Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Emanuele Basile
/

«Tunisia: porto sicuro?»

Il report del dibattito al Festival delle migrazioni di Torino

Start

Report del dialogo sull’attuale e contrastato tema della frontiera tunisina, sull’esternalizzazione delle frontiere e sui diritti umani nel terzo giorno del Festival delle Migrazioni di Torino.

Nella V edizione del Festival delle Migrazioni di Torino abbiamo seguito il dibattito che ha portato alla Scuola Holden le esperienze e i racconti di chi di Tunisia si occupa da anni, ne è testimone – diretto o indiretto – e ci ha raccontato le ripercussioni delle politiche europee nel Paese.

Sono intervenuti Luca Ramello – ricercatore per il Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES) e per OnBorders, nonché redattore per Melting Pot, Bintou Tourè, cofondatrice del collettivo FreeFemmes, Marco Grimaldi, vicepresidente del Gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera. Ha moderato Mariangela Ciriello – speaker radiofonica e autrice del podcast Onde. Tra diritti e narrazioni.

Nel sospendere l’attività del Parlamento nel luglio 2021, il presidente tunisino Saïed rispose alle accuse di autoritarismo citando il generale De Gaulle: “Non è a questa età che comincerò una carriera da dittatore”. Gli ultimi due anni nel Paese, però, sono stati caratterizzati da importanti violazioni dei diritti umani, repressioni nel campo della libera informazione e nella lotta sindacale.

A febbraio di quest’anno, ci racconta Luca Ramello, il governo tunisino ha portato avanti una violenta campagna d’odio nei confronti dei migranti subsahariani, culminata con il discorso del 21 febbraio del presidente Saïed durante una riunione del Consiglio Nazionale. L’ex professore di diritto costituzionale, al potere dal 2019, ha parlato di “orde di migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana” pronte ad entrare nel Paese nel quadro di un disegno per “cambiare la composizione demografica” e fare della Tunisia “un altro stato africano che non appartiene più al mondo arabo e islamico”. Quel giorno, per la vita dei subsahariani presenti nel Paese, è cambiato tutto. Non perché non esistesse il razzismo in Tunisia prima di quel momento, ma perché è mutato il grado di legittimazione che quel discorso ha prodotto.

Sfratti, licenziamenti, incendi ad abitazioni e negozi, attacchi per strada: “una volta la Tunisia non era un luogo in cui i migranti si spostavano per andare in Europa, ma un luogo dove ci si spostava da altre zone del continente per installarsi e trovare una nuova vita. Ora il governo spinge gli stranieri ad andarsene”, ha spiegato Bintou Touré, lei che in Tunisia ci ha vissuto. Lì ha fondato il progetto FreeFemmes, donne artigiane per la libertà di movimento, che coinvolge sia donne tunisine che donne subsahariane nel sud del Paese, a Medenine, al confine con la Libia. Un progetto di sartoria nato come possibilità di riscatto ed emancipazione di tante donne che non vogliono arrendersi 1.

Dal 2019, data in cui è stata pubblicata in Italia la lista di Paesi di origine sicuri 2 (POS), a chi proviene dalla Tunisia viene applicata una procedura accelerata di analisi della domanda di asilo: per i richiedenti, infatti, a meno che non si dimostri di avere seri motivi per cui un rimpatrio potrebbe non essere sicuro, la domanda di asilo viene ritenuta manifestamente infondata, data la supposta non pericolosità del ritorno al Paese di origine.

La presenza della Tunisia nella lista dei Pos permette ai governi europei di giustificare le strategie di esternalizzazione della gestione delle migrazioni in Nord Africa. Ne è esempio recente la firma del Memorandum UE-Tunisia dello scorso 16 luglio 3, in cui Bruxelles ha erogato aiuti immediati per 105 milioni di euro al governo di Tunisi per il rafforzamento della Guardia Costiera e per la gestione delle frontiere. Nel 2020 la rotta del Mediterraneo centrale ha superato la rotta balcanica, come era già accaduto nel 2017, e quest’anno gli arrivi provenienti dalle coste tunisine sono maggiori degli arrivi dalle coste libiche (dati UNHCR). Nel quadro di questa centralità della Tunisia, la linea politica italiana e comunitaria è sempre la stessa: finanziare la Guardia Costiera tunisina affinché avvengano intercettazioni per fermare le barche in partenza verso l’Europa.

Omissione di soccorso, minacce ed estorsione, intimidazioni con armi da fuoco, prelevamento di motori dalle barche in partenza verso le coste italiane, creazioni di onde di scia, caccia e speronamento, utilizzo di gas lacrimogeni a terra, colpi di bastone. Sulle navi della Guardia Costiera mancano i più semplici strumenti di soccorso: uomini, donne e bambini che ingeriscono acqua cadendo dalle barche, ad esempio, non sopravvivono.

Il report Waiting in the middle ground (FTDES – Luca Ramello, Riccardo Biggi, Valentina Lomaglio) 4, invece si concentra sulla storia del sit-in di protesta del 2022 e sul movimento dei rifugiati e dei richiedenti asilo in Tunisia.

A livello internazionale, chi ha il mandato di garantire il rispetto dei diritti umani non si sta dimostrando all’altezza del suo ruolo: OIM e UNHCR sono sempre più lontane dalle necessità dei migranti, come ci raccontano Bintou Touré – che ne ha avuto esperienza diretta – e Luca Ramello. Il documento di rifugiato rilasciato in Tunisia non rispetta i tempi umani di un’attesa, né tempi sensati per chi scappa da guerre e persecuzioni, la stragrande maggioranza delle persone non ha diritto ad un’assistenza, poiché secondo UNHCR e Tunisi non ci sono abbastanza fondi da investire nella gestione dei rifugiati: la Tunisia, infatti “deve competere nel circuito delle crisi mondiali con altre situazioni con numeri di rifugiati molto più alti”.

C’è poi il racconto di Marco Grimaldi, che lavora attivamente all’interno della Camera dei deputati per porre all’attenzione del Governo, attraverso numerose interrogazioni parlamentari, la situazione delle violazioni dei diritti umani che quotidianamente avvengono in Tunisia e negli altri paesi del Nord Africa. Il racconto delle migrazioni in Italia, sia in ambito politico che dell’informazione, deve ricordare quotidianamente che in questa complessità il vero conflitto non è tra ultimi e penultimi, tra migranti sfruttati e cittadini italiani sotto la soglia della povertà, ma tra ultimi e primi, “sempre più irraggiungibili, a cui fa molto comodo che si parli solo di conflitti tra categorie sociali deboli”, ha sottolineato il vicepresidente del Gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra alla Camera.

La gestione del fenomeno migratorio in chiave emergenziale, attraverso l’esternalizzazione dei confini, la lotta alle ONG e il rafforzamento dei Cpr, come accaduto nell’ultimo anno di governo, peggiora la condizione di chi in Italia cerca un futuro di riscatto, ma anche di chi vive quotidianamente sotto la soglia della povertà: per entrambi, da troppo tempo, non esistono le condizioni per una vita dignitosa.

  1. Sostieni «FreeFemmes». Acquista le borse in tessuto
  2. Secondo il D.lgs. 25/2008, “uno Stato non appartenente all’Unione europea può essere considerato Paese di origine sicuro se, sulla base del suo ordinamento giuridico, dell’applicazione della legge all’interno di un sistema democratico e della situazione politica generale, si può dimostrare che, in via generale e costante, non sussistono atti di persecuzione […] né tortura o altre forme di pena o trattamento inumano o degradante, né pericolo a causa di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale”
  3. EU-Tunisia Memorandum of Understanding
  4. Leggi il rapporto

Albertina Sanchioni

Mi sono laureata in Sicurezza Globale con una tesi sulle implicazioni sui diritti umani degli algoritmi relativi all’hate speech nei social network, con un focus sul caso del popolo Rohingya in Myanmar.
Volontaria dello sportello anti-tratta a Torino, frequento il Master in “Accoglienza e inclusione dei richiedenti asilo e rifugiati” all’Università Roma Tre.