Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
Ph: Riccardo Bottazzo, Agadez
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Il Niger: analisi di un «confine umanitario»

Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino

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In che senso il Niger è un campo di prova cruciale per la costruzione della frontiera europea? Perché le agenzie internazionali sono parte di un sistema che perseguita e reprime le persone in movimento? Come interferiscono le politiche di esternalizzazione sul delicato sistema economico nazionale?

Ne abbiamo parlato con Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino e co-autori, insieme a Fabio Amato, del libro «Il Niger e la sfida delle migrazioni internazionali. Una ricerca sul campo su mobilità umana, sindacato e società civile». 
Con loro abbiamo discusso delle restrizioni alla libertà di movimento, delle violazioni dei diritti umani e della perversa logica dell’emergenza adoperata dalle organizzazioni umanitarie internazionali, elementi caratteristici delle dinamiche migratorie nel paese e nella regione.
L’intervista è stata realizzata per l’episodio «Agadez, Niger. La porta (blindata) del deserto» di Radio Melting Pot (ottobre 2022).

Le interviste di Radio Melting Pot
Le interviste di Radio Melting Pot
Il Niger: analisi di un «confine umanitario». Intervista a Silvia Pitzalis e Fabio De Blasis, assegnisti di ricerca all’Università di Urbino
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A febbraio 2022, il Niger è stato definito come un paese “campione di accoglienza” da OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), che chiedevano maggiori aiuti finanziari per il Paese. È anche uno dei Paesi con il più basso indice di sviluppo umano al mondo. Dietro questa apparente contraddizione ci sono i massicci investimenti, soprattutto europei, per arginare i movimenti migratori e tenerli il più lontano possibile dalle coste del Mediterraneo, ma anche i respingimenti di massa da Paesi confinanti come l’Algeria e la Libia. Che impatto ha questa complessità di movimenti sul tessuto economico e sociale dei territori in cui avete fatto ricerca?

F.D. Occorre precisare che gli impatti di questi movimenti sono molteplici e diversificati, anche in base alla tipologia di movimento a cui ci riferiamo. In Niger esiste una pluralità di movimenti migratori, che interagiscono in maniera anche molto differente con i territori e il tessuto sociale. Persino in questo Paese, che come tu accennavi è uno dei più poveri al mondo, esistono dei flussi in entrata per lavoro, migrazioni circolari da Paesi limitrofi – le cosiddette storicamente consolidate – ed esistono certamente migrazioni di transito, di “avventurieri”, come si definiscono i migranti che abbiamo incontrato e intervistato, verso l’Algeria, la Libia, ed eventualmente l’Europa.

Esistono anche le migrazioni forzate: quelle compiute da persone in fuga da Paesi limitrofi, da conflitti di matrice jihadista; accennavi ai respingimenti che avvengono dalla Libia, e in particolare negli ultimi anni dall’Algeria. È soprattutto su questi ultimi flussi, ovvero di transito e di migrazioni forzate, che si sono concentrati gli sforzi dell’UE, in partnership con il governo nigerino, per il controllo della migrazione. Questi flussi hanno anche gettato le basi per il sorgere di un’economia dell’emergenza attorno alla migrazione nel contesto nigerino. Un breve accenno ai fondi che l’UE 1 destina al Niger: attraverso il Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa, sono soprattutto le Agenzie ONU – UNHCR 2 e OIM 3, le destinatarie di questi fondi – che implementano, sotto l’ombrello dell’intervento umanitario, progetti e operazioni che, nella nostra visione, contribuiscono in maniera determinante alla creazione di quello che può essere forse definito come un confine umanitario in Niger.

I pushback dai paesi confinanti, che avvengono in un clima di sostanziale impunità, hanno un impatto sul progetto migratorio delle persone in transito, ma non bloccano i movimenti. Quali sono gli effetti di questa pratica sia sulle esperienze individuali, sia sulle rotte migratorie in generale?

S.P. Prima di tutto bisogna tenere in considerazione che, se prima i flussi migratori verso il Niger provenivano prevalentemente dalla Libia e dall’Algeria, con la chiusura della rotta libica in seguito all’accordo Italia-Libia c’è stato uno spostamento di quasi tutti i movimenti verso l’Algeria, la quale negli ultimi anni ha risposto a questi flussi mettendo in pratica cospicui respingimenti, o forse è meglio parlare di vere e proprie deportazioni. Durante la nostra ricerca ci siamo concentrate soprattutto sui respingimenti dall’Algeria, sia di persone nigerine che di persone di altre nazionalità africane, prevalentemente provenienti dall’Africa Sub-Sahariana. Si tratta di persone che, o cercano subito di attraversare la frontiera per poi cercare di arrivare in Europa, o che passano un medio periodo in Algeria per motivi di lavoro, con la volontà di raggiungere l’Europa in un secondo momento. Ma solo una volta messo da parte il capitale necessario. 

Le persone migranti respinte dall’Algeria sono soggette in questa nazione a veri e propri raid da parte delle autorità algerine, nei luoghi di lavoro, nelle loro abitazioni o in strada. Durante questi raid le persone trovate senza documenti vengono derubate, picchiate e stipate in camion che li riportano al confine con il Niger. Nello specifico vengono rilasciati nel mezzo del deserto in un punto specifico chiamato “point 0”, dal quale devono poi raggiungere il confine nigerino percorrendo a piedi, in condizioni psico-fisiche ovviamente indignitose, venti chilometri da soli nel deserto, senz’acqua, senza cibo e senza cure. A questo punto vengono recuperati dall’OIM e portati ad Assamakka  dove alle persone recuperate viene offerta una prima assistenza, prevalentemente cure mediche, e vengono rifocillate di acqua e cibo.
Questa assistenza continuerà poi nei centri di transito dell’OIM solo per chi  firmerà il contratto per il Rimpatrio Volontario Assistito e Reintegrazione, di cui parleremo dopo.

Come potete immaginare l’impatto nell’esistenza dei singoli è devastante, particolarmente traumatico: infatti non tutte le persone riescono a sopravvivere alla deportazione. Il risultato più nefasto delle deportazioni è che persone con un lavoro vengono completamente sradicate da un contesto dove magari avevano iniziato a ricrearsi una vita. Un altro aspetto che vorremmo sottolineare è che le persone rimpatriate sono comunque sempre motivate a realizzare il proprio progetto migratorio (che non sempre  comprende l’Europa). Pertanto, prima o dopo, riproveranno diverse volte a raggiungere l’Algeria, e quindi eventualmente l’Europa, mettendo a rischio la propria vita: percorrendo ovviamente rotte meno battute e dunque più pericolose, ma anche rischiando di essere soggetti ad ulteriori deportazioni, ricatti, estorsioni, e a tutta una serie di violazioni dei diritti umani che abbiamo rilevato.

Le tombe nel deserto
Chiaramente questo sistema finisce per creare dei bisogni e delle vulnerabilità nelle persone soggette a queste pratiche. Solitamente, nei territori dove sono così forti le mancanze istituzionali in termini di supporto ai bisogni delle persone in movimento, anzi dove le istituzioni stesse creano queste vulnerabilità, si sviluppano delle iniziative di solidarietà da parte della società civile. Potreste darci una panoramica di quello che succede in Niger dal punto di vista delle realtà, istituzionali e informali, che operano in questo ambito? Esistono anche nel contesto nigerino dei tentativi istituzionali di criminalizzare iniziative di solidarietà?

S.P. Sì, in Niger esiste una realtà molto variegata rispetto a questo punto. Sicuramente, da una parte, OIM e UNHCR hanno fatto un’azione di cooptazione di alcune di queste realtà. Altre però si sono dimostrate particolarmente critiche nei confronti delle scelte messe in campo in accordo tra il governo nigerino e le agenzie menzionate. Nello specifico caso dell’OIM, particolarmente critica nei confronti del suo approccio è Alarm Phone Sahara, che durante un’intervista 4 a uno dei suoi membri sostiene che il nome dell’OIM dovrebbe essere cambiato da Organizzazione Internazionale per le Migrazioni a Organizzazione Internazionale contro le Migrazioni. La posizione più critica nei confronti di OIM e UNHCR proviene da un’altra realtà: Alternatives Espaces Citoyens. Si tratta di un’associazione composta da cittadini nigerini che nel suo piccolo, ma in maniera sempre crescente, si pone come movimento di opposizione critica nei confronti dell’UE, del governo nigerino, della macchina umanitaria in generale e, ovviamente, delle deportazioni. Si sono verificate delle azioni di criminalizzazione del dissenso, nei confronti di quest’ultima associazione di cui vi ho parlato: nel 2020 alcuni membri sono stati denunciati e arrestati perché solidali con alcuni migranti che avevano dato alle fiamme un campo dell’UNHCR ad Agadez, dove vivevano da anni in condizioni ai limiti dell’umano, in attesa di poter raggiungere, almeno secondo quanto gli era stato promesso da UNHCR, altre destinazioni europee.

IOM transit Camp in Agadez / Niger. Ph: Migration Control

F.D. Ci sono anche altri esponenti della società civile nigerina e non solo. Ad esempio noi abbiamo incontrato il responsabile del servizio pastorale della Chiesa Cattolica a Niamey, che mentre inizialmente aveva un approccio di collaborazione ad esempio verso OIM, negli ultimi anni ha assunto un atteggiamento piuttosto di opposizione. Probabilmente quello che si sta verificando, all’interno del tessuto della società civile nigerina ma anche di alcune ONG (com’è noto, in Niger sono presenti diverse ONG che operano con progetti di cooperazione internazionale), è che varie realtà si stanno coalizzando, iniziando a mettere in discussione l’operato umanitario. Le critiche riguardano in particolare OIM e UNHCR, che negli ultimi anni sono state strumentalizzate dal governo nigerino per risolvere alcune problematiche interne che si erano create dopo l’implementazione della legge 36-2015 5, che ha di fatto criminalizzato il transito di migranti, soprattutto nella città di Agadez. Dal punto di vista della società civile nigerina, c’è sicuramente la consapevolezza dei diversi strumenti che il governo e l’UE stanno adottando per cercare di controllare e frenare la migrazione verso l’Europa. D’altra parte rimangono deboli gli strumenti per essere incisivi sulle politiche migratorie locali e, a maggior ragione, internazionali. 

Protesta davanti alla sede di UNHCR ad Agadez nel 2019. Ph: APS
I numerosi programmi internazionali, gestiti da agenzie ONU e da paesi donatori tra cui l’Italia, che investono nel controllo dei confini presentano il proprio mandato come lotta al traffico di esseri umani. Come dimostrato da molte vicende nel Mediterraneo, la linea che separa trafficanti da migranti è spesso molto labile, e i provvedimenti contro il traffico di migranti si traducono in misure repressive del movimento in sé.
Nel vostro lavoro di ricerca in Niger avete avuto modo di confrontarvi con la complessità di queste categorie e definizioni?

F.D. Anche nel contesto nigerino c’è stata sicuramente una strumentalizzazione rispetto al tema del traffico degli esseri umani e dei pericoli dei percorsi migratori. In particolare la questione del traffico di esseri umani è servita a giustificare agli occhi dell’opinione pubblica l’introduzione della legge contro il traffico dei migranti del 2015, e quindi per giustificare in qualche modo l’adesione alla politica dell’esternalizzazione dei confini dell’Unione Europea. Anche le agenzie ONU in questo fanno il loro lavoro: uno dei principali compiti di OIM (oltre all’implementazione dei Rimpatri Volontari Assistiti) è quello di raccogliere dati sui movimenti delle persone migranti. Attraverso dei cosiddetti focal point sparsi per il Paese, l’OIM si occupa di monitorare i transiti, profilare i migranti, raccogliere altre tipologie di dati che vengono non solo condivise con le forze di polizia locali e con le autorità europee, ma che servono anche per costruire una sorta di narrativa dell’emergenza e del pericolo che giustifica l’intervento stesso delle Agenzie umanitarie. 

Espulsioni ad Assamaka, nord del Niger, al confine principale con l’Algeria
Entrambi avete accennato prima ai Rimpatri Volontari Assistiti, che in Niger sono diventati una pratica molto comune negli ultimi anni. Tra il 2015 e il 2019, infatti, sono stati effettuati circa 50.000 rimpatri nel paese, il che lo rende lo stato verso cui l’OIM ha realizzato il più alto numero di queste procedure al mondo. Potreste spiegarci in cosa consiste questo tipo di programmi, spesso presentati come una misura di successo da parte dell’OIM e delle organizzazioni che si occupano di effettuarli? Se avete avuto modo di conoscere delle persone coinvolte da questa pratica, che impatto ha avuto il rimpatrio sulla loro vita?

S.P. Sulla carta si tratta di un programma che dovrebbe facilitare il ritorno su base volontaria nel Paese di origine, finanziando il viaggio di ritorno e un progetto di reintegrazione nel Paese di origine, che dovrebbe essere calibrato sulle competenze e le capacità individuali di ciascun migrante. In particolare questo programma dovrebbe dare accesso a corsi di formazione professionale o all’acquisto di beni per l’avvio di piccole attività economiche nel Paese di origine per un corrispettivo di 300 dollari. Questo in teoria, cioè se leggete come l’OIM definisce il programma. In realtà dalla nostra ricerca è emerso un primo dato: il fatto che il programma di rimpatrio assistito non abbia avuto molto successo nella reintegrazione socio-economica delle persone migranti rimpatriate nel Paese di origine, semplicemente perché moltissimi di questi migranti partono subito dopo il rimpatrio, quindi tentano molte volte di raggiungere Algeria, Libia ed Europa. Tanto che, durante un’intervista con uno dei responsabili OIM in Niger, è emersa una lamentela rispetto al fatto che i migranti stessero cominciando a utilizzare l’OIM come un’agenzia di viaggio: sfruttavano questo programma per tornare indietro, rifocillarsi, riacquistare il capitale perduto magari perché derubati etc, e poi ripartivano subito. 

F.D. Va aggiunto che questo programma dell’OIM in Niger è probabilmente uno dei principali strumenti dell’esternalizzazione dei confini europei attraverso il cosiddetto apparato umanitario. In Niger il programma si rivolge a migranti che in qualche modo, secondo la rappresentazione OIM, vorrebbero tornare nel Paese di origine ma non hanno i mezzi per farlo: migranti dispersi nel deserto, respinti dalla Libia o deportati dall’Algeria. Nella pratica, da un lato questo programma si rivolge perlopiù ai deportati dall’Algeria, ma l’adesione ad esso è vincolata all’aiuto che viene offerto dall’OIM una volta che soccorre i migranti al confine con l’Algeria: una volta soccorsi, cioè, gli viene fornito un primissimo aiuto, dopodiché gli si dice: “Se avete bisogno di ulteriore assistenza, dovete aderire al programma di Rimpatrio Volontario Assistito”. Quindi c’è una condizionalità dell’aiuto al Rimpatrio Volontario. Dall’altro lato, c’è da dire che durante la nostra ricerca abbiamo incontrato diversi migranti nei centri dell’OIM, in particolare di Niamey, che non corrispondevano a questa tipologia di migrante in difficoltà, disperso o deportato, come invece vorrebbe l’OIM. C’erano, cioè, diverse decine di migranti che erano invece stati intercettati dalla polizia mentre transitavano in Niger verso l’Algeria, non avendo documenti, e in alternativa alla detenzione o all’espulsione da parte delle autorità nigerine, gli è stata proposto il Rimpatrio Volontario. Quindi questi migranti, soprattutto provenienti dal Camerun e dalla Repubblica Centrafricana, si trovavano in una condizione di detenzione umanitaria, perché non riuscivano ad essere rimpatriati. In Repubblica Centrafricana c’erano dei grossi problemi di sicurezza dovuti a conflitti interni. Questi migranti che abbiamo intervistato si trovavano nel centro dell’OIM da diversi mesi, potevano uscire durante il giorno, ma non erano certo liberi di proseguire il proprio viaggio. Quindi se da un lato l’OIM presenta questo viaggio come un viaggio umanitario, dall’altro trovare coinvolte in questo programma (di Rimpatrio, n.d.r.), nei centri di transito, persone che sono state fermate e arrestate di fatto dalla polizia, a cui è stato proposto il rimpatrio volontario come alternativa al carcere. Questo stride un po’ con la narrativa umanitaria dell’OIM. 

S.P. Un altro elemento di criticità emerso dalla nostra ricerca è la mancanza quasi totale di valutazioni individuali basate sui diritti umani, quindi un incanalamento quantomeno delle persone che rientravano nella figura di potenziale rifugiato, nonostante l’elevato numero di vittime di molteplici violazioni dei diritti umani. Tra loro, ad esempio, moltissime donne vittime di tratta di esseri umani. Quindi abbiamo riscontrato una mancata collaborazione tra UNHCR e OIM nell’individuare persone potenzialmente rifugiate, toglierle dal percorso di rimpatrio e cercare di incanalarle verso il percorso dell’asilo. Diciamo che il Rimpatrio Volontario Assistito, come già accennato, è risultato uno strumento controverso: da un lato viene considerato dall’OIM come un progetto umanitario per la reintegrazione sociale ed economica dei migranti che scelgono volontariamente di tornare nel Paese di origine. Dall’altro è emerso essere uno strumento della politica europea di esternalizzazione delle frontiere, che in cambio di assistenza in momenti di difficoltà incentiva il ritorno nei Paesi di provenienza per ostacolare di fatto il flusso di migranti diretti verso l’Europa. 

Ph: MigrationControl.info
Riprendendo la teoria dello “spettacolo della frontiera”, proposta da Nicholas De Geneva, la studiosa Julia Van Dessel si riferisce al Niger come uno dei campi in cui l’UE, sin da prima del 2015, ha implementato strategie di “soft border externalisation” (esternalizzazione trasversale dei confini, ndr). In particolare, attraverso campagne mediatiche, a cui hanno fatto eco diversi media mainstream nazionali e internazionali, il Niger è stato raccontato come una “bomba a orologeria” per la migrazione, un Paese dove “immensi numeri di migranti” aspettano soffrendo di ricevere la loro chance per proseguire il viaggio verso Nord. Molto raccontate sono state anche le condizioni infernali di vita in cui, soprattutto le donne migranti, sono costrette a sottostare nei pressi di Agadez. Secondo Van Dessel, questo tipo di narrazioni servono, indirettamente, allo scopo di scoraggiare il progetto migratorio verso l’Europa di persone provenienti dall’Africa sub-sahariana. Potreste commentare, alla luce della vostra esperienza sul campo in Niger?

F.D. Sicuramente ci sono narrazioni che tendono a scoraggiare i percorsi migratori verso l’Europa, devo dire con scarso successo,come è emerso dalla nostra ricerca sul campo. Tuttavia credo che queste narrazioni siano molto più efficaci a giustificare un intervento umanitario, più che a scoraggiare il movimento delle persone: le persone si muovono, continueranno a farlo, a trovare modi per scavalcare frontiere e controlli di polizia. Queste narrazioni (nel caso specifico del Niger, la rappresentazione prima come Paese di transito e traffico, poi come Paese di crisi migratorie permanenti), quelle degli sfollati e dei rifugiati, dei deportati dall’Algeria… sono più che altro efficaci in quanto strumenti che permettono la creazione di un’etichetta che funge da tool of governance.

Nel caso specifico del Niger, questo ha permesso un processo di esternalizzazione della governance delle migrazioni attraverso le due agenzie ONU, in particolare UNHCR che si occupa oggi delle migrazioni dovute ai conflitti in Nigeria, Mali, Burkina Faso… Ma si occupa anche di progetti di resettlement di rifugiati che sono stati evacuati dalle carceri libiche, verso Paesi europei che aderiscono al programma di cosiddetto Emergency Transit Mechanism (ETM, Meccanismi di transito di emergenza, ndr), contribuendo alla selettività del confine.

L’UNHCR segue le richieste di asilo di queste persone che, ripeto, venivano evacuate dalle carceri libiche; supporta le commissioni d’asilo del governo nigerino, che esprime un parere rispetto alla richiesta stessa, quindi influisce sul riconoscimento o meno dello status (di rifugiato, n.d.r.) da parte del governo nigerino per accedere ai programmi di resettlement. Accanto a UNHCR c’è OIM, di cui abbiamo appunto ampiamente discusso, che si occupa invece delle migrazioni di transito, sia cosiddetto forzato in entrata (quindi i respingimenti da Algeria e Libia), ma anche transito in uscita. Come vi ho detto prima abbiamo incontrato persone in transito che sono state reindirizzate all’OIM dalle forze di polizia locali mentre transitavano da Algeria o Libia perché prive di documenti. Quindi si, sono pienamente d’accordo con Julia Vas Dessel, e aggiungo che oltre alla narrativa finalizzata a scoraggiare in qualche modo il percorso migratorio, va sicuramente considerato l’impatto di queste narrative sulla creazione di necessità di intervento da parte delle agenzie internazionali, soprattutto in Paesi fragili dal punto di vista istituzionale, sociale ed economico come il Niger.


Materiale bibliografico

  1. €72 million for EU security and immigration mission in Niger, State Watch (ottobre 2022)
  2. L’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) è stato fondato in seno alle Nazioni Unite nell’ambito della firma della Convenzione di Ginevra del 1951. Formalmente, è un organismo responsabile della garanzia della protezione internazionale alle persone riconosciute come aventi diritto. Soprattutto dall’apertura dell'”emergenza migratoria” tra il 2015-16, molte sono state le critiche avanzate da diversi osservatori sull’efficacia, i metodi e la trasparenza dell’intervento di UNHCR, specie nei Paesi del Sud globale, tra cui il Niger
  3. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni è nata nello stesso periodo storico, il secondo dopoguerra. Inizialmente si trattava di un’agenzia logistica di coordinamento dei governi europei. Il suo ruolo era la ricollocazione in Paesi terzi dei milioni di sfollati prodotti dal conflitto sul continente europeo. Dal 2016 è divenuta una struttura collegata alle Nazioni Unite, ampliando il raggio geografico, più che la natura storica del suo intervento (il ricollocamento, ufficialmente di persone non ritenute aventi diritto alla protezione internazionale). Anche contro questa organizzazione internazionale si sono recentemente levate aspre critiche, tanto da parte del mondo accademico quanto da quello della militanza contro il sistema dei visti e delle frontiere europee. L’intervista illustra le ragioni di questa opposizione, nel contesto nigerino
  4. Le morti taciute nel deserto: come il Niger è diventato la frontiera più esterna dell’UE. Intervista a Moctar Dan Yayé, attivista di Alarme Phone Sahara – Laura Angius (22 ottobre 2022)
  5. La Corte di giustizia dell’Ecowas chiamata a giudicare la legittimità della legge n. 36 del 2015, Asgi (settembre 2022)

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Questa nuova stagione 2024/2025 prevede la realizzazione di 8 episodi.
La prima call pubblica, che ha avuto come obiettivo quello di promuovere un protagonismo diretto delle persone coinvolte nei processi migratori, si è svolta nel dicembre del 2023 ed ha formato la redazione del nuovo progetto.

 

Il progetto è realizzato con i Fondi dell'Otto per Mille della Chiesa Valdese.

Laura Morreale

Sono laureata in Mediazione linguistica e culturale all'Università per Stranieri di Siena e in Scienze delle lingue, storia e culture del Mediterraneo e dei Paesi Islamici presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.
Mi interessa di mondo arabo-musulmano, migrazioni e contesti multiculturali.

Valentina Lomaglio

Studio la mobilità umana nell'area mediterranea, ed in particolare nel contesto tunisino. Mi interessano le prospettive intersezionali, teoriche e militanti, alle questioni di genere, razza e classe. Sono laureata in Scienze Politiche, Sociali e Internazionali presso l'Università di Bologna, e sto frequentando il master in Mediazione Inter-Mediterranea delle Università Ca' Foscari di Venezia e Paul Valéry di Montpellier.