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Iuventa: «Sia nei porti che nelle aule di tribunale, l’Italia non rispetta i diritti fondamentali»

Rinviata nuovamente una deposizione di Dariush Beigui per l'assenza di un'assistenza linguistica adeguata

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«Nel più grande procedimento penale contro soccorritori civili in mare, da cinque anni non solo non ci sono prove sufficienti per giustificare il sequestro di una nave da soccorso ma nemmeno i presupposti per un accusa che comporta pene detentive fino a 20 anni. Questo procedimento non garantisce inoltre i principi fondamentali per un giusto processo». E’ quanto sottolinea nuovamente Iuventa crew, che proprio ieri, sabato 12 novembre, si è vista negare la possibilità di avere una traduzione adeguata.

Per la seconda volta, uno degli imputati della Iuventa, l’ex capitano Dariush Beigui, ha deciso di rilasciare una dichiarazione volontaria per accelerare i tempi della giustizia e si è recato a Trapani per sottoporsi alle domande delle autorità inquirenti. Già durante il primo interrogatorio, lo scorso 29 ottobre, la questura di Trapani non aveva saputo fornire di meglio che una guida turistica come interprete, in una situazione che rasenta l’assurdo e dove le stesse forze dell’ordine hanno dovuto interrompere l’interrogatorio per l’impossibilità di continuare.

«È ridicolo! La stessa procura che si è coordinata con successo con cinque diverse agenzie di polizia, comprese le unità antimafia e i servizi di intelligence, per fermare una nave di soccorso che sarebbe necessario impiegare nel soccorso, ha ripetutamente fallito nel garantire il diritto fondamentale a un processo equo. Mi sembra che non vogliano nemmeno sapere cosa ho da dire. La procura è interessata a chiarire i fatti?», ha affermato Beigui al termine della giornata. «Stiamo correndo il rischio di un interrogatorio volontario che potrebbe essere usato contro di noi per poter finalmente andare avanti nel caso. Riteniamo che il soccorso in mare e la fuga non siano reati e pertanto non abbiamo nulla da nascondere».

Dopo che l’equipaggio della Iuventa aveva denunciato queste circostanze inaccettabili, anche gli osservatori internazionali del processo ed EULITA, l’Associazione europea degli interpreti e traduttori legali, avevano condiviso questa valutazione. Nonostante tali critiche, anche il tentativo di ieri è fallito. Anche in questo caso non è stata fornito un traduttore adeguato.

Nicola Canestrini, avvocato della difesa, spiega che «l’assistenza linguistica deve essere tale da consentire all’imputato di essere a conoscenza delle accuse contro di lui e di difendersi, in particolare permettendogli di presentare la sua versione dei fatti in tribunale: questo diritto fondamentale, garantito dal 1950 dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, è stato ripetutamente negato dall’accusa».

Se in Italia gli interpreti e i traduttori impegnati nei procedimenti penali guadagnano solo il 10% rispetto alla media europea, non c’è da stupirsi della grande carenza di queste figure professionali. L’Italia, insieme a Bulgaria e Romania, ha il budget più basso d’Europa per i servizi linguistici giudiziari. La stessa direttiva europea non specifica a sufficienza i suoi requisiti, dando consapevolmente agli Stati la possibilità di non agire nell’interesse degli indagati e imputati e di un processo equo.

Iuventa crew fa notare che è assente anche la traduzione in lingua madre di circa il 97% degli atti dell’accusa, una cosa assurda per un caso in cui gli imputati rischiano fino a 20 anni di carcere. Ma la mancanza di interpreti e traduttori nelle aule di giustizia non si ripercuote ovviamente solo su questo processo. «Abbiamo il privilegio – ha commentato Kathrin Schmidtdi condividere le lingue con gli avvocati. Ma è molto importante sottolineare che ci sono migliaia di persone accusate di reati simili. Le persone in fuga sono criminalizzate in Italia, Grecia e Malta. Quando vengono arrestati e detenuti, spesso non hanno un interprete, una difesa e i mezzi per contattare le loro famiglie».

Il collettivo sottolinea che «è una violazione strutturale che si verifica nella maggioranza dei processi che vedono coinvolte persone di lingua straniera, che molto spesso non hanno a disposizione le risorse dei membri dell’equipaggio della Iuventa e vivono situazioni di marginalità e ostracismo sociale». A questo proposito, due settimane fa hanno lanciato la campagna europea #NoTranslationNoJustice per denunciare quello che è un grave problema strutturale nei paesi dell’UE.

Infine, Iuventa crew ha voluto ricordare che la nuova azione repressiva del governo Meloni nei confronti delle ONG che mostrano solidarietà verso le persone in movimento fa parte di una lunga e ingloriosa storia di criminalizzazione nei Paesi dell’UE. Sebbene le indagini contro le organizzazioni civili di soccorso siano sempre oggetto di grande attenzione da parte dei media, nessuno dei procedimenti si è finora concluso con una condanna.

«Qual è il valore dei blocchi, dei sequestri e delle incriminazioni? Sembra risiedere più nello sfruttamento politico delle falsità e della creazione di un clima d’odio che nella ricerca della giustizia. Prendere di mira le ONG serve a giustificare le vergognose decisioni politiche di oggi e a scatenare nuovamente un attacco che criminalizza le persone in movimento e quelle in solidarietà con loro», ha concluso Sascha Girke collegandosi al teatrino vergognoso del governo e alla direttiva del ministro Piantedosi.

Sia in mare che nelle aule di tribunale, l’Italia non è in grado di garantire i diritti fondamentali dell’uomo.

Stefano Bleggi

Coordinatore del Progetto Melting Pot Europa.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: stefano.bleggi@meltingpot.org