"La frontière tue" ("Il confine uccide") in una galleria
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Varcare il confine della (il)legalità italo-francese

Come vivono oggi i migranti a Ventimiglia

di Rachel Dubale 1

Cosa significa varcare il ‘confine’ tra due paesi dell’Unione Europea, quei chilometri che separano il centro dell’italiana Ventimiglia dalla vicina francese Mentone?
L’esperienza di servizio ai migranti, che ho effettuato l’ultima settimana di Agosto a Ventimiglia, mi ha permesso di rispondere a questa domanda. Così, affiancando la Caritas e altre realtà presenti nel luogo, sono giunta alla conclusione che per i cittadini francesi che si recano al mercato ventimigliese di venerdì mattina, varcare il confine significa ricordarsi la lista di cibarie, bevande ed eventuali tabacchi da comprare. Nel peggiore dei casi, al promemoria si può aggiungere una buona dose di pazienza per affrontare file ed ingorghi all’ingresso in città. Per migliaia di migranti che ogni anno si recano a Ventimiglia, varcare il confine è invece una sfida giornaliera, che accade impercettibile agli occhi dei più.
Questo articolo nasce dalla volontà di voler mettere per iscritto le storie di migranti che ho incrociato nel mio percorso e le testimonianze di coloro che giornalmente si impegnano ad accoglierli.


Vi è stato un momento in cui la gestione dei flussi migratori a Ventimiglia aveva acquisito rilevanza nei dibattiti internazionali e non, tanto da farle guadagnare la nomea de “l’altra Lampedusa”. In particolare, il 2015 ha visto i francesi, colpiti dagli attentati di Parigi, ricorrere ad una militarizzazione dell’Esagono. Al confine italo-francese ciò si è tradotto in controlli sistematici, tramite racial profiling, da parte della polizia di frontiera nei confronti dei migranti arrivati dall’Italia.

A Sud-Est della Francia, nell’estate 2015 migranti e attivisti hanno reagito al blocco di frontiera inscenando una serie di proteste lungo le scogliere della città. Tuttavia, nessun cambiamento propizio è stato raggiunto: quella che sembrava una misura temporanea si è fatta nel corso del tempo ‘consuetudine’, in violazione agli accordi di Schengen 2.

Scritta sul muro di una casa abbandonata, lungo il sentiero di montagna da Ventimiglia a Mentone

Da allora, i migranti restano bloccati a Ventimiglia e cercano di varcare il confine clandestinamente. Gli iter sono vari: ogni giorno c’è chi tenta di passare in treno e chi a piedi, chi pagando passeurs, altri ancora camminando in autostrada. Spesso l’affluenza maggiore è il venerdì, giorno del mercato, poiché la folla di francesi in visita nella Città di confine aumenta le possibilità di passare inosservati.

Si tratta la migrazione come un problema transitorio” afferma a Ventimiglia un operatore della Croce Rossa Italiana “quando il problema è strutturale. Dal 2015 Ventimiglia continua ad essere un punto nevralgico per i migranti che desiderano andare in Francia”. Fuggiti da conflitti armati, regimi autoritari o ancora per fattori ambientali, i migranti abbandonano il sogno di crescere nel loro paese e cercano più fortuna e stabilità in Europa, anche se difficilmente il traguardo è l’Italia: sognano di raggiungere la Francia, ove il più delle volte vivono i loro familiari, o proseguire verso il Nord Europa.

A tale fenomeno corrisponde una risposta massiccia della gendarmeria francese: stanziamento di pattuglie di sorveglianza nella stazione Menton-Garavan, in alcuni casi Cap d’Ail in occasione del mercato di venerdì, o ancora utilizzo di elicotteri e droni per individuare i fuggiaschi nel sentiero. Dall’altro lato, le forze dell’ordine italiane onorano gli accordi bilaterali di cooperazione transfrontaliera e vengono in loro aiuto.

Sul confine si materializza il gioco di guardie e ladri. Il campo di gioco sembra favorire i primi, merito di un quadro giuridico assente o distorto. Nell’Oltralpe, una volta rintracciati, i refusés d’entrée 3 passano ore e addirittura notti sul pavimento degli edifici modulari in attesa di essere riportati in Italia. Secondo alcune testimonianze, i lacci delle scarpe vengono tolti dalla polizia di frontiera per evitare suicidi sulla coscienza. Ad essere respinti sono anche i minori non accompagnati, a discapito dell’obbligo di presa in carico del paese secondo il Regolamento Dublino 604/2013. Normative europee ed internazionali vengono sostituite da decisioni arbitrarie, cui emblema vi è una polizia di frontiera che decreta un accenno di barba sul viso di un minore dichiarato come un chiaro segno di “maggiore età”.

Foto della frontiera franco-italiana

Ventimiglia oggi: dall’altro lato della frontiera

Bloccati in Italia, al giorno d’oggi migliaia di persone tentano la sorte e cercano di raggiungere la terra promessa. Nel frattempo, il greto del fiume Roja gli fa da letto e le scatole di cartone da cuscini. Intorno, una scia di rifiuti e macerie. Di tanto in tanto si sentono cinghiali grugnire e voci narrano che un migrante abbia dormito laggiù per così tanto tempo da riuscire ad addomesticarne uno. Sembra la descrizione inverosimile di un paesaggio campestre in rovina, invece accade a Ventimiglia, a pochi passi dal centro città.

Chiuso definitivamente nel 2020, Il Centro di Prima Accoglienza crocerossino è ormai un ricordo. Lo stesso vale per il Bar Hobbit, per anni rifugio per chiunque volesse ripararsi dal freddo o bere dell’acqua, chiuso l’anno successivo. Resta ancora – per quanto? vale la pena chiedersi – il centro culturale islamico “Fratellanza di Ventimiglia” ed i suoi bagni per sciacquarsi.

Ad eccezione di alcuni appartamenti Caritas destinati alle famiglie in transito, oggigiorno la città non è adibita ad accogliere strutturalmente i migranti. Venerdì, all’alba, incontro una coppia di eritrei ed i loro 3 bambini, di cui due nati in Italia, sdraiati su un materassino logoro. Sono in attesa che la Caritas apra e possa dare un po’ di latte ai loro figli. In definitiva, la Francia non li vuole, ma l’Italia non è da meno. Così, i migranti a Ventimiglia si appoggiano alle poche realtà di ausilio rimaste in città e alla rete di volontari creatasi.

La mattina dalle 9:00 alle 11:00 ci si accalca davanti alle porte della Caritas per consumare la colazione, il pranzo, e farsi medicare. Alcuni si rivolgono agli operatori socio-legali presenti in struttura. Accanto, il tendone di Save The Children offre assistenza alle famiglie ed ai minori. Lunedì, all’ingresso della Caritas, registro una novantina di persone, prevalentemente del Sudan ed Eritrea, “ma il numero è variabile – mi spiegano i dipendenti – a Luglio abbiamo registrato il doppio delle persone”.

All’imbrunire, verso le 19, il punto di ritrovo si sposta al piazzale di Roverino, di fronte al cimitero. ONG francesi e attivisti italiani, aiutati nel periodo estivo da missionari e scout di passaggio, si danno in sinergia il turno per preparare da mangiare e servire un centinaio di migranti. Ciascuno di loro si adopera per colmare falle sistemiche e d’amministrazione, poste da coloro che vedono il fenomeno migratorio come – ironico a dirsi – passeggero e non vedono il senso di investire in strutture abitative e igienico-sanitarie adeguate. Al confine le frontiere rimangono, i migranti in Italia anche, ma rivedere le pratiche di gestione e accoglienza dei migranti in loco sembra fuori discussione.

In piazzale, la sera, tra una partita di pallavolo e l’altra, alcuni migranti trovano il tempo per parlarti. Un ragazzo eritreo spiega che non vuole restare qui: “Mio fratello e mia madre vivono da 7 anni in Francia, e io voglio raggiungerli”. È qui da tre settimane e ha già tentato di varcare il confine in treno tre volte, ma la settimana prossima ritenterà, questa volta via terra. Questo collo di bottiglia che è il confine non li intimorisce. In fondo, la maggior parte ha superato ben peggio prima di arrivare qui, tra il deserto ed i campi di detenzione libici. “L’Italia?” risponde Ermiyas, ventunenne etiope, quando gli chiedo cosa pensi del Bel Paese

“Arif new (trad. let. È bello). Cos’ho da lamentarmi? In questo paese le macchine si fermano quando devo attraversare le strisce pedonali!”.

E, allora, poco ci importa di dare condizioni di vita migliori a chi, alla fin fine, si accontenta di non essere investito per strada.


  1. Studentessa italiana di origini etiopi attualmente iscritta a un Master di Ricerca in Studi Africani dell’Università di Leiden, in Olanda
  2. L’Art.23 comma 1 del Codice Frontiere Schengen prevede il controllo di frontiera da parte di uno Stato membro alle sue frontiere interne “per un periodo limitato a una durata massima di trenta giorni o per la durata prevedibile della minaccia grave se essa supera i trenta giorni, secondo la procedura di cui all’articolo 24 o, in caso di urgenza, secondo la procedura di cui all’articolo 25
  3. Dal “refus d’entrée”, documento dato dalla polizia di frontiera francese ai migranti nel respingimento