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Brennero, una frontiera di abusi invisibili

Bozen solidale da inizio anno monitora quando avviene sul confine scomparso dai radar dei media nazionali

Al Brennero il transito di persone migranti non segue logiche facilmente interpretabili. E’ un flusso carsico, spesso invisibile, che di tanto in tanto appare nelle cronache locali, e qualche volta in quelle nazionali, quando succedono quelle che impropriamente sono definite “tragedie”. Di migranti, rotte e migrazioni alla frontiera altoatesina di solito si parla quando si avvicina una scadenza elettorale o, purtroppo, quando le persone muoiono travolte da un treno come è successo a Mohamed Basser e Mostapha Zahrakame lo scorso dicembre mentre camminavano a fianco dei binari per superare i controlli e raggiungere l’Italia.

Della violenza sistemica del confine, di queste zone di sacrificio, dove transitano le vite di scarto, non vi è traccia nelle quotidianità delle cronache e negli asettici comunicati stampa istituzionali. Ma anche se non viene raccontata, la cosiddetta Rotta del Brennero è un luogo di violazioni costanti, respingimenti e di oppressione. Naturale continuazione della “Rotta Balcanica”, conta decine di passaggi al giorno attraverso un confine prontamente militarizzato.

Nel 2021 sono state oltre 113.000 le persone controllate dalla Polizia ferroviaria di Verona, Vicenza, Trento e Bolzano, il 29% in più rispetto al 2020. Complessivamente, sono state impiegate 12.539 pattuglie in stazione e 335 a bordo treno, presenziando un totale di 685 convogli ferroviari.

I transiti e i controlli anche nel 2022 sono stati giornalieri: secondo i dati pubblicati dal quotidiano online Salto.bz, quest’estate le persone che hanno provato a entrare in l’Italia e andare verso l’Austria sono state circa 1.500 al mese. Ma è probabile che questa cifra sia molto più alta perché solo una parte di chi prende la via del Brennero decide di utilizzare il treno; un’altra parte, difficile da quantificare, è costretta a rivolgersi a trafficanti che seguono altri percorsi e che dietro un “compenso” sfuggono alla militarizzazione del confine.

Non è il caso di N., 11 anni, afgano, che un lunedì di agosto, è stato intercettato da una pattuglia di polizia di frontiera e respinto. N. viaggiava da solo su un treno Intercity italiano diretto a Monaco di Baviera, dove lo aspettavano i suoi parenti. A destinazione non è mai arrivato: il suo è uno dei tanti casi di respingimento di cui siamo venuti a conoscenza.

Come in tutti i confini, nonostante la loro porosità intrinseca, anche al Brennero vengono attuate strategie di controllo e respingimento: profilazione razziale, sequestro di oggetti personali – come vestisti e telefono – e denaro (in Austria e Germania), respingimenti a ping pong (c’è chi ha provato a superare il confine decine di volte), militarizzazione di treni, autobus, sentieri, e in generale del territorio di confine compreso tra il valico del Brennero e le principali città (Bolzano e Innsbruck). Ma il controllo capillare si estende fino allo snodo ferroviario di Verona. In Austria e Germania è prassi incappare in controlli autostradali attraverso dei filtri che normalmente vengono attuati in territorio di guerra. 

Tante delle persone che abbiamo incontrato al Brennero provengono da Germania e Austria. Alcune di loro riescono a passare, altre vengono respinte dalla polizia austriaca. Si portano dietro il loro bagaglio di esperienze, di anni in cui hanno vissuto ai margini di una società che non ha voluto accoglierli, di richieste di asilo rifiutate o “dublinate”. In base al Regolamento di Dublino le persone migranti sono obbligate a presentare domanda d’asilo nel primo Paese membro dell’Ue in cui arrivano e sono stati identificati: per esempio sono “dublinati” anche quelle persone che arrivate in Italia via terra o via mare sono state identificate tramite fotosegnalazione e impronte digitali e hanno deciso, riuscendoci, a raggiungere parenti o amici in Olanda, Svezia, Francia, Germania; ma poi, spesso dopo anni di lavoro e inserimento in quei Paesi europei, non hanno più la possibilità di rimanervi e non hanno altra scelta che tornare in Italia, in quanto qui potrebbero portare avanti la loro richiesta di asilo. 

L’impianto normativo dell’Unione europea è strutturato per impedire e reprimere con ogni mezzo necessario il movimento secondario delle persone migranti. Chi proviene da un paese inviso all’Europa, anche se martoriato dalla guerra, e cerca di costruirsi un futuro o, semplicemente, ricongiungersi con i suoi affetti, trova al Brennero un confine sorvegliato da un apparato militare che, negli ultimi mesi, si è fatto imponente.

Tuttavia se N. invece che afgano, fosse stato di nazionalità ucraina ad attenderlo al Brennero ci sarebbero stati degli operatori che amorevolmente avrebbero potuto accompagnarlo fino a destinazione. 

Il diritto alla mobilità umana è un altro degli odiosi privilegi definiti in base alla linea della razza e della classe e, ultimamente, anche dalle strategie geopolitiche. Ricordiamocelo, soprattutto in questi giorni dove tanti appuntamenti istituzionali ricordano i morti del Mediterraneo.