Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
Ph: Sara Minolfi
/

Brincando fronteras

Testimonianze di migranti cubani lungo la rotta balcanica

Start

di Sara Minolfi 1

I cubani sulla rotta balcanica sono un fenomeno migratorio relativamente nuovo: nell’ultimo anno, le persone cubane che scelgono la destinazione europea in alterativa agli Stati Uniti sono in numeri mai visti 2.

Lipa sullo sfondo

L’IOM ha registrato Cuba tra prime le 5 nazionalità presenti nei campi profughi in Bosnia da aprile a luglio di quest’anno. Questo accade a causa del drammatico deterioramento della situazione politico-economica nel paese dell’ultimo anno e mezzo 3, e per via del nuovo accordo sulla liberalizzazione dei visti con la Russia che nel 2018 si è aggiunta ai pochissimi paesi in cui gli abitanti dell’isola possono viaggiare.

Sempre più cubani vendono tutto per pagarsi un volo per Mosca, in cui possono rimanere fino a 90 giorni, poi molti si spostano in Serbia sempre in aereo: entrambi fanno parte dei paesi con libre visados (visti liberi). Da lì, intraprendono l’ultimo tratto di rotta balcanica per l’Europa.

Ho conosciuto Alejandro e Daniel (nomi di fantasia) mentre ero a Bihac con No Name Kitchen. Erano nel campo profughi di Lipa, a 30km dalla città. Alejandro scherza sempre, ha una risata bellissima. Daniel è pieno di energia, umorismo e determinazione. Riuscivamo a vederci fuori dal campo per qualche ora, passeggiavamo, stendevamo una coperta e parlavamo e ridevamo. Durante alcuni di questi momenti parlavamo delle frontiere, in particolare quella tra Bosnia e Croazia, le porte per il sogno europeo. Quella frontiera come muro invisibile ma invalicabile, come divisorio tra inferno (Lipa, la Bosnia, la rotta) e paradiso (l’Unione Europea). Che loro, come tanti altri, ad attraversarla ci avevano provato tante volte prima di arrivare in Europa. Alejandro 6, Daniel 14. Mi raccontano che una di queste volte stavano il prato e hanno pensato “è lo stesso prato, ma tra 1 km dello stesso prato c’è la libertà.” La potevano vedere, la libertà. Ma ancora una volta sono stati respinti.

Ho fatto una chiacchierata con entrambi a un mese dal loro “arrivo”, Alejandro in Spagna e Daniel in Germania.

L’idea di questa chiacchierata nasce da questi momenti fuori dal campo, dai racconti un viaggio non previsto e improvvisato, dall’immaginario di un’Europa aperta e senza confini, immaginario che è stato piano piano deluso dalla scoperta dei concetti di “migranti” di “respingimento” e di “frontiera” ma che, alla fine, li ha portati a una vita forse migliore.

«Cuba? Una pazzia. Non si può vivere lì»

Chiedo a entrambi della situazione a Cuba. Alejandro mi racconta di come la situazione politico-economica sia precipitata negli ultimi anni.

«Prima della caduta della cortina di ferro Cuba, l’Unione Sovietica si occupava di mandare rifornimenti di cibo, medicine e altro e comprava i prodotti cubani. Allo sparire dell’URSS, il paese cade in una crisi economica.

Prima, non c’erano i negozi. C’era solo un tipo di mercato: una libreta, dove c’era il cibo che potevi comprare in un mese (ovvero i prodotti di prima necessità, chiamata canasta basica). Ad esempio, una volta al mese ti toccavano due libre di riso, mezza libra di olio… Più avanti, erano nati i chopin, supermercati dove si poteva trovare di tutto e comprare cibo aggiuntivo. Nel frattempo, era stata introdotta una seconda moneta (il CUC), che equivaleva a 24 pesos cubani. All’alzarsi della domanda, il CUC sale da 24 pesos cubani a 120 e diventa impossibile comprare nei negozi. Inizia a peggiorare ancora di più la situazione. Quando nel 2016 Fidel Castro si dimette, lasciando il posto a suo fratello Raul, già non c’era più cibo, né lavoro. Alla nomina di Diaz Canal (l’attuale presidente) nel 2018, la situazione peggiora completamente. Nei negozi si può comprare solo con moneta straniera (euro o dollari) e i prezzi salgono. Poi quando inizia la pandemia da Covid-19, iniziano a mancare le medicine, la carenza cibo si aggrava, iniziano a ridurre il cibo incluso nella canasta basica. Insorge la prima manifestazione del 11 luglio 2021 e nascono alcuni movimenti oppositori al governo (come il Movimiento San Isidro, Somos Mas Cuba, Las Damas de Blanco): la gente era stanca del governo e di ciò che stava succedendo nel paese. Quando la gente inizia a scendere in strada, il governo tira fuori le armi e manda l’esercito cubano contro il popolo. Si iniziano ad avere desaparecidos e persone incarcerate. Venivano arrestati tutti quelli che protestavano, anche minorenni. Iniziano i processi e le sentenze prevedevano pene fino ai 25 anni di prigione. Da lì, inizia il grande esodo di persone: la migrazione inizia a salire rapidamente di numero».

Daniel è più pragmatico. «Ti dirò la verità, è una pazzia. L’economia? Una pazzia. Là non c’è niente. Non ti mentirò. Non c’è da mangiare. Non ci sono i trasporti. Né soldi. E i salari? Non si può possedere niente.

Un cartone di uova, 30 uova, può costare 2000 pesos. Questo è il salario di una persona normale. Un salario un cartone di uova! Una pazzia. I cubani sono costretti a rubare. La gente che lavora, per esempio in macelleria, rubano due polli e li vendono per strada. A prezzi altissimi.

E poi le città sono distrutte. A La Avana cadono gli edifici da tanti anni che hanno senza essere riparati. Solo gli hotel ricevono manutenzione, per i turisti.

Da Cuba se ne vanno migliaia di persone al giorno, diretti verso qualsiasi posto, perché non si può vivere lì. Che poi, in realtà, noi possiamo andare solo nei posti dove ci permettono di andare, cioè dove abbiamo i visti liberi, e sono pochissimi».

La traversata dalla Russia all’Europa

Parliamo del viaggio, delle aspettative, dei piani, dei sogni.

Alejandro e Daniel sono volati in Russia entrambi circa un anno fa con l’idea di tornare a breve nel loro paese natio. Nessuno dei due, come molti altri, si immaginava neanche lontanamente che si sarebbero arrivati in Europa. Ma nel frattempo la situazione a Cuba è peggiorata drasticamente.

A Cuba, Alejandro viveva con sua mamma e il suo compagno.

«Durante la pandemia, tutti e tre lavoravamo come assistenti medici. Con il migliorare della situazione sanitaria siamo rimasti senza lavoro. Siamo andati al centro per l’impiego e ci hanno detto che non c’era possibilità per nessun tipo di impiego, in nessun ambito. L’unica cosa che avevamo era la casa, eravamo rimasti praticamente senza niente. Senza lavoro non sapevamo come mangiare. Allora abbiamo venduto la casa a un prezzo minimo, 3mila dollari americani, che era il costo del viaggio per la Russia (per tutti e tre)».

Nada”, gli rispondo.

Nada”, conferma, scuote la testa. Poi va avanti.

«Siamo arrivati a Mosca e abbiamo iniziato a lavorare, perché i cubani hanno un visto libero di 90 giorni. Per tre mesi abbiamo lavorato in un mercato guadagnando un po’ di più con l’idea… non abbiamo mai avuto l’idea di partire. Avevamo solo l’idea di lavorare e vivere lì finché non avessimo visto cosa sarebbe successo a Cuba. Ma un mio amico mi ha detto: “Alejandro, possiamo andare in Serbia, penso sia meglio, forse abbiamo la possibilità di attraversare il confine, oppure possiamo rimanere a lavorare in Serbia dove c’è lavoro per i cubani“. E così abbiamo fatto, con i soldi guadagnati lavorando abbiamo preso un biglietto per la Serbia e siamo andati là. Siamo rimasti in Serbia per 5 giorni. E abbiamo attraversato la Bosnia, con una barca sul fiume, non avevamo soldi, così abbiamo camminato lungo il bordo del fiume finché non abbiamo trovato una barchetta di legno, siamo saliti e abbiamo attraversato, nella neve.

Non appena abbiamo attraversato il confine, la polizia bosniaca ci ferma e ci fa una multa di 70 euro a testa per aver attraversato illegalmente ma ci lascia proseguire. Questa è anche la prima volta che abbiamo provato ad attraversare il confine tra Bosnia e Croazia, ma la polizia croata ci ha catturato e ci ha preso i telefoni, i soldi che portavamo con noi, ci ha preso tutto, a Pablo [il compagno, nome di fantasia] è stato dato un pugno, a me sono stati dati calci e schiaffi e siamo stati deportati in Bosnia.

Non sapevamo niente, non avevamo piani, abbiamo fatto tutto improvvisando. Quando ci hanno deportato la prima volta non sapevamo cosa fare e non avevamo soldi, allora abbiamo chiesto asilo politico in Bosnia. Ci hanno portato in un campo a Sarajevo e siamo rimasti là 9 mesi. Ci trattavano molto bene, ci davano tutto ciò di cui avevamo bisogno, cibo, vestiti… tutto, tutto. Però degli amici ci hanno detto che non ci avrebbero mai accettato la richiesta di asilo, allora abbiamo deciso di andare a Bihac e “fare la rotta balcanica“. A Bihac, mia mamma e una nostra amica sono rimaste nel campo per famiglie mentre a me e Pablo hanno messo in quello per uomini, a Lipa. Abbiamo provato ad attraversare 6 volte, tutti insieme, sempre a piedi in montagna. Tranne l’ultima volta in cui ce l’abbiamo fatta: quella volta abbiamo prenotato un taxi di 150 euro per persona, che ci aspettava dopo le montagne. Dopo 5 chilometri di taxi, la polizia ci ferma e ci dà un foglio di via di 7 giorni. Da lì abbiamo preso un bus fino a Zagabria, poi abbiamo attraversato a piedi il confine con la Slovenia, lì ci siamo consegnati alla polizia che ci ha portato in un campo a Lubiana. A quel punto abbiamo preso un bus e abbiamo attraversato la frontiera con l’Italia camminando. Poi abbiamo preso un treno fino a Milano e da lì un bus fino a Barcellona. Ma la polizia francese ha fermato il bus al confine e ci respinto. Per fortuna, abbiamo trovato delle persone che ci hanno aiutato e abbiamo preso un altro bus per Barcellona.

«A Cuba si conoscono solo l’Italia, la Germania e la Spagna perché ci sono molti cubani che ci sono andati in passato e l’unico modo per andare in quei Paesi era attraverso persone che si sposavano e li portavano lì, o con una lettera d’invito, ma questa via per i Balcani non era conosciuta. Quando l’abbiamo affrontato, non avevamo idea di come fosse o di quanto fosse difficile, la verità è che è molto, molto difficile affrontarlo e ancora di più senza conoscerlo, l’abbiamo affrontato senza sapere come funzionasse nulla. E poi le lingue, non sapevo che in Europa tutti parlano una lingua diversa!»

Il campo di Lipa in Bosnia ed Erzegovina

Daniel racconta un’altra storia, un altro viaggio che si incrocia con quello di Alejandro prima a Lipa, e poi nel tratto di rotta fino all’Italia.

“Quando ero a Cuba, non avevo idea che avrei passato questo. Semplicemente volevo visitare la Russia e la Bielorussia come turista, e basta. Mio cugino mi ha pagato tutto. Poi, mi ha portato in Serbia [dalla Bielorussia], e mi ha ingannato: quando siamo arrivati in Serbia mi ha detto che no, che non c’era nessun biglietto per tornare indietro. Che sarei andato con lui in Germania.

In Serbia sono rimasto per tutti i 90 giorni in cui potevo stare legalmente nel paese, lavoravo in una ciclo officina.

Da lì ho iniziato ad attraversare frontiere, a scappare dalla polizia… sono stato prima in Montenegro, poi in Macedonia, in Grecia e nella capitale della Bulgaria, Sofia. In Serbia mi avevano detto che questa rotta era più facile per arrivare in Spagna. Io e altre persone volevamo attraversare il confine con la Romania, ma la polizia era molto cattiva e avevamo paura, siamo tornati indietro. C’era troppa polizia, pericolosa, non si capiva una parola, ci hanno picchiato e siamo ci siamo detti “torniamo indietro, torniamo indietro”. Siamo tornati in Serbia e lì abbiamo passato la frontiera con la Bosnia pagando una persona che ci ha fatto attraversare il fiume in barca. Sono rimasto in Bosnia 5 mesi. Poi in Croazia qualche giorno, così come in Slovenia e in Italia. Sono stato deportato una volta dalla polizia francese di nuovo in Italia e poi sono andato direttamente in Germania. Sono stato sulla rotta 10 mesi in tutto.

Chi lascia Cuba pensa che sia facile, che sia diverso, nessuno lo sa finché non lo vive. Tutti i Cubani che in Europa non ci sono frontiere, che si passa da un paese all’altro camminando, che non succede nulla. Ma non è così. Per le persone con documenti è così, ma non per noi“.

Alle porte dell’Europa: la frontiera tra Bosnia e Croazia

Abbiamo parlato dei mesi a Lipa, dove li ho conosciuti, e dei respingimenti al confine tra Bosnia e Croazia. Della disparità di trattamento della polizia con i Cubani e migranti di altre nazionalità.

Alejandro e il suo compagno provavano ad attraversare il confine sempre insieme alla mamma di Alejandro e alla loro amica. A volte li incontravo i giorni prima di tentare di brincar la frontera, attraversare la frontiera, ed erano agitati, silenziosi.

«E’ troppo quello che si vive là… nel bosco, con gli orsi, i lupi, le camminate lunghissime, la montagna, la polizia, il freddo… un’infinità di cose che non sono facili.

La quarta volta che ci hanno deportato in Bosnia ho pensato “non ne posso più, non ne posso più“. Per quanto riguarda i respingimenti, a parte la prima volta in cui ci hanno picchiato, le altre volte la polizia croata ci trattava abbastanza bene perché dicevamo “siamo cubani” e smettevano. Però non era la stessa cosa con i migranti degli altri paesi. C’erano famiglie dal Burundi, dal Pakistan, dall’Afghanistan che quando venivano catturati venivano maltrattati. Una volta ci hanno fatto fermare e ci hanno sparato accanto pensando che eravamo pakistani. Poi abbiamo detto loro che eravamo cubani e si sono calmati… anche se comunque ci riportavano indietro».

Daniel racconta: «Quello tra Croazia e Bosnia è stato il confine più difficile di tutti. Allora, attraversavo il confine facilmente, senza problemi, ma poi la polizia… non so se c’è qualcuno che li informa ma sono ovunque, dovunque tentassi di entrare non riuscivo. Colpiscono, prendono cose, prendono soldi… e non puoi fare nulla contro questo. Ti mettono in una camionetta e ti deportano in Bosnia. E ti portano via tutto.

Ho provato ad attraversare il confine da non so quanti posti diversi. Sono andato ovunque, mi catturavano lì e poi passavo di qui. L’ho sempre fatto con persone, sempre 6, 7, 8, 9, 10 persone, perché non si può fare da soli.

Ho tentato di attraversare 14 volte. Le prime due volte ho incontrato i migliori poliziotti croati del mondo. Quando mi hanno preso, mi hanno trattato molto bene, mi hanno dato tutto, da bere, cibo. Non ci potevo credere. Da lì in poi, tutti quelli che mi hanno catturato erano cattive persone. Ti spingevano, ti picchiavano, sparavano per farti cadere, e non importava che fossi una donna, non gli importava nulla.

A volte sparavano colpi in aria. E devi correre. Non sapevi mai se sparavano nella tua direzione o in aria, non lo so, nessuno lo sa. Non te lo chiedi, corri. E’ quello che facevano tutti, correvano.

Comunque, quando ti prende la polizia e dici “Cuba Cuba Cuba” generalmente non ti picchiano tanto. Però di solito non ti davano il tempo di dire “Cuba Cuba Cuba”, almeno a me non lo davano, che già ti avevano colpito 3 volte. Però generalmente i cubani vengono trattati meglio.

E poi, hai visto quante montagne ho dovuto attraversare. Chilometri e chilometri e chilometri.

È molto difficile. Soprattutto quando cala il sole, fa freddo, il vento è molto forte e quando inizia a piovere, ci si bagna, si sa. Oppure ad esempio, una volta sulle montagne sono usciti dei tizi incappucciati, con pistole e tutto, e ci hanno preso i soldi e il telefono. Non sappiamo se fossero bosniaci o croati.

Sai, a volte, quando ero a Lipa, mi sedevo dietro il campo, da solo. Stavo là pensavo a come me ne sarei andato, a quando me ne sarei andato. Se me ne sarei andato. E poi tenevo duro e speravo. E ora grazie a Dio ce l’ho fatta».

A un mese dalla fine del “viaggio”

Ora Alejandro vive in Spagna con sua mamma e il suo compagno, lavorano in un uliveto. Mentre Daniel è in Germania con il cugino. Mi raccontano che è molto difficile ottenere l’asilo in Europa, perché Cuba ha un’immagine nel mondo di un paese perfetto con spiagge paradisiache, che teoricamente non ha problemi. Ma sono fiduciosi: Alejandro mi dice che rimarranno in Spagna, visto che dopo 3 anni hanno diritto alla residenza, mentre Daniel racconta che ha chiesto asilo politico e tra qualche mese si sposerà con un’amica per ottenere i documenti.

Chiedo loro come stanno ora.

Alejandro: “Ora sono qui e ho ancora un po’ di… non è paura, ma un po’ di angoscia per aver vissuto tutto questo. Siamo qui in Spagna da un mese e non mi sono ancora ripreso da tutto quello che è successo. Perché su questi percorsi, oltre a tutte le cose brutte che si affrontano, si rischia anche la vita”.

Daniel: “In questo momento ci sono persone che sono lì in montagna, che stanno passando quello che ho passato io, o peggio. Grazie a Dio ce l’ho fatta e sto meglio, ma so anche che ora c’è gente che attraversa le frontiere e soffre il freddo e la fame.

Ma alla fine non si può fare niente, devi attraversare le frontiere.

Nel mio paese non c’è niente, è impossibile vivere, non importa se sia Spagna, Germania, tutti questi Paesi stanno meglio di Cuba, quindi la gente lo fa.

Io ho sempre voluto andare in Germania, era il mio sogno da bambino. Però mai ho pensato che avrei passato questa pazzia, che tutto questo potesse succedere. Volevo andare in Germania in aereo, da Cuba a qui! Come fai tu normalmente, qualsiasi persona”.

Sorrido, di un sorriso amaro. Qualsiasi persona, nata dalla parte “giusta” del mondo.

  1. Laureanda magistrale in Scienze internazionali (Peace and conflict studies) all’Università di Torino. Si occupa di tematiche di migrazione a livello universitario e nell’attivismo, ama scrivere e ascoltare le persone
  2. Cubans Exploit Russia, Serbia Visa Deals to Hit Balkan Migration Path, Tommaso Siviero – Balkan Insight (15 settembre 2022)
  3. L’insolita rotta balcanica dei rifugiati cubani, Tommaso Siviero – Open Migration (6 ottobre 2022)