Il Venice Climate Camp tra crisi climatica, risorse, decolonizzazione, giustizia sociale e lavoro

Una 5 giorni di workshop, talks e azioni che parlerà anche di decolonialità. Il 9 settembre Vandana Shiva

Dal 7 all’11 settembre 2022 al Lido di Venezia torna il Venice Climate Camp.

Cinque giorni di campeggio climatico per discutere, conoscersi e costruire insieme mobilitazioni per la giustizia climatica. Crisi climatica, risorse, decolonizzazione, giustizia sociale, lavoro: workshop e le plenarie si articoleranno intorno a questi e altri nodi, rendendo il Climate camp un’occasione unica per lə attivistə di lavorare intorno al concetto e alla pratica di intersezionalità” spiegano così gli organizzatori il ricco programma di workshop e talks.
Venerdì 9 settembre dalle 10:30 un workshop curato dalla nostra redazione e dal Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino dal titolo “The intersection between climate justice and freedom of movement, a boundless struggle against fortress Europe“. Nello stesso giorno dalle 18.30 il talk “Decolonize, degrow, disrupt: climate crisis in a global scenario“, con Vandana Shiva, Ilham Rawoot, Havin Guneser e Mario Alberto Castillo-Quintero.
Sabato 10 settembre il Lido di Venezia sarà attraversato dalla Climate March. Una marcia per chiedere giustizia climatica senza se e senza ma.
L’iniziativa è promossa da Rise Up 4 Climate Justice e Fridays For Future Venezia/Mestre.

Segnaliamo alcuni appuntamenti:

Giovedì 08 settembre (h. 09:00-10:30)

Sahrawi: colonialismo, estrattivismo e repressione nel Sahara occidentale

A cura di: Sahrawi Youth Union

Il Sahara occidentale è l’ultima colonia dell’Africa. Lə Sahrawi vivono in 4 scenari: nei territori occupati, nei territori liberati, nei campi profughi e nella diaspora. Un gruppo di attivistə Saharawi e pro-Sahrawi farà un’introduzione alla causa di questo popolo, racconterà quali sono i principali processi estrattivi e come incidono sul territorio, come i progetti rinnovabili siano un altro strumento al servizio della colonizzazione e qual è la situazione nei campi profughi.

Giovedì 08 settembre (h. 14:30-16:00)

Lotte sociali e climatiche in Africa: esperienze dal Congo, Gambia e Uganda

A cura di: Remy Zahiga, Killa Ace, Edwin Namakanga

Insieme agli attivisti di tre Paesi dell’Africa Orientale e Occidentale impareremo dalle loro esperienze e dalla loro lotta a combattere per la giustizia climatica e sociale.

Venerdì 09 settembre, h. 09:00-10.30
Decolonizzare la conservazione e il colonialismo verde

A cura di: Survival

Un workshop partecipativo sulla decolonizzazione della conservazione: include le testimonianze dei popoli indigeni, i migliori custodi della natura, gli abusi dei diritti umani commessi nel nome della conservazione e delle false soluzioni ai cambiamenti climatici. Attraverso attività interattive, si crea l’occasione per imparare e discutere la necessità di un approccio decoloniale affinché le azioni per il clima e per l’ambiente siano davvero radicate nella giustizia climatica e sociale.

Lotta per la terra – Resistenza per la vita: i popoli indigeni della Colombia

A cura di: Juan Pablo Gutierrez

La Colombia è il secondo Paese più ricco di biodiversità al mondo e uno dei più ricchi di diversità etnica e culturale. Allo stesso tempo, la Colombia è il Paese in cui viene assassinato il maggior numero di leader sociali e di popolazioni indigene del pianeta. Vittime di un razzismo strutturale e di una guerra civile di oltre mezzo secolo tra esercito nazionale, guerriglieri, gruppi paramilitari e gruppi armati al servizio del narcotraffico, le popolazioni indigene della Colombia lottano instancabilmente per la terra e la vita, persino per la vita stessa.

Venerdì 09 settembre, h. 10:30-12:30
The intersection between climate justice and freedom of movement, a boundless struggle against fortress Europe

A cura di: Melting Pot Europa e Rotte Balcaniche

Un workshop per la libertà di movimento a partire dalla sua natura intersezionale, radicata nelle relazioni di potere e di sfruttamento capitalistico dei territori e dei corpi. Ripercorrendo il movimento delle persone lungo le rotte, elencheremo i nomi e le responsabilità degli enti istituzionali protagonisti della brutale strategia europea di militarizzazione e chiusura delle frontiere, nonché dei privati che ci fanno profitti. Analizzeremo i diversi dispositivi del regime europeo del confine: dai muri all’esternalizzazione delle frontiere, dai campi di confinamento al sistema d’asilo e di rimpatrio. Cercheremo di fare eco alle tante storie incontrate, che condensano le contraddizioni del sistema-mondo ma anche le resistenze. Porteremo esperienze e strategie di lotta per la libertà di movimento per generare dibattito attorno alle pratiche, con l’intento di intersecare ed integrare la lotta per la giustizia ambientale e sociale.

Venerdì 09 settembre, h. 10:30-12:30
Neocolonialismo e fossili: il caso del Mozambico

A cura di: Ilham Rawoot (Friends of Earth – Mozambique) e Alessandro Runci (Re:Common)

Venerdì 09 settembre, h. 18.30
Decolonize, degrow, disrupt: climate crisis in a global scenario

Un dibattito con Vandana Shiva, Ilham Rawoot, Havin Guneser e Mario Alberto Castillo-Quintero.

Se pensiamo al rapporto tra capitale, lavoro e natura come a un’ecologia-mondo, non è possibile scindere lo sviluppo storico del capitalismo da quello del colonialismo. La separazione artificiosa tra essere umano e natura, che avviene a partite dalla “scoperta” dell’America, si è retta per secoli sul dominio coatto di intere popolazioni che sono diventate “sacrificabili” nel momento in cui si è andata formando la cosiddetta “civiltà occidentale”. La schiavitù, lo sfruttamento del lavoro riproduttivo e la distruzione sistematica dell’ambiente sono stati il tratto distintivo di quella “natura a buon mercato” che ha portato al collasso eco-sistemico che viviamo oggi.
In quest’ottica, la riproduzione biologica delle specie che abitano il pianeta e la sopravvivenza del pianeta così come lo conosciamo non possono essere questioni scisse dalla rottura definitiva del modello di crescita infinita che il capitalismo si porta dietro da secoli.
Accumulazione, estrazione continua di valore, modelli di potere basati su gerarchie di classe, razza e genere devono lasciare posto a una società in cui essere umano e natura tornino a identificarsi, attraverso un’equa distribuzione di risorse, ricchezze e divisione del lavoro. È questa la quintessenza del conflitto di classe contemporaneo, che non può più tralasciare alcuni concetti che sono alla base di un’altra idea di sviluppo – come quello della “decrescita” -, così come non può prescindere dal trovare connessioni e orizzonti comuni tra la miriade di resistenze al sistema capitalista che costellano lo spazio globale.