Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
Ph: Siliva Di Meo

La stretta repressiva e securitaria della politica migratoria del governo Meloni (I parte)

Un focus tra assenza di governance nazionale ed europea e propaganda populista e xenofoba

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I primi 12 mesi del governo in carica hanno rimarcato oltre ogni ragionevole dubbio come la gestione (o non gestione) dei flussi migratori in Italia, attuata in maniera emergenziale e non programmatica, sia una scelta eminentemente politica, fondata su una perenne propaganda. Il governo attuale che prometteva “porti chiusi” e “blocco navale” si sta scontrando con la propria miopia ed ignoranza rispetto a un fenomeno globale complesso la cui comprensione e regolamentazione, oltre a non poter prescindere dai diritti fondamentali, non può essere attuata con risposte semplicistiche e demagogiche.

Volendo procedere con ordine, riallacceremo questo resoconto a partire dalla tragedia di Steccato di Cutro (KR) del febbraio scorso, dove 94 persone (tra cui 35 minori) hanno perso la vita a seguito di un naufragio al largo delle coste calabresi. E’ doveroso precisare che su questa vicenda, il cui esito drammatico secondo molti poteva essere evitato, sta indagando la Procura di Crotone ed è in corso un’inchiesta giornalistica internazionale per accertare le responsabilità della Guardia Costiera e Guardia di Finanza italiane, nonché dell’Agenzia Europea della Guardia di Frontiera e Costiera Frontex, nell’aver attuato un’operazione di polizia (Law Enforcement) piuttosto che di soccorso (SAR); nonostante l’imbarcazione  in questione si trovasse in una situazione di grave pericolo e distress e le condizione meteo fossero pessime.

Per comprendere meglio il contesto in cui i fatti hanno avuto luogo bisogna ricordare che a dicembre 2022 il governo aveva dato un’ulteriore giro di vite al lavoro di soccorso in mare delle ONG, proibendo alle navi di effettuare salvataggi plurimi nel Mediterraneo e obbligandole a recarsi dopo ogni salvataggio non nel porto sicuro più vicino, bensì in quello indicato dalle autorità italiane, di fatto rallentando in maniera complice i tempi dei soccorsi e mettendo a rischio la vita di persone che potrebbero essere soccorse in caso di naufragio o rischio di tale.

Il “Decreto Cutro”

A seguito della vicenda l’attuale governo, dopo dichiarazioni fuori luogo, inumane e macchiettistiche sia da parte del Ministro dell’Interno Piantedosi che della Premier Meloni, forse anche per distogliere l’attenzione dalle responsabilità pubbliche dell’esecutivo, ha deciso di compiere l’ennesimo attacco ai diritti dei richiedenti asilo e dei migranti, camuffandolo come al solito con la retorica populista e vuota dell’attacco ai famigerati scafisti e trafficanti di esseri umani.

Il cosiddetto “Decreto Cutro1, infatti, in malafede, specula sulla disperazione delle persone che decidono di affrontare un viaggio pericolosissimo in mancanza di alternative legali, aumentando le pene per i c.d. scafisti e introducendo il nuovo reato per “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina” con pene che possono arrivare fino a trent’anni per le morti plurime. Il termine scafista in questo caso è nuovamente abusato e decontestualizzato, in quanto non si capisce che spesso e volentieri coloro che guidano le imbarcazioni sono essi stessi dei migranti che hanno pagato dei passatori, però rimasti sulla terraferma. I trafficanti, quasi sempre libici, di concerto con l’organizzazione criminale c.d. Guardia Costiera libica finanziata dall’Ue e dall’Italia, gestiscono le traversate e le Safe House dove i migranti vengono trattenuti anche intere settimane, sfruttati fisicamente ed economicamente, spesso dopo aver affrontato l’inferno dei lager nel deserto. Questi smugglers ovviamente non rischiano la propria vita e l’arresto, nonché i profitti ottenuti, imbarcandosi lungo la rotta Mediterranea. Pertanto, criminalizzando ancor di più l’immigrazione irregolare persone migranti finiscono spesso in carcere con un’accusa ingiusta di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” per poi venire  assolti in sede giudiziaria come “comportamento dettato da stato di necessità”.

Ma questo decreto, oltre a non affrontare nessuna delle cause che obbligano le persone ad affidarsi al mare rischiando la propria vita per arrivare in Europa, mina quelle che fino a ora erano tutele e garanzie per i richiedenti asilo e le persone migranti che raggiungevano il suolo italiano. Nella fattispecie, nonostante con la conversione in legge di inizio maggio in extremis si siano emendati alcuni articoli, sono state attuate profonde restrizioni all’istituto della protezione speciale (ex protezione umanitaria in vigore dal 1993 dopo la ratifica degli accordi di Schengen sulla libera circolazione ed abrogata da Matteo Salvini tramite i c.d. decreti sicurezza del 2018), limitandola a pochissimi casi, riducendone la durata, impedendone il rinnovo e la convertibilità in permessi di soggiorno per motivi di lavoro. Si è inoltre eliminata la clausola introdotta dalla Ministra Lamorgese nel 2020 secondo cui la “tutela dell’unità familiare e della vita personale di ogni essere umano” doveva essere presa in considerazione in caso di possibile allontanamento o espulsione di una persona irregolarmente soggiornante.

Altra previsione che creerà solamente, al contrario della retorica propagandistica, più insicurezza e irregolarità, è quella relativa all’ulteriore smantellamento del sistema di accoglienza e integrazione. I richiedenti asilo non saranno più accolti nel sistema SAI, puntando alla creazione di un sistema di trattenimento generalizzato dei richiedenti asilo, ed instaurando un abuso degli hotspot e della detenzione informale, effetti deteriori amplificati dagli avvenimenti di questi giorni che dopo numerosi arrivi a Lampedusa hanno portato all’adozione di un altro decreto analogo di cui parleremo più avanti.

Altro aspetto della questione, forse non così evidente, ma che merita attenzione, riguarda il fatto che per quanto riguarda le richieste di asilo effettuate alla frontiera da persone arrivate irregolarmente si cercherà di avvalersi sempre di più delle “procedure accelerate”.

In questo modo il governo, svincolandosi dai trattati internazionali che lo vincolerebbero a garantire una disamina accurata di ogni domanda di asilo, potrà trattenere in centri detentivi, la cui mutevole nomenclatura non cambia la sostanza, ogni richiedente la cui situazione o nazionalità risulti apparentemente poco favorevole al riconoscimento dello status di rifugiato. Inoltre, nel rafforzare l’uso e abuso in ottica criminalizzante e securitaria dei CPR,  col Decreto di marzo 2023 si è deciso di derogare al Codice dei contratti pubblici, consentendo una maggiore speditezza nello svolgimento delle procedure e e si è velocizzato l’iter per l’esecuzione delle espulsioni. 

Chiaramente, come vedremo meglio più avanti, anche questa metodica emergenziale e disorganica aumenta irregolarità e mina tutele e diritti fondamentali di persone che in quanto sul territorio italiano dovrebbero essere protette dallo Stato, che dovrebbe garantire loro un trattamento degno e non discriminatorio. Inoltre, questa linea di governo non fa che aumentare il sentimento della paura e della politicizzazione del dibattito intorno al tema della migrazione, che viene eternamente visto come un capro espiatorio, uno strumento di distrazione di massa rispetto ad altri temi che dovrebbero essere al centro dell’agenda politica di governo e che non vengono affrontati.

Per concludere il commento su questo D.L. occorre dire che le modifiche apportate al cosiddetto decreto flussi sono state minime e non hanno inciso minimamente su quelle che dal 1998 sono le criticità della misura (difficoltà nel trovare uno sponsor che stili un contratto di lavoro prima dell’ingresso in Italia del lavoratore, iter burocratico lento e farraginoso, numeri troppo inferiori alla reale necessità di lavoratori nei vari settori produttivi, lista di paesi di provenienza che non sono quelli principali da cui originano oggi le migrazioni – come Moldavia e Albania – etc.). Per di più, a tutto questo si aggiunge il fatto che il datore di lavoro può chiamare in Italia e far ottenere un nulla osta al lavoratore straniero e successivamente un contratto, soltanto a condizione che provenga da un paese determinato della lista molto limitata con cui l’Italia ha siglato accordi e solo se prima si è consultato tutti i Centri per l’Impiego della zona e non si sono trovati lavoratori italiani disponibili, creando così deliberatamente ancora più confusione e ostacoli amministrativi.

L’accordo UE-Tunisia

In questi mesi per quanto riguarda il macro tema migrazioni, ci sono stati sviluppi che vale la pena analizzare anche a livello europeo e mediterraneo.

Nel giugno scorso è stato siglato un Memorandum di intesa tra UE e Tunisia, di cui Giorgia Meloni è stata una forte promotrice. L’accordo prevede che Bruxelles versi 150 mln nelle casse di Tunisi di cui quasi 70 dedicati alla protezione delle frontiere e al contrasto dell’immigrazione irregolare. Nella fattispecie, questi soldi serviranno a potenziare la guardia costiera tunisina equipaggiandola di nuove navi, radar e telecamere termiche.

Inoltre, la commissaria europea Ursula Von der Leyen si è detta disposta a vincolare ulteriori fondi se la Tunisia attuerà le riforme (principalmente misure di deregulation e cancellazione di sussidi su beni di prima necessità) richieste dal Fondo Monetario Internazionale per mettere in essere un intervento macroeconomico da quasi 2 miliardi. In questo modo l’UE si aspetta di controllare a monte la maggioranza dei flussi provenienti dal Nordafrica, bloccando le partenze delle persone prima che prendano la via del Mediterraneo, in una più ampia strategia di esternalizzazione delle frontiere

Niente è stato detto però riguardo la violenta deriva autoritaria posta in essere dal Presidente Kais Saied nell’ultimo biennio: oppositori politici e dissidenti arrestati, potere giudiziario esautorato, modifiche costituzionali che hanno accentrato la maggior parte del potere nelle mani del Presidente, libertà di stampa ed espressione quasi annullate (basti pensare che la conferenza stampa UE-Tunisia è stata fatta senza giornalisti), proteste sedate con estrema violenza dalle forze dell’ordine tunisine. A tutto questo si aggiunge un razzismo di stato nei confronti degli africani subsahariani che ha portato a un escalation di discriminazione, violenza, fino a veri e propri rastrellamenti e retate nei confronti di persone nere residenti nel paese, accusate di attentare all’identità culturale ed etnica della Tunisia, con allarmanti echi di dichiarazioni simili diffusesi in Italia ed Europa.

Va da sé quindi, che al di là di vuote ed ipocrite dichiarazioni, i vertici di Bruxelles non si siano minimamente preoccupati del fatto che uno dei contraenti del Memorandum rappresentasse un paese dove da tempo lo stato di diritto e le libertà civili sono fortemente compromessi e in cui i diritti fondamentali delle persone migranti e degli stranieri neri residenti non vengono non solo tutelati ma nemmeno rispettati, in quanto la Tunisia, benché firmataria della Convenzione di Ginevra, non la ha mai implementata nella propria Costituzione con le previsioni per il riconoscimento dello status di rifugiato a persone di paesi terzi e rilascio di relativo permesso di soggiorno. Per di più il lavoro di ONG e associazioni che si occupano di migranti è ostacolato e descritto come “criminale e ai danni del paese”. 

Nonostante questo, ad oggi la Tunisia è riconosciuta un paese terzo sicuro dall’Italia e da molti altri paesi europei. Il Parlamento ed il Mediatore Europeo si sono dichiarati preoccupati per il rischio concreto di violazioni diffuse di diritti umani e critici nell’opportunità di stilare un nuovo accordo a tema immigrazione con un regime la cui effettiva democraticità è quantomeno dubbia, nel contesto di una regione che vive una profonda crisi economica, politica e sociale. Tuttavia, non casualmente, la forma giuridica stessa del Memorandum permette di bypassare l’iter di approvazione del Parlamento europeo, di mantenere confidenziale il contenuto dell’accordo e di rendere tutta la procedura di approvazione e applicazione molto più flessibile e rapida.

Il nuovo Patto UE sulla migrazione e l’asilo

Antecedentemente a questo accordo i membri del Consiglio dell’Unione Europea a giugno avevano raggiunto un patto (o meglio un compromesso) sulle migrazioni che se dovesse superare tutto l’iter negoziale con il Parlamento Europeo, tenendo conto delle modifiche quasi scontate, dovrebbe modificare il CEAS e il diritto europeo delle migrazioni entro le elezioni europee del 2024.

A dispetto dell’apparente novità, i temi cruciali e le divisioni interne tra stati di frontiera e paesi interne rimangono sempre gli stessi e fondamentalmente si è puntato verso un irrigidimento delle procedure per l’esame delle richieste d’asilo alla frontiera, con possibilità di utilizzo di strutture detentive di default nell’attesa della verifica della situazione personale di ogni richiedente.

Come se non bastasse il meccanismo europeo di redistribuzione equa su tutto il territorio dell’Unione dei richiedenti asilo, e che permetterebbe finalmente di superare i tanto contestati vincoli della Convenzione di Dublino, non solo sarà ancora su base volontaria, benché impropriamente definito solidarietà obbligatoria, ma potrà essere evitato dal singolo Stato versando una somma di denaro su un fondo comune per la gestione delle migrazioni, non meglio specificando come questi soldi sarebbero spesi: se finanziando la difesa delle frontiere e costruzione di nuovi centri di detenzione oppure per fumosi progetti di cooperazione estera.

Ciò si aggiungerebbe all’irrigidimento delle procedure alle frontiere che fondamentalmente delegherebbe ai funzionari la decisione sulla possibilità che ogni richiesta d’asilo sia accettata o meno, con gravi rischi per la tutela e garanzia di un diritto fondamentale per ogni essere umani quale la richiesta di asilo in un paese straniero (ricordiamoci che il diritto di asilo è tutelato nei trattati istitutivi dell’Ue oltre che nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE).

Ultimo aspetto, non meno spinoso e controverso, riguarda di rimpatriare coloro la cui domanda d’asilo è stata respinta verso paesi di cui non hanno la nazionalità ma con cui apparentemente i richiedenti espulsi hanno legami stabili o perché vi hanno risieduto o vi hanno transitato. Capiamo bene che forse questo punto è quello che, se effettivamente applicato, sarebbe più in spregio di convenzioni e trattati internazionali sul diritto d’asilo e i DU, in  quanto di base il respingimento può avvenire solo verso “paesi terzi sicuri” di cui il richiedente abbia la nazionalità. 

Fonti:

ASGI
Avvenire.it
eur-lex.europa.eu
euronews.com
euaa.europa.eu
Eurostat
Factanza
Florence Must Act
Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana
Internazionale.it
ISPI
Repubblica.it
Lifegate
Nigrizia.it
TheSubmarine.it
Sea Watch (NGO official website)
interno.gov.it
lavoro.gov.it
Will Media

  1. (decreto-legge 10 marzo 2023, n. 20 “Disposizioni urgenti in materia di flussi di ingresso legale dei lavoratori stranieri e di prevenzione e contrasto all’immigrazione irregolare”)

Cecilia Claudia Poli

Sono laureata in Mediazione Linguistica e Culturale, specializzata  in Studi Internazionali- Governance delle Migrazioni con una tesi sul rapporto tra la Sinistra e la presenza straniera in Italia. Scrivo e mi interesso per passione accademica e personale di diritti umani, politica internazionale e questioni sociali. Oltre a molti viaggi, ho svolto periodi di studio e lavoro all'estero che mi hanno permesso scoprire la bellezza e ricchezza che nascondono “il diverso da noi”.