratti da Ministero dell’Interno
  3. Fonte UNHCR, dato degli arrivi al 31 luglio 2022. Un altro dato è quello degli arrivi con partenze dalla Tunisia. Secondo il “Dossier Viminale” sono arrivate 10.975 alla data del 11 agosto.
  4. Gli affari tra Egitto e Germania: nuovo traffico di armi per 801 milioni di euro, di Pietro Giovanni Panico – meltingpot.org
  5. «Incolpare le madri per la scomparsa dei loro figli è inaccettabile»
  6. Nel corso del 2021 sono stati rimpatriati 1.872 cittadini tunisini, non è ancora scorporato per nazionalità il dato del 2022. I dati poi raccolti da ASGI analizzano l’approccio securitario: Molti rimpatri, poche garanzie: un’analisi dei dati sui rimpatri dei cittadini tunisini degli ultimi mesi; Sempre più politiche securitarie: lo studio sui rimpatri in Tunisia

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org

Pietro Giovanni Panico

Laureato in Scienze Politiche presso l'Università della Calabria e consulente legale specializzato in protezione internazionale.
Sono appassionato di diritto e cooperazione internazionale.
Ho collaborato con svariate testate giornalistiche online sui temi dei diritti umani e immigrazione.