Verso le elezioni: continuità o discontinuità nelle politiche migratorie?

Il 25 settembre con le lenti dei confini

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Il 25 settembre si avvicina a grandi falcate; il quadro politico italiano sarà investito da cambiamenti di ampia portata. Che ruolo hanno le politiche migratorie nella campagna elettorale in corso? Quale scenario si consoliderà dopo le elezioni? Orientarsi nell’attuale dibattito pubblico con le lenti delle migrazioni non è semplice. Se la postura assunta dalle forze politiche nei programmi elettorali è molto facilmente leggibile – forse più che nel recente passato -, non è detto che sarà la stessa anche dopo il voto. In ogni caso, già in questa fase è utile provare a prefigurare le tendenze che il nuovo parlamento e il nuovo governo seguiranno in tema di gestione dei flussi migratori. È un esercizio indispensabile anche per chi – collocato all’esterno del quadro istituzionale – punta a migliorare la qualità dei diritti e a combattere il razzismo sistemico.

I confini nelle elezioni

Uno sguardo ai programmi dei due partiti in testa nei sondaggi – Fratelli d’Italia e Partito democratico – è esemplificativo di tendenze riscontrabili anche in altre forze politiche. Il partito di Giorgia Meloni ha costruito, negli ultimi anni, una parte importante del suo consenso assumendo posizioni apertamente contro lə migranti. Una violenza progettuale e discorsiva di ampissima portata. Per contro, tra i venticinque punti che compongono l’attuale programma elettorale, il tema delle migrazioni è affrontato solo al numero ventuno. 

Nel paragrafetto dedicato al tema, l’argomento migrazioni segue quello della sicurezza – operazione strade sicure, poliziotto di quartiere, lotta al degrado. I termini utilizzati per affrontare il tema corrispondono ad alcune delle posizioni consolidate: difesa dei confini nazionali, blocco degli sbarchi, rimpatri. In ogni caso, nell’ordine del discorso generale sviluppato dalla governance di Fratelli d’Italia durante la campagna elettorale in corso, l’argomento migrazioni è agito con la solita violenza ma con meno frequenza e ossessività di altre fasi politiche. Probabilmente – alla luce dell’ampissimo consenso previsto – Fratelli d’Italia ragiona già come partito di governo, allenandosi a dosare la quantità e la qualità degli interventi in tema di migrazioni a seconda della specifica fase politica e degli obiettivi contingenti da perseguire.
Anche all’interno del programma elettorale del Partito Democratico bisogna scorrere molte pagine e arrivare alle numero 28 – su 37 – per incontrare le proposte in tema di migrazioni. I toni assunti sono in parziale controtendenza con quelli agitati nel recente passato e in dissonanza rispetto alle politiche sviluppate dal Partito Democratico nell’ambito delle numerose esperienze di governo degli ultimi anni. È sintomatico che, a un certo punto si preannuncia di voler «abolire la “Bossi-Fini” e approvare una nuova Legge sull’immigrazione, che permetta l’ingresso legale per ragioni di lavoro, anche sulla base delle indicazioni che arrivano dal Terzo settore». L’annuncio può avere una certa importanza: è prodotto da una forza politica che ha avuto cruciali ruoli di governo nell’ultima decade e che, alla prova dei fatti, ha legiferato in una direzione complessivamente diversa da quella evocata durante questa campagna elettorale. Conviene appuntarsi, in un’immaginaria agenda collettiva, il riferimento alla volontà di abolire la Bossi-Fini: è una posizione da verificare nel medio periodo post-elettorale e da richiamare alla mente – da una prospettiva di movimento – al momento più opportuno.

La prova del governo

Cosa ne sarà dei programmi elettorali dopo il 25 settembre? Una parte importante delle proposte finirà fisiologicamente nel cestino. Se l’affermazione di Fratelli d’Italia – e dell’insieme delle forze di destra – dovesse effettivamente corrispondere alle previsioni, non è detto che l’iniziativa di governo in tema di politiche migratorie corrisponda a quanto agitato nella campagna elettorale. È molto probabile che – in tutto o in parte – la violenza discorsiva di questi anni si traduca nello sviluppo di politiche consequenziali. Ma i caratteri, i tempi e i modi di queste politiche dipendono da molti fattori: ad esempio l’ampiezza del successo elettorale, il perdurare della crisi geopolitica globale, l’andamento dell’economia, il posizionamento reciproco tra le forze di destra, la relazione con le istituzioni europee e gli altri stati membri, e così via. 
Per la principale forza politica della probabile opposizione può essere immaginato un percorso in parte simile. Non è detto che il contenuto del programma elettorale in tema di migrazioni corrisponderà alle posizioni che il Partito Democratico assumerà in parlamento dopo il 25 settembre. Non di rado, anche quando questa forza politica è stata all’opposizione, sono prevalse posture tipicamente umanitarie e difensive piuttosto che iniziative politiche potenzialmente di ampia portata – come ad esempio la proposta di abolizione della Bossi-Fini.

Muoversi agilmente tra continuità e discontinuità

In ogni caso, davanti a uno scenario politico che sarà significativamente diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto nell’ultimo decennio, è utile mettere a fuoco e prevenire due rischi apparentemente opposti. L’ascesa della destra si configura all’interno di uno scenario politico e sociale nel quale la violenza sistemica nei confronti dellə migranti non è affare del domani: è l’architrave dell’attuale paradigma. Le politiche di delocalizzazione delle frontiere, di selezione arbitraria tra meritevolə e non, la criminalizzazione delle migrazioni, dellə migranti e della solidarietà sono caratteri del presente. La controrivoluzione non è alle porte: è già qui.

Allo stesso tempo, è necessario evitare collettivamente il rischio di pensare che l’affermazione probabile della destra-destra non cambierà nulla nell’attuale scenario. Nel campo delle politiche migratorie abbiamo collettivamente imparato che anche quando l’apice delle politiche repressive sembra raggiunto, l’asticella può essere rapidamente spostata molto più in alto. L’abolizione del grado di appello nell’iter giudiziario di definizione degli status e l’accordo UE-Turchia hanno ad esempio determinato delle discontinuità significative e in parte inaspettate.

Sarà da subito importante mappare le continuità – nelle politiche di blocco, respingimento, selezione – tra il nuovo parlamento e il nuovo governo e quelli che abbiamo conosciuto negli ultimi anni, e le discontinuità – nella mole di violenza specifica che è probabile che accompagni il consolidamento di queste politiche o lo sviluppo di nuove azioni. Pensare collettivamente la continuità è un esercizio utile per due motivazioni principali: non fare sconti a chi ha governato nell’ultimo decennio e non farsi travolgere dalla paralisi di fronte al nuovo scenario. È ugualmente importante mettere a fuoco e agire sulle discontinuità: molto probabilmente la nuova governance delle politiche migratorie avrà caratteri peculiari rispetto a quelli consolidati. Per sviluppare mobilitazioni all’altezza delle nuove complessità sarà indispensabile cogliere ogni novità – sostanziale e discorsiva – e sviluppare iniziative politiche di ampia portata, coerenti con il nuovo scenario che ci attende.

Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.