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Note balcaniche: Sombor, al confine serbo-ungherese

Un giorno tra gli insediamenti informali fuori dalle mura della Fortezza Europa

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Questo è il terzo articolo del progetto di ricerca iniziato a Timișoara e terminato a Sofia, passando per Šid, Subotica e Belgrado. Durante la nostra ricerca abbiamo incontrato persone che stanno cercando di entrare in Europa, per capire le loro principali lotte e capire come le organizzazioni locali e internazionali supportano le persone in movimento.


Il 4 agosto ci siamo diretti a nord-est verso Subotiça, una città nel nord della Serbia al confine con l’Ungheria. Per la sua vicinanza all’Ungheria e alla Croazia, questa cittadina è diventata negli anni un nodo strategico lungo la rotta balcanica verso il Nord Europa, con migliaia di persone che ogni mese passano attraverso il campo governativo, e gli insediamenti informali nell’area intorno alla città.

Durante il nostro soggiorno a Subotiça siamo stati ospitati dal Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino, un gruppo di attivisti del nord-est Italia che sostiene le persone in movimento sulla cosiddetta rotta Balcanica, offrendo loro la possibilità di fare una doccia, e lavorando con ONG e attivisti indipendenti che sostengono le persone in movimento nella regione.

Abbiamo seguito il gruppo durante le sue distribuzioni per un giorno, per vedere come lavoravano e per prendere confidenza con gli insediamenti informali nelle campagne che circondano la città. Come a Šid 1, la mattina presto li abbiamo aiutati a preparare e caricare il loro furgone con cibo, acqua e docce portatili che distribuiscono regolarmente, insieme a un gruppo di volontari di No Name Kitchen e un gruppo di Medical Volunteers International.

Dopo circa un’ora di macchina, siamo arrivati ​​a una fabbrica abbandonata vicino a una città chiamata Sombor, dove vivevano temporaneamente circa 200 persone. Mentre arrivavamo con il furgone bianco sotto il sole di mezzogiorno, gli uomini che stavano all’ombra degli alberi, e dei vari edifici in rovina che si affacciano sul cortile di ghiaia, hanno iniziato ad alzarsi avvicinandosi al veicolo, raccogliendosi intorno a noi, salutandoci tuttə.

“Salam Alaikum! kaif halak” erano le parole che sentivamo mentre aprivamo le porte per scendere e stringevamo la mano alla piccola folla di giovani uomini. A differenza di Šid, queste persone sembravano essere più anziane, e nessun afgano sembrava vivere nell’insediamento; erano tutte persone provenienti da paesi di lingua araba, principalmente dalla Siria, ma anche dall’Egitto e dalla Palestina.

Dopo aver salutato tutti, abbiamo iniziato a scaricare il furgone, allestire le docce portatili di tela verde, e organizzare le casse di pomodori, patate, riso, pane e mele. Nella parte posteriore del furgone, due cisterne di plastica contenevano circa 500 litri d’acqua ciascuna, e non appena sistemato i tubi per alimentare le docce e per riempire le bottiglie d’acqua, le persone hanno iniziato a radunarvisi intorno con contenitori di plastica di varie forme e dimensioni.

Tutti conoscevano le procedure, era chiaramente qualcosa che accadeva regolarmente, alcuni mostravano persino allə volontariə appena arrivatə ​come far riscaldare le docce. La nostra presenza sembrava essere un evento significativo in quel giorno d’estate nella fabbrica abbandonata. Diversi cerchi di persone raccolte nell’area antistante gli edifici, in piedi o sedute nella poca ombra, condividevano una sigaretta e qualche parola con alcunə di noi, riconoscendolə da altre distribuzioni, o anche da altri insediamenti informali.

Nella maggior parte delle conversazioni che si sentivano fuoriuscire dai piccoli gruppi, si potevano sentire alcuni “inshallah” e “alhamdulillah” mescolati con frasi in inglese, insieme a occasionali scoppi di risate, o strette di mano.

Circa un’ora dopo, i serbatoi dell’acqua nel furgone erano vuoti a metà, davanti alle docce c’erano due rigagnoli di acqua saponosa che vorticavano in piccole pozzanghere, e solo in pochi aspettavano in fila con un asciugamano in mano, aiutando chi si stava ancora lavando a prendere i propri vestiti, a regolare la temperatura dell’acqua, o a passargli dello shampoo.

Due volontariə stavano nel retro del furgone, mentre afferravano i sacchetti di cibo dalle cassette di legno, e lo distribuivano al gruppo che si era radunato attorno al veicolo. Altrə, in piedi accanto alla porta scorrevole laterale, distribuivano spazzolini da denti, dentifricio, sapone e altri articoli di base per l’igiene personale alle persone che non ne avevano ricevuto prima.

In un pomeriggio nella fabbrica occupata abbiamo visto bambini di 5 anni viaggiare con i fratelli e i padri, così come tanti uomini tra i 10 e i 60 anni che viaggiavano da soli o in piccoli gruppi. Le uniche che mancavano erano le donne, che sembravano muoversi attraverso altri insediamenti.

Le persone con cui abbiamo parlato provenivano da ambienti diversi, e nessuno schema chiaro sembrava collegarle tutte. Tuttavia provenivano dagli stessi paesi, condividevano l’esperienza del viaggio, e probabilmente tutte prima o poi avrebbero tentato di oltrepassare con quattro scale il doppio recinto di filo spinato al confine ungherese, con gli smugglers in mezzo a controllare che non arrivino macchine della polizia.

Un giovane che parlava correntemente l’inglese ci ha detto che era un farmacista in Siria, e che stava andando in Germania. Un altro ci ha detto che era un bioingegnere palestinese, era fuggito dopo che la sua università a Gaza era stata bombardata, ed era in viaggio da più di un anno. Altri erano esperti di agricoltura, insegnanti, ingegneri, ognuno con una storia di lotta alle spalle, sia nei loro punti di origine, che lungo il percorso che li aveva portati lì.

Verso le cinque, il sole aveva allentato la sua presa sullo spiazzo di ghiaia, e la distribuzione era finita. Abbiamo chiuso le docce, raccolto gli asciugamani e il resto del materiale con l’aiuto delle poche persone che erano rimaste intorno al furgone a chiacchierare, e siamo andatə a cercare il resto della squadra, prima di partire per la tappa successiva.

Camminando tra gli edifici, abbiamo visto un uomo di mezza età all’ombra, sotto un piccolo gruppo di alberi. Era seduto sull’erba con un paio di amici, i pantaloni da jogging arrotolati fino alle ginocchia, mostrando ad alcuni volontari i segni della scabbia sulle sue gambe, mentre descriveva quando e come era arrivato a Sombor, la città vicino al confine ungherese dove si trovava la fabbrica abbandonata.

Abbiamo deciso di aspettare e ci siamo seduti con loro. Stava descrivendo il suo viaggio attraverso la Bulgaria, sottolineando quanto fosse più difficile rispetto alla Serbia. «C’erano persone nella foresta che ci hanno sparato con pistole softair come se fosse un gioco. Usavano proiettili di plastica dura che erano molto dolorosi, avevano cani da caccia. Noi ci siamo dovuti  arrampicare sugli alberi per evitare che ci raggiungessero. Se ti prendono ti picchiano e poi chiamano la polizia».

Era la prima volta che sentivamo questo tipo di storia, ma presto avremmo appreso che si tratta di un fenomeno ampiamente riportato dai media bulgari ed internazionali, che si verifica dal 2016.

Dinko Valev, “un wrestler semiprofessionista e famoso cacciatore di migranti2 è infatti conosciuto per aver aggredito e sequestrato gruppi di richiedenti asilo sulle colline bulgare con l’implicito consenso della polizia locale. La prova di ciò, chiaramente disponibile nei video sui suoi social media, dove si possono vedere rifugiati legati e sdraiati a terra, in attesa dell’arrivo della polizia.

Anche un attivista che abbiamo incontrato a Sofia ci ha confermato questa storia, e ha descritto questi gruppi di cittadini autorganizzati come un fenomeno diffuso che si verifica nella regione del sud-est del Paese. Raccontandoci come “danno la caccia alle persone” con il tacito consenso del governo, e come la polizia infligge vari gradi di violenza e tortura ai richiedenti asilo non europei, prima di respingerli in Turchia, letteralmente nudi.

In uno dei suoi ultimi rapporti, Human Rights Watch 3 ha descritto come la polizia bulgara respinga violentemente le persone al confine turco. Mentre ONG serbe come Klikaktiv, hanno riferito che ci sono diversi casi di morte tra le persone in movimento in Serbia, anche se è difficile da quantificare a causa della mancanza di dati.

Sulle colline bulgare, secondo uno dei nostri informatori, che partecipa alla rete di Alarm Phone e che spesso risponde alle chiamate di emergenza di persone in movimento che temono per la loro vita, succedono cose abbastanza simili. Una chiamata di aiuto trasmessa alle autorità locali si traduce consistentemente nell’arrivo della polizia piuttosto che di assistenza medica, e si conclude con respingimenti violenti, o talvolta con la morte delle persone che avevano richiesto aiuto.

Alla fine della sua storia, i volontari avevano finito di tamponare con il Betadine i segni della scabbia, si stavano togliendo i guanti di lattice, ed eravamo tuttə prontə per andare all’insediamento informale successivo. Un ristorante abbandonato fuori Sombor, dove alloggiavano circa 60 persone.

Abbiamo salutato tutti i presenti ringraziandoli per l’ospitalità, siamo risalitə sul furgone e abbiamo guidato per circa 20 minuti negli infiniti campi di agricoltura intensiva, interrotti da piccole macchie di alberi, e da qualche gruppo di case.

Il ristorante occupato era sul ciglio della strada, era chiaramente chiuso da molto tempo, ma era in condizioni migliori rispetto alla fabbrica abbandonata. Quando siamo arrivatə ​​abbiamo parcheggiato nello stretto vicolo laterale, tra un salice e alcune persone sedute contro il muro del ristorante. Una volta che siamo scesə dal furgone, le persone hanno iniziato a procurarsi cibo e acqua, mentre lə volontariə li aiutavano a trovare ciò di cui avevano bisogno.

Dalla finestra aperta al secondo piano dell’edificio veniva il pianto di un bambino, mentre il sole arancione illuminava le pareti gialle. Sotto, all’ombra del salice, nell’area cementata antistante il ristorante, alcunə volontarə avevano iniziato a giocare a calcio con un gruppo di bambini ed adolescenti, mentre una fila di uomini sedeva su un muretto di cemento con grandi zaini sulle spalle, o per terra davanti a loro.

Mentre eravamo lì abbiamo parlato con due uomini che viaggiavano con le loro mogli e i loro figli. Erano al ristorante un paio di giorni prima di provare il “game” verso l’Ungheria, l’ultimo confine prima di entrare nell’area Schengen. Uno veniva dalla Siria, aveva gli occhi azzurri, il viso lungo e i baffi castano chiaro. L’altro era egiziano, indossava un kufi di cotone nero e una corta barba nera su un viso tondo. Entrambe le loro mogli erano nel retro del ristorante con il resto delle donne e dei bambini, passeggiando occasionalmente vicino a una finestra, attraverso un porta, o si intravedevano in lontananza sedute nel cortile sul retro.

Mentre parlavamo, sei o sette taxi sono arrivati nel parcheggio di cemento. Gli autisti avevano riempito l’intero spazio davanti all’edificio, e parlavano tra di loro, appoggiati alle loro auto, apparentemente in attesa di qualcosa. I ragazzi che giocavano a calcio sembravano indifferenti.

Sullo sfondo, alcuni uomini entravano ed uscivano dal ristorante, mentre le persone sedute sul marciapiede progressivamente si dividevano in gruppi di quattro o cinque, ed entravano nei taxi.

«Stanno andando al game» ci ha detto uno degli uomini che era seduto accanto a noi, osservando la scena e anticipando la nostra domanda. «Nei prossimi giorni andrò anche io, con la mia famiglia».

Nel frattempo, uno dei taxi non partiva. La gente è scesa, e insieme abbiamo spinto la macchina fuori dal parcheggio. Alla fine, dopo alcuni tentativi e alcune risate nervose, il motore è partito, la gente è risalita a bordo, e sono scomparsi giù per la strada.

«Inshallah ce la faranno» disse l’uomo con la barba scura mentre ci sedevamo di nuovo sul marciapiede di cemento. «Tutti i giorni le persone tentano, vengono arrestate e rispedite indietro dalla polizia. È molto difficile attraversare, a volte ci picchiano, ci rompono i telefoni, buttano via la nostra acqua, e prendono le nostre cose. Poi torniamo indietro, e riproviamo un altro giorno». 

Accanto a noi una bambina di circa 5 anni era venuta a giocare con una volontaria che si stava prendendo una pausa. Un adolescente che stava giocando a calcio si era avvicinato per dare a ciascuno di noi una piccola lattina rossa di un’energy drink.

Era disarmante immaginare che tutte quelle persone presto avrebbero camminato per chilometri attraverso campi e boschi per raggiungere la recinzione, e avrebbero cercato di scavalcare le due barriere elettrificate di 3 metri con filo spinato che le separavano dall’Ungheria. Soprattutto sapendo dalle ONG locali, che la polizia ungherese aveva iniziato a speronare con le auto le scale che le persone usano per scavalcare la recinzione, spesso ferendone gravemente molte, e dimostrando una totale indifferenza  per la loro vita.

«Voglio andare in Italia perché lì c’è una comunità egiziana molto grande», ha detto l’uomo con il kufi nero, mostrandoci uno dei suoi figli. L’uomo siriano con i baffi ci ha detto che invece era diretto in Germania, giocherellando con accendino tra le mani, apparentemente preoccupato per la tosse della sua piccola figlia.

Quando eravamo pronti per partire, e andare all’ultima distribuzione della giornata alla stazione dei treni di Sombor, era quasi buio e tutti i taxi erano già andati via.

Una volta finita l’ultima distribuzione, mentre stavamo partendo dal lato incolto e abbandonato della stazione dei treni – dove solo poche persone erano alloggiate nei vagoni merci arrugginiti – siamo statə fermatə da due agenti di polizia. Hanno perquisito il furgone e controllato i documenti di tuttə. Dopo alcune domande su cosa facevamo e per quale organizzazione, ci hanno lasciatə andare, dicendo che se avessero trovato un rifugiato tra noi, saremmo statə arrestatə per traffico di esseri umani.

E nessuno aveva dubbi su cosa intendessero. Nessuno pensava che saremmo statə arrestatə se avessimo avuto una persona ucraina con noi. Perché potrebbe essere diverso, se fosse con noi qualcuno dalla Siria, dall’Afghanistan, dalla Palestina o dalla Libia?

Ciò che era chiaro era che ogni giorno, con ogni persona costretta a muoversi attraverso reti informali e ad essere soggetta a tali gradi di tortura e umiliazione, l’Europa rivela la vastità delle contraddizioni in gioco ai suoi confini, e quanto sia violenta nel determinare chi è consideratə “altrə”, e non degno dei diritti umani concessi a una persona che “appartiene”.

Esternalizzando e militarizzando i suoi confini, l’Europa rafforza il suo status di comunità chiusa e gentrificata, dove solo pochə “altrə” possono entrare, e dopo una selezione molto competitiva. Gli Stati membri dell’UE e i Paesi limitrofi impongono con violenza una dicotomia di differenza tra “l’Occidente” e il resto del mondo, stabilendo spazi di eccezione alla periferia, in luoghi come Subotiça, dove le violazioni dei diritti umani sono una realtà quotidiana, mantenuta al di fuori del campo visivo del grande pubblico.

Nel frattempo, migliaia di persone che non rientrano negli standard europei, rischiano consapevolmente la vita, e continuano a camminare verso una recinzione che non sarà mai troppo alta da poter scavalcare, e verso un luogo dove, una volta dentro, puoi cercare di ricostruire la tua vita.

  1. Note balcaniche: a Šid confine serbo-croato
  2. Vigilante Keeps Hunting Migrants In Bulgaria And The Authorities Seem To Be Turning A Blind Eye, by Genka Shikerova – Radio Free Europe/Radio Liberty (9 dicembre 2021)
  3. Bulgaria: Migrants Brutally Pushed Back at Turkish Border – Human Rights Watch (26 magggio 2022)

Leone Palmeri

Sono un antropologo basato in centro Italia, specializzato in diritti umani agricoltura e migrazione, con esperienze in organizzazioni internazionali, le nazioni unite e con organizzazioni non governative locali che lavorano sulle intersezioni tra migrazione ambientalismo ed agricoltura. Sono madrelingua inglese ed italiano, amo viaggiare, e nel mio tempo libero scrivo articoli sui contesti migratori che mi circondano.