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Abitare precario

Il Trentino tra immaginari di benessere e razzializzazione del mercato immobiliare

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Università di Torino
Dipartimento di culture, politica e società
Corso di Laurea Magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia

Tesi di Laurea Magistrale in Antropologia delle migrazioni

Abitare precario
Il Trentino tra immaginari di benessere e razzializzazione del mercato immobiliare

di Noemi Filosi (Anno Accademico 2021/2022)

Introduzione

Questo testo è il frutto di sette mesi di ricerca etnografica sul tema dell’abitare delle persone migranti in un territorio specifico: il Trentino e in particolare la città di Trento.

L’interesse di ricerca, in linea con l’antropologia pubblica e militante, è sorto dalla volontà di comprendere perché le persone straniere, regolarmente soggiornanti ed in possesso di un contratto di lavoro, a volte anche a tempo indeterminato, fatichino a trovare una sistemazione alloggiativa adeguata alle loro esigenze.
Questa dimensione è stata indagata attraverso un approccio relazionale, grazie alle collaborazioni instaurate con le persone migranti che si sono rese disponibili a far parte della ricerca. Le loro voci, le loro storie e la quotidianità vissuta insieme sono state il punto di partenza per indagare l’abitare; nello specifico la casa, la ricerca casa e le situazioni in cui ci si sente a casa.

La ricerca ha anche approfondito le connessioni tra l’abitare delle persone migranti e le politiche abitative, gli attori del mercato immobiliare, nonché operatrici, volontarie e attivisti locali. Indagare questa dimensione, adottando un approccio spaziale e focalizzando lo sguardo sullo spazio che viene dato alle persone migranti, ha poi permesso di ragionare sul Trentino nel suo complesso.

Un territorio che si auto rappresenta ricco e caratterizzato da un’alta qualità della vita. Ma dove, tuttavia, emerge un continuo restringimento delle possibilità, per le persone straniere, di accesso agli alloggi o la sola disponibilità di alloggi fatiscenti. Benessere, quindi, diffuso solo in una parte della società.

Esplorando inoltre la relazione delle persone straniere con il mercato immobiliare, risalta la non neutralità del mercato. Esso è “costruttore delle differenze” (Micelli, 2021, p. 62), in quanto è parte della società. La logica del profitto è solo una delle sue caratteristiche fondanti, poiché ne fanno parte, allo stesso modo, le logiche di segregazione e di razzializzazione.

L’abitare è stato inoltre indagato in una prospettiva di interdipendenza con le dimensioni lavorative e giuridiche delle persone migranti. Guardando al collegamento tra esse, è apparso che quando viene a mancare anche una sola dimensione – diventando quindi irregolari, inoccupati o senza casa – è molto facile perdere anche le altre. Per questo ho ritenuto opportuno parlare di tripla precarietà che genera e insieme rafforza la segregazione e la discriminazione delle persone migranti.

I capitoli sono pensati come un percorso di tessitura che termina con la produzione di un tessuto. Esso non è lineare, né di un unico colore, e i fili che lo compongono non sono tutti della stessa grandezza. Questo perché quando si analizzano fenomeni sociali complessi ci si rende conto di come questi non si possano ordinare e categorizzare in modo lineare, pena la perdita di quella complessità. Al contrario, adottando una prospettiva dal basso, emergono molteplici aspetti e sfumature.

Nel primo capitolo avviene idealmente la preparazione dei fili dell’ordito, il primo passo per la creazione del tessuto.

Inizialmente, mi sono concentrata sulla storia dell’antropologia della città che, collegata con l’antropologia delle migrazioni, spiega il motivo per cui ho svolto un percorso di ricerca “sotto casa”. Ho quindi indagato la dimensione dell’abitare da una prospettiva tanto teorica quanto storica, per comprendere le caratteristiche odierne dell’abitare in Italia, per poi approfondire alcuni elementi peculiari dell’abitare migrante.

Dopo avere predisposto le basi per costruire il tessuto, nel secondo capitolo ho iniziato a tessere i fili della trama, spiegando il motivo della scelta del campo di ricerca, circoscrivendolo ed ingrandendolo. In principio ho analizzato le caratteristiche dell’antropologia pubblica e militante, per poi spiegare il mio posizionamento. Si tratta di un’utile premessa per comprendere le motivazioni e le riflessioni che mi hanno portato a scegliere di svolgere una ricerca etnografica sul territorio in cui ho scelto di vivere: il Trentino.

Ph: Sportello Casa per tutt* Trento

Ho ingrandito poi il campo, analizzando quattro rapporti annuali provinciali di ricerca sull’immigrazione, per evidenziare i processi caratterizzanti del territorio nei confronti delle migrazioni e i mutamenti avvenuti negli ultimi vent’anni. Mi sono poi focalizzata sulla città di Trento, delineando alcune caratteristiche storiche che l’hanno interessata, per poi approfondire il tema dell’abitare in città, utilizzando ricerche pregresse sul mercato immobiliare, sulle condizioni abitative e sulle politiche di edilizia pubblica. È emerso come Trento sia sempre stata una città escludente, in cui il benessere è un privilegio per pochi. Ho infine comparato le ricerche più conosciute sulla provincia, che la definiscono tra le prime in classifica in Italia, per qualità della vita, con alcune ricerche etnografiche, che fanno emergere invece un mondo sotterraneo che rimane marginale.

Negli ultimi due capitoli si trovano le esperienze, le relazioni, i corpi e le voci delle persone migranti.
Il terzo capitolo permette di entrare nella ricerca facendo conoscere le tempistiche, l’accesso al campo e le metodologie utilizzate. Ma sviluppa anche una riflessione, partendo da una domanda fattami da uno dei miei interlocutori: “Perché sempre gli stranieri?“. Questa suggestione mi ha permesso di ragionare sugli aspetti che rendono peculiare l’esperienza del migrante.

Ho presentato poi i territori con cui sono entrata in contatto, e in cui ho approfondito la relazione tra contesto sociale ed abitare delle persone straniere. Nei contesti più periferici, come la Val di Ledro e la Valsugana, emerge una forte difficoltà per i lavoratori stranieri nel trovare casa e, allo stesso tempo, un ruolo fondamentale delle volontarie del territorio per permetter loro di ottenerla. Nel capoluogo, essendo un territorio attrattivo per lavoratori, studenti e turisti, emerge un mercato immobiliare complesso ed una conseguente emergenza abitativa che riguarda anche gli studenti universitari fuori sede.

Grazie alle interviste semi-strutturate svolte ad agenti immobiliari, proprietarie di immobili, figure istituzionali e operatori e volontarie presenti sul territorio, ho analizzato inoltre i diversi punti di vista degli “autoctoni” sull’accesso delle persone straniere al mercato immobiliare. Ho approfondito poi quello che avviene quando la persona straniera si interfaccia con il mercato immobiliare. Ho indagato gli annunci immobiliari, le logiche delle piattaforme online e ciò che avviene quando la persona migrante chiama le agenzie immobiliari o i proprietari di immobili perché interessata all’appartamento o alla stanza. Ho inoltre approfondito cosa avviene quando i corpi si incontrano: ad esempio negli uffici delle agenzie immobiliari o durante le visite agli alloggi, dove emerge sempre più palese un processo di razzializzazione delle persone migranti. Il capitolo si conclude con una riflessione sull’accoglienza dei rifugiati ucraini sul territorio nazionale e Trentino, e sulla conseguente disponibilità di alloggi privati e pubblici che, prima del conflitto, sembrava non esistessero.

Nel quarto capitolo ho provato a far emergere alcune caratteristiche dell’abitare migrante. Attraverso la raccolta di storie di vita ho evidenziato come l’accesso alla casa non sia l’unico aspetto problematico, complesso e controverso dell’abitare. A partire dalla dimensione lavorativa. Nella ricerca etnografica questa è stata approfondita in due suoi aspetti: il ruolo, ambivalente, dei datori di lavoro nel facilitare l’accesso alla casa, e le difficoltà del trovare casa soltanto lontano dal luogo di lavoro. Viene poi analizzata l’ospitalità, che ha permesso ad un interlocutore di uscire dal progetto d’accoglienza e vivere una dimensione familiare, ma, allo stesso tempo, di non sentirsi a casa. Per poi soffermarsi sulla scelta tra convivenza e solitudine, su quali fattori possano influenzare il prediligere l’una o l’altra.

Ph: Sportello Casa per tutt* Trento

L’ultimo aspetto approfondito è la precarietà, che si manifesta in molteplici forme: attraverso un lavoro che non ti dà garanzie per prendere una casa in affitto, attraverso il mercato immobiliare, che pur avendo tu un contratto a tempo indeterminato, non ti permette di accedere ad un alloggio, attraverso i controlli continui da parte della polizia alle persone migranti, attraverso una procedura di richiesta d’asilo lunga e complicata, attraverso una procedura di sfratto per non aver pagato due mensilità di spese condominiali.
A questo punto il tessuto è creato e, attraverso il processo di finitura, miglioro qualitativamente il materiale aggiungendo alle storie alcune considerazioni e riflessioni avanzate nella letteratura antropologica, utili a comprendere meglio i processi, le dinamiche e le esperienze appena raccontate.

Mi sembra utile aggiungere due precisazioni legate ad alcune scelte di scrittura del testo. Per definire i miei interlocutori e gli aspetti che li riguardano, nel testo ho utilizzato tanto “straniero” quanto “migrante”. Quando ho svolto le interviste ad alcuni soggetti del territorio ho utilizzato la parola straniero, per scollegarla dall’immaginario dei “barconi” e dare rilevanza alla presenza, anche di lunga data, delle persone sul territorio.

Attraverso la ricerca etnografica ho esplorato il significato che i soggetti del mercato immobiliare danno a questa parola: persone provenienti dal Sud del mondo ma anche persone italiane come Fatine, che non hanno un’esperienza migratoria alle spalle. Ho adottato invece la parola migrante per collegare i processi indagati con le teorie avanzate dall’antropologia delle migrazioni: per non dare per scontata la sedentarietà delle persone, per porre l’accento sui processi che rendono a volte lo spostamento delle persone un obbligo e non una scelta, per evidenziare che le migrazioni sono un fenomeno che caratterizzano strutturalmente le società (non solo quelle contemporanee). Infine, ho fatto ricorso al termine rifugiati solo per parlare delle persone provenienti dall’Ucraina, sfollate a seguito dell’invasione della Russia, utilizzando quindi contemporaneamente la categoria giuridica e la rappresentazione che viene data al fenomeno.

Un altro aspetto riguarda l’attenzione che ho cercato di porre, nella scrittura, alle questioni di genere. Quando non è stato possibile utilizzare espressioni onnicomprensive ho utilizzato alternativamente la declinazione maschile o femminile. Quando ho parlato dell’antropologia pubblica e militante, riguardando una scelta di campo legata al mio posizionamento, ho preferito utilizzare la declinazione femminile.