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«C’est gentil»

Il terzo episodio del reportage «Crepa. Testimonianze e riflessioni dal Mediterraneo centrale»

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«Crepa» nasce dalle esperienze ed emozioni che ho vissuto a bordo del veliero Nadir di RESQSHIP, l’ONG tedesca proprietaria della nave, durante una missione di monitoraggio, ricerca e soccorso. E’ un racconto in cinque articoli che escono ogni mercoledì di novembre, a partire dal 2 novembre 2022: un giorno infame per il rinnovo del Memorandum tra Italia e Libia. «Crepa» è una parte di quello che vorrei dire alla fortezza Europa 1.

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Sono le parole di T., la persona a bordo della prima imbarcazione in difficoltà che abbiamo trovato, quella con cui mi coordino per effettuare le operazioni. Mi è sempre tornato utile individuare qualcuno tra quelle che stiamo soccorrendo per centralizzare le informazioni, da noi a lui a loro, da loro a lui a noi. Funziona quasi come uno human mic, un microfono umano, di cui sfruttiamo due effetti secondari: la strutturazione di un meccanismo di interazione ordinato e la ripetizione. Ripetere due volte dilegua dubbi.

C’est gentil”, cioè “grazie” mi sento dire, quando spiego che non li avremmo presi a bordo, che le avremmo invece scortate verso Lampedusa. Io mi aspettavo una protesta – l’avrei capita, condivisa anche. Perché la loro imbarcazione, non adeguata per il mare, stride con la presenza contemporanea della nostra ed è inaccettabile che le persone non vengano soccorse subito. Invece quei ringraziamenti mi prendono di sorpresa, mi spiace ancora di più non poterlə prendere a bordo.

Quello che mi dice T. esemplifica la cooperazione generale che le persone soccorse ci hanno dimostrato, nonostante le situazioni difficili. Non posso dire di averle conosciute, le ho solo scoperte superficialmente. Vi racconto alcuni degli scambi che ho potuto avere e del secondo e terzo soccorso che abbiamo effettuato.

Il secondo soccorso è quello avvenuto nelle condizioni meteorologiche peggiori. Le onde sono alte due metri, l’imbarcazione contiene una quarantina di persone e il motore non è più funzionante. Non hanno giubbotti di salvataggio, solo quei tubi neri che credo siano camere ad aria. Abbi, Gerd ed io scendiamo nel rhib, il nostro gommone, e ci avviciniamo all’imbarcazione.

Quello che devo fare io si chiama “crowd management”, comunicare con le persone a bordo per assicurare calma e cooperazione. Non mi piace né la prima parola, “crowd”, folla, né la seconda, “controllo”. Termini molto diffusi come questi e anche solo “salvataggio” strutturano stereotipi quali il rapporto tra salvatore-eroe e persona soccorsa-vittima. Io non ne sono immune: prima della missione mi aspettavo persone in preda al panico o poco controllabili, molto più di quanto abbiamo effettivamente riscontrato. Le persone che abbiamo soccorso erano molto in grado di “salvarsi” anche da sole, cioè capaci di partecipare attivamente al loro stesso salvataggio. Durante le operazioni ho visto che puntare sulla cooperazione funzionava e mi è venuto spontaneo utilizzare un linguaggio orizzontale, quasi affettivo: “frère”, “papà”, “amie”.

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Il trasbordo con il rhib è lungo e stancante. Si tratta di fare una prima ricognizione, distribuire giubbotti di salvataggio e poi trasferire tre persone per volta, dalla loro imbarcazione al nostro rhib, alla Nadir. Facciamo la spola almeno una quindicina di volte. Alcune delle onde, molto alte, entrano nel nostro gommone, siamo fradicз. Non posso avere scambi approfonditi, durante i trasbordi, ma due persone mi colpiscono in modo particolare.

Una persona che, una volta entrata a bordo del rhib, lascia andare la tensione e si scioglie in lacrime. Quello che so del loro viaggio me l’ha in larga parte raccontato lei: “Siamo in mare da tre giorni, senza cibo, né acqua, grazie, dio vi benedica”. Difficile risponderle. E poi c’è V., il mio interlocutore sulla barca, è bravissimo. Ci aiuta durante tutta l’operazione, facilitando la distribuzione di materiale di salvataggio, ed è uno degli ultimi ad essere evacuato. Quando gli dico di salire a bordo del rhib, durante l’ultimo trasbordo, lo ringrazio chiamandolo “champion” – capisce e mi sorride.

All’inizio delle operazioni abbiamo un momento difficile quando stiamo distribuendo il materiale di salvataggio. Ci sono delle tensioni: dopo tre giorni in mare in un’imbarcazione che poteva capovolgersi ad ogni momento, in alcune persone si innescano meccanismi di sopravvivenza comprensibili, ma rischiosi per la stabilità della barca. Chiedono i giubbotti di salvataggio in contemporanea, o gesticolano per averli. Altri dicono ai compagni che il materiale arriverà per tuttə, e di mantenere la calma. Noi allontaniamo il nostro rhib dall’imbarcazione. Nel silenzio quasi irreale che si crea ristabiliamo le procedure che seguiremo, e completiamo in sicurezza la distribuzione.

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Appena terminato il trasbordo delle persone, già ci dirigiamo verso un’altra imbarcazione in difficoltà. Partiamo che il nostro rhib non è nemmeno completamente issato a bordo, ondeggia per qualche minuto a poppa prima che riusciamo a fissarlo. E’ una corsa contro il tempo, anzi contro il sole, perché dobbiamo arrivare prima del tramonto: condurre le operazioni di ricerca di notte è molto più difficile. Le coordinate verso cui ci dirigiamo sono a 12/13 miglia di distanza, circa un’ora e mezza. Johannes, molto attento a farci riposare per poi spremere al meglio le nostre energie, organizza i turni di riposo e io sono felice di farne parte. Mi spoglio e mi asciugo, la panca in cucina diventa il mio letto provvisorio e mi addormento per mezz’ora.

Riusciamo ad avvistare la seconda imbarcazione quando ancora c’è luce – con nostro grande sollievo. Ancora una volta, sono quasi quaranta persone, senza alcun giubetto di salvataggio. Anche per questo caso, il motore ha smesso di funzionare, le onde restano alte. Decidiamo per un trasbordo diretto, imbarcazione – Nadir. Il mare non aiuta l’operazione, il forte rollio rende difficile mantenere le due barche accostate. Passiamo due funi a due persone sull’imbarcazione, uno a poppa e uno a prua, chiedendo di cercare di mantenere le due barche vicine per quanto possibile. E’ un lavoro estenuante per loro, che ad ogni onda devono mollare e poi tirare.

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Dalla barca mi dicono che una bambina sta male e va evacuata in priorità. La prendo per passarla alla dottoressa: meno di quattro anni, pesa nulla, è incosciente con la testa riversa indietro. Mi fa prendere uno spavento. Dopo cinque minuti controllo nel piccolo spazio che è l’ambulatorio emergenziale della Nadir e la bambina sta bene, addirittura gioca, Abbi mi dice che le mancavano nutrimenti da convertire in energia corporea e calore.

Il trasbordo delle altre persone è facilitato dalla presenza di J. sulla barca, mi interfaccio con lui continuamente. J. si assicura che nessuno appoggi le dita al parapetto dell’imbarcazione, evitando il rischio di rimanere con le mani schiacciate per il rollio. Lo fa per ogni singola persona -grazie J. Poi c’è una ragazza che ha paura di fare quel salto, dalla loro imbarcazione alla nostra. Facciamo una pausa, le vedo tornare il coraggio negli occhi, salta e la prendiamo a bordo. Uno dopo l’altro, evacuiamo tutte.

Abbiamo a bordo oltre 75 persone sopravvissute, a cui distribuiamo acqua, biscotti e coperte isotermiche perché si riparino dal freddo della notte. Sono esaustə, si addormentano presto. Dopo poco dobbiamo svegliarle per trasferirle a bordo della guardia costiera italiana. So che almeno una persona tra loro verrà probabilmente arrestata dalla polizia italiana, nell’ambito delle politiche di criminalizzazione dei cosiddetti scafisti, come mette in luce la ricerca condotta da Arci Porco Rosso, Alarm Phone e Borderline Sicilia 2. Pensando a quanto il rapporto con lo stato sia problematico, mi vengono in mente le cooperazioni che invece funzionano. Nel prossimo articolo parlo degli altri attori della società civile.

  1. Le opinioni contenute in questi articoli sono personali
  2. Dal mare al carcere. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti

Pietro Desideri

E se i confini non esistessero? Cerco di trovare risposte (spoiler: si starebbe meglio). Lavoro in programmi di cooperazione internazionale, dove porto una prospettiva anticoloniale e antirazzista.
Ho approfondito le tematiche legate all'asilo e all'immigrazione vivendo a Lesbo, in Grecia. Ho partecipato a una missione SAR con l'associazione RESQSHIP, a bordo della Nadir. Mi piace il copyleft e Banksy.
Per contattarmi: pietro@desideri.eu