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Razzismo su un treno regionale

Riflessioni sulle disuguaglianze di potere attraverso la lente del Teatro dell’Oppresso

Forum Theatre Workshop in Italy - Coop. Giolli

di Laura Pauletto 1

Metà maggio. Mi trovo in un treno regionale, sulla linea Verona-Trento. Poco dopo aver superato il confine regionale ed essere arrivati 2 in Trentino, un passeggero proveniente probabilmente dall’Asia viene fatto scendere dal treno perché non ha convalidato il biglietto, dopo essere stato sottoposto a una serie di domande e rimproveri da parte del controllore, con tono infantilizzante. Non appena il controllore accompagna il passeggero giù dal treno, sento tre persone dietro di me – due uomini e una donna, italiani, anziani – complimentarsi sottovoce con il controllore, sostenendo che “è stato bravo a mantenere la calma”, “questi vengono qui, girano con un coltello, ti aggrediscono”, “violentano le donne” e narrazioni simili per circa cinque minuti. A quel punto decido di intervenire e, verbalmente, metto in discussione il loro pensiero. Due di loro – uno dei due uomini e una donna, che viaggiano insieme – tacciono, mentre l’altro mi dà contro, sostenendo argomentazioni del tipo “quelli che si comportano bene possono restare, gli altri devono restare fuori dall’Italia” e “vorrei proprio che uno di loro ti violentasse, vorrei vedere cosa diresti!”. Io rispondo a tono – “ma come si permette?”, “Ma si vergogni!”, “Studiate!” – ma dei pochi passeggeri che ci sono nel vagone, nessuno interviene.

Questa è una storia vera. È successa a chi scrive, una ragazza di venticinque anni, laureata da poco in Sociology and Social Research all’Università di Trento, appassionata di fenomeni migratori, questioni di genere e arti performative, ambiti che ho approfondito sia attraverso la formazione e la ricerca, che durante varie esperienze di volontariato.

Questa però non è solo una storia vera. È anche la trama di una performance teatrale. O meglio, è molto simile a una performance teatrale. “Final Destination/Fine corsa” è il titolo di un Teatro-Forum che è stato costruito e portato in scena a Trento nel 2022. Un Teatro-Forum è una tecnica che fa parte del Teatro dell’Oppresso, un metodo teatrale ideato da Augusto Boal alla fine degli anni Sessanta in Brasile (Boal 2011; Boal 2021; Mazzini & Talamonti 2011). Questo metodo deriva dalla Pedagogia degli Oppressi di Paulo Freire, che mira a porre fine alle disuguaglianze sociali e alle oppressioni attraverso un metodo educativo basato su una relazione dialogica tra insegnante e alunno (Freire 2018). In maniera simile, il Teatro dell’Oppresso è finalizzato a porre fine alle oppressioni e quindi alle disuguaglianze di potere presenti nella società trasformando la realtà attraverso il teatro (Boal 2011; Boal 2021; Mazzini & Talamonti 2011). Il Teatro-Forum è basato su una breve scena teatrale che viene rappresentata davanti a un pubblico una prima volta e include sempre dei personaggi oppressi e dei personaggi che agiscono come oppressori (anche se di frequente le due condizioni si sovrappongono). Successivamente, il pubblico è invitato a entrare in scena, sostituendo uno o più personaggi, cercando di cambiare la storia, ponendo fine all’oppressione rappresentata (Boal 2011; Boal 2021; Mazzini & Talamonti 2011).

Il progetto MiGreat!

Il Teatro-Forum “Final Destination/Fine corsa” 3 è stato realizzato all’interno del progetto Erasmus+ MiGreat! 4, svolto tra il 2019 e il 2022 e che vedeva coinvolte quattro organizzazioni: Giolli Cooperativa Sociale (Parma, Trento), EFA London (Londra), Élan (Parigi) e Nyitott Kör (Budapest). Durante l’anno accademico 2021-2022, quando ero una studentessa all’Università di Trento, ho seguito l’ultima parte di questo progetto come parte del mio tirocinio presso Giolli Cooperativa Sociale, aiutando a organizzare le attività e partecipandovi. Inoltre, il progetto ha costituito il caso studio della mia tesi di laurea magistrale, dove ho esplorato come i metodi creativi e partecipativi, in particolare il Teatro dell’Oppresso, contribuiscono a rappresentare le disuguaglianze sociali, focalizzandomi sui fenomeni migratori.

MiGreat! mirava a creare attraverso l’utilizzo del Teatro dell’Oppresso e di altri metodi creativi e partecipativi delle contro-narrazioni e delle narrazioni alternative a quelle dominanti sui fenomeni migratori. Le narrazioni possono essere definite come “storie che circolano nelle società, emergono da credenze sociali condivise e agiscono anche per rafforzarle, guidando le decisioni e le azioni di individui e gruppi. Le narrazioni rappresentano la realtà in modo parziale, attraverso un punto di vista particolare e specifico” (MiGreat! Changing the narrative of migration, 2021, p. 7).

Le narrazioni dominanti sono quelle che vengono diffuse da chi ha più potere e spesso sono parziali, se non false. Le contro-narrazioni, invece, si oppongono a quelle dominanti riprendendo però gli stessi contenuti. Le narrazioni alternative, invece, tentano di andare oltre le dicotomie e propongono nuovi argomenti, evidenziando le sfumature, rappresentando un fenomeno in maniera diversa e inclusiva (c.f. MiGreat! Changing the narrative of migration, 2021). In sintesi, se le narrazioni dominanti semplificano, le narrazioni alternative pongono l’accento sulla complessità della realtà.

Nel Teatro-Forum “Final Destination/Fine corsa” la scena rappresentava proprio un passeggero gambiano che viene sollecitato a scendere dal treno che da Bolzano è diretto a Verona perché non possiede un biglietto. Per fare ciò, una controllora getta la sua scarpa fuori dal treno. Gli altri personaggi compiono varie azioni: alcuni pronunciano frasi razziste, altri restano indifferenti, altri ancora rimangono esterrefatti dal gesto della controllora e vorrebbero fare qualcosa ma non sanno cosa (spetterà al pubblico proporre delle modalità d’intervento). È proprio focalizzandosi sui vari personaggi inclusi nella scena avvenuta nella realtà a metà maggio che si può riflettere su come le narrazioni dominanti sui fenomeni migratori si diffondono e come si può cercare di contrastarle.

Gli oppressori

In maniera simile alla scena sopra descritta, rappresentata nel Teatro-Forum, anche nella scena a cui ho assistito e alla quale ho preso parte a metà maggio ci sono degli oppressori (il controllore e i tre passeggeri dietro di me), delle persone rimaste indifferenti (tutti gli altri passeggeri presenti nel vagone) e un personaggio che prova a opporsi a questa oppressione (la sottoscritta). C’è però un altro elemento simile tra le due scene (quella reale e quella teatrale): le narrazioni. Nella scena reale, le principali narrazioni dominanti veicolate dal controllore e dai tre passeggeri italiani sulle persone con background migratorio sono legate alla criminalità (ad esempio “ci aggrediscono”, “girano con un coltello”) e alle relazioni di genere (ad esempio, “vengono qua e violentano le nostre donne”), in maniera molto simile (se non identica) alle narrazioni veicolate dai personaggi oppressori nel Teatro-Forum rappresentato a Trento. In questo modo, si crea una contrapposizione: “i migranti” (termine che generalizza esseri umani caratterizzati da un’ampia serie di elementi di diversità) compiono certe azioni (tendenzialmente di tipo criminale, secondo le narrazioni dominanti), “gli italiani” (altro termine generalizzante) invece no.

A svolgere un ruolo particolarmente rilevante, poi, è la dimensione di genere, che si interseca con l’età e l’etnia: io – donna, giovane, italiana, bianca, istruita – mi sono sentita dire da un passeggero – uomo, anziano, italiano, bianco e, presumibilmente, non istruito nell’ambito dei fenomeni migratori – che sarebbe meglio se subissi violenza da “uno di loro”, così mi renderei conto del fatto che lui aveva ragione. Questa narrazione è stata e continua purtroppo a essere spesso veicolata da vari attori sociali: l’idea secondo cui gli uomini di diverse etnie (non bianchi) e/o musulmani sono un pericolo per le donne bianche europee (c.f. Giuliani 2016). Oltretutto, è stato proprio il potere maschilista del passeggero bianco, uomo, anziano che gli ha permesso di rivolgersi a me in quel modo, senza che nessuno dicesse nulla. Gli oppressori, coloro che portano con sé la narrazione dominante, non cambiano, come mi è stato insegnato durante il mio percorso di ricerca sul progetto MiGreat!. Si alimentano di visioni stereotipate, dicotomiche, riduttive, profondamente discriminatorie e, spesso, false, con l’aiuto di chi adotta un comportamento passivo.

Gli indifferenti

Come accennato in precedenza, le altre persone presenti nel vagone non sono intervenute mentre i tre passeggeri e io discutevamo. Un uomo ha sporto la testa verso il corridoio per vedere meglio la scena. Una signora seduta al mio lato, dalla parte opposta del corridoio, è rimasta tutto il tempo con il telefono in mano e non ha alzato lo sguardo. Perfino il controllore, una volta risalito sul treno dopo aver fatto scendere il passeggero, ha notato che c’era una discussione in corso, ma ha fatto dietrofront e proceduto a controllare i biglietti nel vagone successivo.

La scelta di non intervenire è anch’essa un modo di agire. Quando non ci si espone e si rimane in silenzio, si è dalla parte dell’oppressore. Perché se si rimane in silenzio, chi opprime ha il campo libero per perpetuare l’oppressione, mentre le persone oppresse continuano a essere oppresse. Quando ero sul vagone e l’uomo dietro di me ha fatto il commento sulla violenza sessuale, mi sono venuti i brividi al pensiero che potrei non essere difesa nel momento in cui qualcuno dovesse anche solo importunarmi o molestarmi. Voltarsi dall’altra parte – come ha fatto il controllore, o fissare lo sguardo sullo schermo del telefono – come ha fatto la signora accanto a me, vuol dire permettere che l’oppressione continui. La passività contribuisce all’ingiustizia e alla disuguaglianza rendendole possibili e legittimandole.

Gli spett-attori

Che cosa si può fare quando si assiste a un episodio di razzismo come quello avvenuto sul treno diretto a Trento? Durante il Teatro-Forum “Final Destination/Fine corsa”, alcune persone presenti tra il pubblico hanno provato a proporre alcune soluzioni. In questo modo, da “spettatori” sono diventati “spett-attori”, come direbbe Augusto Boal (Boal 2021; Mazzini & Talamonti 2011). In altre parole, sono entrati in scena per provare a cambiare la realtà, ponendo fine all’oppressione. Nella scena a cui ho assistito in treno, sono stata l’unica persona a provare a fermare l’oppressione. O meglio, a fermare il fluire delle narrazioni dominanti attraverso la bocca dei passeggeri italiani, perché ormai il passeggero con background migratorio era stato fatto scendere dal treno. In situazioni del genere, è difficile proporre narrazioni alternative: queste richiedono tempo, pazienza, volontà (reciproca) di ascoltare. Ho tentato quindi di ribattere attraverso delle contro narrazioni, facendo sentire la mia voce. Ho fatto capire a chi c’era su quel vagone che non la pensiamo tutti allo stesso modo. A seguito di ciò, due delle tre persone che verbalizzavano delle narrazioni dominanti (razziste) si sono zittite appena ho iniziato a rispondere. In aggiunta, il fatto che a mettere in discussione le narrazioni dominanti sia stata una giovane donna nei confronti di tre persone anziane (la più aggressiva delle quali un uomo) ha alterato altre relazioni di potere: non quelle dovute all’etnia o alla nazionalità, ma al genere e all’età.

In situazioni come queste, è difficile individuare soluzioni completamente efficaci o inefficaci. Sta alla percezione e alla sensibilità di ognuno e ognuna capire che cosa fare, se agire e se sì, in che modo. Una cosa è certa: il razzismo (e la misoginia e altri squilibri di potere) non si manifesta solo con le violenze fisiche, ma anche con i commenti, le battute e altri comportamenti che tendono a passare inosservati. Non fare niente, vuol dire permettere che questi continuino a diffondersi, senza nemmeno tentare, come direbbe Boal (Boal 2011; Boal 2021; Mazzini & Talamonti 2011), di cambiare una piccolissima parte di realtà.

Fonti citate
  • Boal, A. (2011). Il Teatro degli Oppressi. Teoria e Tecnica del Teatro Latinoamericano, Molfetta, La Meridiana.
  • Boal, A. (2021). Metodo e Pratica per un Teatro Politico, Roma, Dino Audino Editore.
  • Freire, P. (2018). Pedagogia degli Oppressi, Torino, Gruppo Abele.
  • Giuliani, G. (2016). Monstrosity, Abjection and Europe in the War on Terror. Capitalism Nature Socialism, 27(4): 96-114.
  • Mazzini, R., Talamonti, L. (2011). Teatro dell’Oppresso, potere, conflitto, empowerment. In Nicoli, M. A., Pellegrino, V., (eds.), L’empowerment nei servizi sanitari e sociali. Tra istanze individuali e necessità collettive, Roma, Il Pensiero Scientifico Editore: 111-132.
  • MiGreat! Changing the narrative of migration (2021). Disponibile a questo link
  1. Laureata in Sociology and Social Research all’Università di Trento
  2. In questo articolo l’utilizzo del maschile plurale è stato utilizzato per evitare espressioni ridondanti e in alcuni casi consentire una maggiore facilità nella lettura, ma quando possibile è stato sostituito da espressioni più inclusive quali “le persone oppresse” (invece di “gli oppressi”). In ogni caso, queste espressioni, incluso l’utilizzo del maschile plurale, va inteso come riferito a persone in generale, non esclusivamente a soggetti di genere maschile
  3. Lo script di questo Teatro-Forum è disponibile al seguente link: https://migreateducation.files.wordpress.com/2022/03/migreat-tool-kit-io3-theatre-1.pdf (ultimo accesso 30/10/2022)
  4. Blog ufficiale del progetto: https://migreateducation.wordpress.com/ (ultimo accesso 15/12/2022).