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Le frontiere dello Stato, lo Stato alla frontiera

Prime note “autoetnografiche” di due giuristi “fuori campo”

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Dove inizia la fine del mare?
O addirittura: cosa diciamo quando diciamo: mare?
Diciamo l’immenso mostro capace di divorare qualsiasi cosa,
o quell’onda che ci schiuma intorno ai piedi?
L’acqua che puoi tenere nel cavo della mano
o l’abisso che nessuno può vedere?”
A. Baricco, Oceano Mare

1. Così, all’indagine sociologica sul campo si accompagna quella giuridica; tracciare le norme che incontrano la vita, le vite, delle persone che arrivano in Italia, attraverso il mare. La ricerca etnografica sul campo, propria della metodologia sociologica, sfida il giurista; il campo è diverso dalla “comfort zone” a cui è abituato. Non le aule universitarie, non quelle dei tribunali; non le pause per le lunghe riflessioni, né la scrivania, larga, comoda in cui accatastare i manuali da consultare alla bisogna. Entrare dentro una nuova dimensione di ricerca, spaesa: serve il pensiero veloce, le domande rapide ed incalzanti, da fare però al momento giusto, entrare in relazione con l’interlocutore. La staticità lascia il campo alla dinamicità, l’apprendimento lascia le parole del foglio scritto e si trasforma nella voce delle persone che intervisti, prima di trasformarsi in, appunto, ricerca.

Nell’approccio a questa nuova dimensione, i colleghi e le colleghe di sociologia ci sono da esempio; ci accompagnano ad ogni incontro, ci aiutano a definire meglio i contorni di tempi, limiti e spazi delle interviste programmate. Quando sono al lavoro li guardiamo e ascoltiamo con attenzione; e mentre impariamo sorgono nuovi interrogativi: quale contributo studiosi e studiose abituate ad analizzare testi di legge, sentenze della Corte costituzionale e delle altre Corti europee e internazionali, possono dare a questa prima fase della ricerca? E questo metodo di indagine, interdisciplinare e sul campo, può essere efficace anche per l’analisi giuridica?

2. Arriviamo a Lampedusa, dopo aver fatto interviste con rappresentanti istituzionali di Pozzallo e associazioni impegnate nella prima accoglienza a migranti e richiedenti asilo a Scicli (Ragusa). Ora, ci sembra di riuscire a trovare il senso nel nostro essere qui, in questo divenire del diritto costituzionale italiano ed europeo, che fa fatica a imporsi e ad essere percepito come imprescindibile fondamento nella, e nelle, messa in pratica delle politiche dell’accoglienza, rivolta a chiunque scappi da contesti di guerra, a chiunque sia vittima di violenza istituzionale, di discriminazione o di cambiamenti climatici.

Vediamo, tocchiamo con mano, una realtà che ormai sembra sfuggire alle categorie giuridiche del ‘900 per come le abbiamo conosciute fino ad oggi. Inclusa l’idea di Stato, di sovranità, di territorio. Qui nella frontiera – nelle frontiere – dello Stato, lo Stato, o la concezione di questo, viene spinto verso nuove frontiere. Lo Stato è sfidato al cuore, al centro della sua vicenda costituzionale, quella della tutela dei principi fondamentali della persona umana. La caducità della vita umana mette, così, alla prova il diritto nella sua manifestazione più alta, i principi, e ne mostra la loro precarietà. I diritti inviolabili, traccia dell’intero percorso costituzionale, si fermano al confine, apolidi. Il “pieno sviluppo della persona umana” dell’articolo 3, comma 2 della nostra Costituzione resta, così, ai margini; è impossibile da immaginare nella condizione in cui si trova la vita umana, salvata, a queste latitudini.

3. E così, l’effettività del diritto costituzionale all’asilo incontra nuove sfide, inedite, in uno scenario multilivello; la nozione di ordine pubblico trova nuove (o antiche) declinazioni, in un bilanciamento di diritti che è spesso “in frizione”; persino il principio di buon andamento della pubblica amministrazione sembra qui essere sfidato da forme di dépeçage del personale, a causa della continua rotazione a cui sono soggetti sull’isola, che mettono in difficoltà l’efficienza amministrativa di chi si occupa di gestire i flussi migratori.

Questa esperienza ci sta mostrando il volto di un diritto costituzionale italiano, europeo ed internazionale in divenire, con le tante contraddizioni, cortocircuiti, burocrazie, le quali ci lasciano presagire un pericoloso allontanamento da quella idea di diritto che nasce come necessità dell’umanità di salvare sé stessa nel tempo. È forse questo il nostro ruolo qui? Interrogarsi sul volto dello Stato, oggi, nella sua frontiera? E la “geografia internazionale” dei confini di Stato, in uno spazio di mare spezzettato da aree search and rescue, come incide sul ruolo dello Stato quando si tratti di salvare vite umane? E la disciplina della zona SAR, nell’intarsio di zone d’ombra che si creano tra regole internazionali, europee, nazionali e tante prassi operative, a volte di dubbia legittimità? Con questi interrogativi, rileggiamo gli appunti presi in questi giorni e ci mettiamo in ascolto delle registrazioni fatte nelle prime interviste, delle voci sentite nei nostri colloqui…

4. Le prime voci ascoltate sono quelle di una parte delle Istituzioni che, per mare, intercetta quotidianamente il dramma di quella umanità in viaggio verso la nostra parte di mondo. La loro disponibilità ci colpisce positivamente: militari che si confrontano con noi sul loro operato.

Parliamo di confine, delle operazioni di salvataggio in mare, di giurisdizione italiana, di porto sicuro. Continuano a ricordarci che “Il mare è il mare”, di come sia impossibile immaginare di costruire qui dei muri e che è loro dovere morale, prima ancora che giuridico, salvare la vita delle persone. Non importa che siano richiedenti asilo, clandestini o migranti economici, a fronte di una richiesta di soccorso, e di distress accertato, “dobbiamo intervenire e garantire l’attracco in un porto sicuro. Poi viene il resto…”, che qualche volontaria di organizzazioni internazionali impegnata nella prima accoglienza ci descrive come “il peggio”.

Ci offrono una prima ricostruzione delle operazioni di salvataggio, nell’area di mare di propria competenza, o nell’area SAR italiana – che per un tratto si sovrappone con quella maltese. Qui “dobbiamo intervenire”, ci dicono.

Ci sono operazioni poi il cui coordinamento è centralizzato, i c.d. “grandi eventi” o operazioni, come l’attracco di Ong che salvano vite umane nell’area SAR maltese o libica, estesissime, e controllate da autorità che operano, come nel caso libico, in violazione degli standard di protezione internazionale dei diritti umani.

Ma se “il mare è il mare”, cosa succede nella zona SAR assegnata ad altro Paese se il Paese straniero non interviene? Ci dicono che non possono intervenire, ma devono attivarsi affinché l’Italia segnali al Paese confinante la situazione di distress, monitorarla e attendere il soccorso dello Stato confinante. E se questo non succede? Un po’ di silenzio… e poi, quelle sono “decisioni che non sono prese da noi”…

5. Eppure, solo nel gennaio scorso, il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha affermato la responsabilità “concorrente” di Italia e Malta in relazione al naufragio e successivo annegamento di oltre 200 persone, di cui 60 bambini, avvenuto l’11 ottobre 2013 nelle acque SAR maltesi, ritenendo che i ricorrenti si trovassero nella “giurisdizione” di entrambi gli Stati al momento del drammatico evento e che potessero, dunque, invocare la violazione delle norme del Patto internazionale sui diritti civili e politici (diritto alla vita e il diritto ad un rimedio effettivo).

Ecco un altro esempio di diritto costituzionale in divenire… i giudici nazionali, sovranazionali e internazionali, che cercano di ricostruire l’ordine di un quadro normativo che, sempre più assume le sembianze di un puzzle scomposto. Ma in attesa che tutto questo divenire giuridico diventi sistema, la fisionomia e la geopolitica del Mediterraneo cambiano e le persone continuano a morire in mare.

E poi, la dibattuta nozione di porto sicuro, (o place of safety, POS), il luogo in cui i sopravvissuti non si trovano più esposti ad un rischio per la loro vita e possono accedere alle prime cure, ai primi beni essenziali (cibo e acqua) alle procedure per presentare richiesta di asilo.

Nozione per la quale il piano giuridico si sovrappone al piano politico, come nel caso della nave della Guardia Costiera Diciotti (territorio della Repubblica italiana…) che aveva soccorso 190 migranti, bloccata per giorni e giorni dal Ministero degli Interni al largo di Catania.

Ma quanto deve incidere la valutazione in merito alla tenuta dell’ordine pubblico nell’individuazione del porto sicuro e nelle operazioni di salvataggio della vita umana? Come raggiungere in tali casi, il punto di equilibrio, in concreto, tra esigenze di sicurezza e tutela della vita, della dignità umana?

Eppure, sappiamo dal diritto internazionale che l’individuazione del porto sicuro e lo sbarco dei migranti devono avvenire entro un tempo ragionevole, evitando ritardi che possono avere conseguenze negative per la salute delle persone soccorse, e che possono tradursi in lesioni della libertà personale, o di altri diritti inviolabili delle stesse persone soccorse.

Sul tema, anche la Corte di Giustizia dell’Unione europea è intervenuta per chiarire che le misure “emergenziali” in materia di mantenimento dell’ordine pubblico e salvaguardia della sicurezza interna devono rispettare i principi di proporzionalità e necessità e bilanciarsi con la tutela dei diritti fondamentali. Come notato da ASGI, commentando l’orientamento della Corte di Giustizia «Il richiamo a generici rischi per la sicurezza e l’ordine pubblico non possono quindi essere utilizzati per derogare alle norme di sistema e sul diritto di asilo».

6. Trascorriamo la prima notte in barca, attraccati al porto di Lampedusa. Al risveglio, si svela in un’immagine la natura di questa isola: vicino a noi una imbarcazione di turisti, a sinistra invece la Louise Michel, nave della omonima ONG che il giorno precedente ha salvato vite umane, e nel Molo Favaloro, a destra, la nave della Guardia di finanza… eccola Lampedusa: la rappresentazione fisica di un diverso “interregno”, in cui è molto forte la tensione tra le garanzie di uno Stato costituzionale (che faticano ad essere effettive) e le politiche dello Stato securitario, sempre più dominanti.

In questa arena, e in queste tensioni opera un sistema europeo di asilo che, per come è congeniato, può funzionare se ciascun soggetto, coinvolto in un segmento della catena ben più complessa, plurale e multilivello delle operazioni di soccorso e accoglienza, svolga bene il proprio ruolo. E sempre che nel passaggio di consegne da una Istituzione all’altra, non ci siano inceppamenti, ambivalenze e non si smarrisca il significato primo dell’agire giuridico: recuperare il senso di umanità e di comunità che, solo partendo dal rispetto della vita e della dignità delle persone, può ricostruire, in un mondo globalizzato e impazzito, la propria identità.

In questo puzzle normativo scomposto, in attesa di essere autorizzati a fare ingresso nell’hotspot di Lampedusa e di intervistare i rappresentanti delle Istituzioni europee per approfondire il Regolamento sulla gestione dell’asilo e della migrazione in discussione, una unica cosa ci consola e ci dà speranza, da giuristi: lo sbarco notturno della Louise Michel, che ieri ha salvato 88 vite umane (di cui 68 minori) soccorse in zona SAR libica e a cui abbiamo assistito dal molo, nell’entusiasmo dell’equipaggio, e insieme a chi non si vuole rassegnare a questo (dis)ordine normativo, che sembra (s)velare la sua indole sempre più securitaria.

Diamo così il benvenuto ai nostri fratelli e alle nostre sorelle:

Welcome to Italy and take care”.

L'equipaggio della Tanimar

Siamo un gruppo di ricercatrici e ricercatori delle università di Genova e Parma. Per due settimane, dal 26 settembre all’11 ottobre, attraverseremo il Mediterraneo centrale facendo tappa nei principali snodi della mobilità migrante e del controllo confinario europeo: Pantelleria, Lampedusa, Linosa, Malta.