Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Valentina Delli Gatti (Muro di confine sulla spiaggia di Tijuana)
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Bienvenido a Tijuana, bienvenido a mi muerte

Il 3° e ultimo capitolo del reportage «Dall'altra parte del Mondo»

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Dall’altra parte del Mondo è il risultato di un lavoro di ricerca sul campo condotto durante un viaggio lungo la rotta mesoamericana dal confine sud alla frontiera nord del Messico.
Pubblicheremo i capitoli di questo reportage in 3 articoli che usciranno i mercoledì del mese di dicembre (7, 14, 21).

Ana Lucía Rivas García, madre de Alberto, Migrante de El Salvador scomparso dal  07 marzo 2021

La critica è proprio l‘analisi dei limiti e la riflessione su di essi.
Dobbiamo stare sulle frontiere. 
Michel Foucault, Che cos’è l’Illuminismo?

C’è un punto della frontiera tra Messico e Stati Uniti, al limite tra le acque che separano l’alta e la bassa California, in cui sarebbe difficile  definire con certezza in che “stato” fisico e mentale ci si trovi. 

Dopo aver risalito a sud una delle possibili rotte migratorie che attraversa lo stato del Chiapas, al confine con il Guatemala, raggiungo Tijuana, il punto più a nord ovest della mappatura messicana e principale snodo urbano separato dalla città nordamericana di San Diego, cui divisione è marcata nettamente già dallo scenario paesaggistico che oscilla tra la vasta vegetazione continentale da un lato e l’interminabile distesa arida distesa dall’altro.

La delimitazione territoriale la si può osservare ben prima di atterrare: lo scenario dall’alto fa raggelare, suggestione preventivata dalla consapevolezza che quella lineatura non fosse solo naturale. Ma solo una volta raggiunta la playa realizzo che la frontera colossale che mi si presenta dinanzi, non è che l’emblema estetico e fisico di un più poroso ma latente e violentissimo “spazio” invisibile ed impercettibile agli occhi di chi non deve attraversarlo a rischio della vita.

Volteggiando con la testa che – come per i bambini che osservano i giganti – si solleva lentamente dal suolo verso il cielo, realizzo in ultima istanza quanto quel muro sia davvero in grado di far annullare ai miei occhi ogni sensazione pseudo positiva che invece, i colori accesi dei graffiti, sembrano suscitare ai tanti turisti che vi si avvicinano per una foto da postare.

Nessun passante – estraneo ai fatti – è davvero consapevole del peso che quelle scritte abbiano, realizzate da collettivi di attivisti e street artists composti anche da migranti deportati, nel tentativo di denunciare la frontiera e il suo mortifero pa(e)ssaggio.

A confermare i suoi termini letali è il deserto che sulla parte nordoccidentale del confine si estende fino a Sonora lungo il quale migliaia di migranti perdono la vita o risultano scomparsi.

Ho le lacrime e la gola che mi si stringe dalla rabbia mista a frustrazione ma resto piuttosto risoluta ed accorta, soprattutto nel momento esatto in cui scorgo tra gli sguardi disattenti, che delle figure sospette stanno con molta probabilità vigilando ogni presunta presenza, la mia.
Osservo a lungo l’area circostante, sanno bene che non sono arrivata fin là per una mera passeggiata sul lungomare ma fingo di non badarci.
Riecheggiano alla mente le parole che mi hanno accompagnato in fase di atterraggio poche ore prima: “Bienvenido a Tijuana, bienvenido a mi suerte… bienvenido a mi muerte” canta con tono quasi rassegnato Manu Chao alludendo al quanto esplicitamente a tutto il sottosuolo di ultimi respiri che questa terra emette.

Più volte mi sono interrogata sulle implicazioni che il destino potrebbe avere attorno a tutta la questione migratoria ma non riesco proprio a capacitarmi come basti una parola così vaga ma totalizzante a giustificare invece ogni arbitraria certezza attorno alla morte delle persone migranti. E non è certo affidata alla sorte la violenza che subisce chi conosce la frontiera, di chi ogni giorno è, realmente, (al) confine 1.

Il confine è selettivo, discriminatorio, si palesa a chi lo attraversa con il proprio corpo, con la propria vita. La regolarizzazione politica della traversata e del viaggio migratorio opera, infatti, sempre tramite uno smistamento basato sulle implicazioni di disuguaglianza per cui solo chi è costretto a stare al margine può capirne la violenza.

Alcuni nomi di persone deportate alla frontiera, sul retro de murales “Rimpatriate” realizzato dal progetto “Deported veterans mural project”

Mi distoglie la mente da quella latente tensione, l’affabile voce di una donna di mezza età che con fare deciso mi si avvicina quasi fossi un obiettivo premeditato e che, se non fosse per l’intercambio verbale che ne è successo, avrebbe invece dato adito a quelle sensazioni quasi paranoiche di cui sopra.

«Al ver el mar sin pasaporte, va y viene», esclama, notando la mia origine forestiera e alludendo al fatto che da cittadina lei potesse attraversare quella linea per bagnarsi nel mare di ambe sponde, allusione di cui invece io avevo affidato più romanticamente al movimento sconfinato del mare.

Le accenno un sorriso, spiegando banalmente che son lì proprio per un dissenso a certe logicità.

«Es una frontera dinámica, prosegue, sólo tiene uno que entrar y respetar las reglas de uno y otro País… y vivir en paz…».

Annuisco incredula, ancora beneficiaria del dubbio che potesse essere meglio dare meno confidenza possibile in un contesto simile, ma non riesco a restare in silenzio:
«Se non fosse che la discrimine è la nazionalità!», affermo «Se pure accettassimo delle regole, queste non sono per tutte le medesime» (mi riferisco alla frontiera fisica ma anche alla sua ideologica).

«Tiene que cubrirse los cánones de cada País, lo aplicamos también a la vida de nuestras casa, y para que entre alguien a tu casa tiene que respetar las reglas tuyas, es una ley de convivencia social que tenemos que aprender»… commenta reiterando la propria convinzione.

Vorrei ribadire ulteriormente ma preferisce salutarmi nelle migliori intenzioni, forse convinta del suo dire: – «Aquí hay oportunidades para todos… Que tengas muchos recuerdos bonitos de Tijuana» – conclude, lasciandomi nuovamente sotto il mirino di quei due uomini.

Casa del migrante presso la frontiera marittima di Tijuana

Ritorno alla dimensione micro epidermica che avevo lasciato poc’anzi e che mi aveva fatto sentire una pedina sociale, ma da dove lì a poco sarei riuscita comunque a rintracciare anche la Casa del migrante di cui mi ero messa alla ricerca, per incontrare alcuni migranti e cercare gli scomparsi.

L’ Albergue è collocato in cima alla collina che dalla spiaggia porta al rettifilo urbano che si erge lungo tutta la spiaggia di Tijuana. Non è facile da individuare perché inesistente sulle mappe e spoglia di qualsiasi cartello segnaletico. Attraverso quindi la sabbia salendo dalle scale che conducono in cima alla città per scorgere tra i ruderi degli stabilimenti dismessi, oltre a qualche bancarella di souvenir artigianali, la struttura apparentemente disabitata.
Ma una scritta sulla parete mi conferma di esser giunta a destinazione:

«El INM no podrá realizar visitas de verificación migratoria en los lugares donde se encuentre migrantes albergados por organizaciones de la sociedad civil o personas que realicen actos humanitarios, de asistencia o de protección a los migrantes». («L’ INM non può realizzare controlli migratori nei luoghi in cui vi sono migranti ospitate da organizzazioni della società civile o persone che realizzano atti umanitari e di protezione ai migranti»).

Art.76 Ley de Migración Federal

Entrando chiedo di Hugo con il quale avevo antecedentemente comunicato perché incaricato dell’accoglienza ma ad attendermi trovo Héctor, un operatore della casa che mi da il benvenuto come fossi anche io alla ricerca di un rifugio. «Esta es también tu casa», mi dice invitandomi ad unirmi alla colazione che sta preparando per tutti, ma declino l’estrema gentilezza solo per non portar via troppo tempo al suo lavoro.

All’interno, la struttura ospita i migranti che, stremati dalla fatica del cammino, una volta raggiunta la frontiera, restano lì per giorni in attesa di poterla attraversare o di ritrovare tra le fessure del muro i propri familiari.

Héctor mi mostra le stanze in cui riesco a salutare qualche ragazzo presente, incontro preliminare che apre anche la mia presentazione. Spiego loro che sono lì alla ricerca di un ragazzo, Alberto García Rivas, scomparso nel marzo 2021 e di cui non si hanno più tracce proprio dopo esser passato per quella zona. Gli mostro la foto che mi aveva consegnato sua madre qualche giorno prima nella città di Veracruz, assieme ad un video-denuncia ed altre foto segnaletiche e sospette in cui sembra esser stato avvistato e fotografato un ragazzo nei pressi di Tijuana molto simile al profilo di Alberto.

Sono centinaia le donne e gli uomini di cui su questo confine si perdono le tracce, e molto spesso rintracciarle è reso difficile anche dal fatto che lungo il cammino sostituiscono i propri nomi. Lascio le immagini ad Héctor affinché le possa esporre insieme alle altre già appese sul vetro della porta di ingresso: – “Esta chica me la entregaron hace muy pocos días“, mi dice indicando il volto della ragazza su cui è scritto “DESAPARECIDA“.

Gli domando delle principali ragioni per cui una persona potrebbe scomparire proprio in quel punto ma Héctor preferisce rispondere a suo modo eludendo la domanda così diretta:
«No es el caso de nosotros especular del porqué, sino que lamentablemente pasa, pues ayudamos a muchos familiares que les buscan. Es una labor de la fiscalía, nosotros les ayudamos poniendo en circulación las fotos y a los migrantes para que puedan seguir su batalla».

L’aiuto che offre la casa ha un solo obiettivo: prendersi cura delle persone che vi arrivano affinché possano proseguire la battaglia. La cura è pensata come il supporto più importante affinché il progetto migratorio delle persone possa correndo meno rischi possibili, «aunque lamentablemente se arriesgan igualmente», continua. «Es un control y una vigilancia regular, pero aquí estamos como sociedad para su ayuda».

Oltre ai pasti e un letto per dormire, la casa offre loro el “Alternativa“, conclude determinato: «Los familiares se quedan a la búsqueda de sus queridos y lo que podemos hacer nosotros es darles comida, ropa. Hay abogados para la orientación legal, de tema de papeleos porque la mayoría es indocumentada».

Molte persone hanno attraversato la frontiera e al ritorno vi ci sono ripassati. È la gratitudine che dimostrano una volta ritornati che ripaga ogni sforzo impiegato da Hector e tutto il personale.

Catturata dalle foto segnaletiche delle persone scomparse, scorgo solo all’uscita, salutando i ragazzi e l’attivista Hector, un dipinto iconico di un uomo raffigurante una sorta di custode della solidarietà cui scritta riporta: Speranza e sogni, coraggio e libertà! E’ lo stesso augurio che faccio prima di lasciare la casa.

Conclusioni

Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera,
ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte
Claudio Magris, l’infinito viaggiare

In un mondo circoscritto da confini fisici e immaginari, una sola domanda condurrebbe, dunque, ad un’ipotesi decisiva, una domanda politica, ma anche intellettualmente riflessiva a cui dobbiamo in qualche modo trovare una risposta: cos’é che si vede guardando il confine dall’altra parte?

Se guardassimo dal lato opposto della linea, estendendo lo sguardo “all’altra parte di mondo”, non solo quella materiale esposta al di là del confine ma verso quella ideologica, propria dell”attivismo spirituale” di cui parla Anzaldua, scegliendo di restare sulla frontiera – dove bisogna stare – come ci invita Foucault, sapremmo che attraversare l’altro lato significa capire di stare innanzitutto dall’altra parte, quella giusta del torto.
Non solo. E’ nelle stesse crepe tra i mondi, tra gli intersticios – dove dimora la liminalità di Bell Hook – che scopriremmo la reale trasformazione, il processo di guarigione di quella ferita aperta che è lo spazio di frontiera.
Slittare di un mondo all’altro significa trasferire la nostra consapevolezza su diversi piani, posizionare lo sguardo su ciò che non spesso non riusciamo a vedere a causa del privilegio che possediamo rispetto alle gerarchie globali 2.

Il confine è un territorio fortemente “storicizzato“, per cui solo uno approccio politicamente responsabile riuscirebbe a restituire una storicizzazione radicale a ciò che l’attuale regime frontaliero e di governance migratoria ha naturalizzato e depoliticizzato per giustificare il mancato responso di fronte a numerose forme di violenza prolifera in varie frontiere del mondo.

Il Muro si estende per tutta la linea divisoria tra i Paesi dal mare al deserto fino al mare

Gli studi etnografici sul e dal confine potrebbero farsi carico così di indagini dimostrative del fatto che le pratiche di esternalizzazione del confine sono in un certo senso da ricercare nelle genealogie coloniali e di natura neoliberale di sfollamento forzato, che hanno storicamente fornito un laboratorio efficace in cui sperimentare nuove politiche di controllo delle popolazioni di confine attraverso dispositivi di securitizzazione. Soprattutto, questo studio sul campo appartiene a tutte le persone che vivono ai confini, fino a non molto tempo fa, visti come un ponte, un canale di transito e di passaggio, e trasformati a partire dalla logica securistica come uno spazio militarizzato e un luogo di morte.

In questo senso, la comunità migrante, gli attraversati e attraversanti, segnata da una condizione culturale di frontiera e dei suoi affini – i confini, gli orli, le zone di contatto, i ponti, le soglie, i passaggi –  riformula e custodisce una geografia culturale dello spazio di frontiera tanto varia  quanto varie sono le popolazioni che l’agiscano, un popolo che ha sempre vissuto attraversando il margine, in perenne movimento seguendo le richieste e le esigenze di fame e carestie che ancora oggi spinge milioni migranti non solo di origine messicana, ma soprattutto provenienti dal sud e centro america ad agire lo spazio in cui al contempo sono agiti, sfidando i controlli e gli strangolamenti politico economici del proprio paese, nel tentativo di trovare rifugio altrove, oltre quella parte di Mondo.

Si tratta, per questo, di posizionarsi dall’altra parte, non solo per andare dall’altra parte della frontiera ma anche per scoprire di essere sempre anche dall’altra parte, quella degli uomini e delle donne migranti, delle persone marginalizzate da un sistema di gerarchizzazione umana, cercando di decostruire la propria cultura giungendo a vederla con gli occhi-coscienza di un outsider o  da migrante e quindi in grado di cogliere la propria complicità nei meccanismi nazionalisti che giocano sull’interno/esterno spaziale. 

Questa consapevolezza non solo permette di negoziare e decostruire il concetto di frontiera come linea divisoria, muraglia che incarna il divieto d’ingresso per i migranti, come barriera, simbolo dell’oppressione del primo mondo, ma soprattutto di scardinare i binarismi di margine e centro, di s-confinare. Posizionandosi in-between, per dirla ancora con Anzaldúa, ciascun soggetto è contemporaneamente fuori e dentro il margine e diviene  altro a se stesso, e può quindi smettere di vedere l’altro come estraneo, come clandestino, creano nuove percezioni dei soggetti come attraversatori, un popolo fronterizos che può con-vivere come con-finante, come soggetto in costante attraversamento di frontiere fisiche, psichiche, culturali e in lotta non per la sopravvivenza ma per la propria esistenza.

  1. Shahram Khosravi, “Io sono confine”, 2010
  2. Quijano Aníbal. 2000. Colonialidad del poder y clasificación social. Journal of World-Systems Research V

Valentina Delli Gatti

Antropologa militante.
Specializzata in Migrazioni Internazionali, indago il tema della mobilità umana e le mobilitazioni transnazionali. Con particolare attenzione all'antropologia visiva, investigo i processi transmigratori, l’etnografia di frontiera e le strategie di lotta. Attualmente sono in Ecuador, coopero in Hias, con la popolazione camminante di origine colombiana, venezuelana e haitiana.