Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Giovanna Dimitolo
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«La vera emergenza siete voi! No ai CPR, no ai lager di Stato»

Voci e istanze dal presidio della Rete "Mai più Lager - NO ai CPR" davanti alla Prefettura di Milano

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Lo scorso mercoledì 27 settembre si è radunato sotto la Prefettura di Milano un presidio in opposizione agli ultimi decreti e indiscrezioni sui possibili sviluppi in materia di immigrazione e asilo in Italia. Le nuove disposizioni toccherebbero molteplici ambiti, tra cui: l’estensione del periodo massimo di trattenimento da 90/120 giorni a 18 mesi; la previsione di una cauzione di € 4.938 per evitare la detenzione (denunciato dalla piazza come un “pizzo di Stato”); la deroga alla presunzione di minorità per persone minori straniere non accompagnate; l’attribuzione al Ministero della Difesa dell’individuazione delle strutture da adibire a nuovi CPR sul territorio nazionale.

Il presidio è stato convocato dalla Rete Mai più Lager – No ai CPR, con uno slogan che ha voluto rispedire al mittente la logica emergenziale che giustifica misure criminali inaccettabili: l’emergenza immigrazione non esiste, la vera emergenza è la regressione democratica in atto ormai da 30 anni per mezzo di politiche liberticide che minano ai diritti fondamentali di tuttə noi.

Quale emergenza?

I dati sui flussi in arrivo in Italia degli ultimi dieci anni mostrano un andamento discontinuo, registrando momenti di picco a cui però seguono valori decisamente più modesti. Come riportato negli interventi della piazza, dal 1° gennaio al 15 settembre 2023 sono sbarcate sulle coste italiane circa 130 mila persone. Questo numero può sembrare enorme, un picco senza precedenti. Eppure nel 2016 gli approdi hanno superato le 180 mila persone, per poi diminuire notevolmente nei due anni successivi, come mostrano gli stessi dati del Ministero dell’Interno: 

Questa logica emergenziale assume a tutti gli effetti i caratteri di una strategia della tensione da parte dei vari governi che si sono succeduti in Italia, che con le loro misure producono quegli stessi effetti che poi propagandano di contrastare. La crescente centralità che il contrasto alla migrazione non autorizzata ha assunto in Italia nasconde il fatto che questa è generata in primo luogo dalla mancanza di vie di accesso legale al territorio. 

Le immagini del sovraffollamento nell’hotspot di Lampedusa sono funzionali a una narrativa del collasso, per cui si rendono necessarie misure straordinarie, fatte in fretta e furia sull’onda della “emergenza” per decreto ministeriale, come se non ci fosse tempo per l’ordinario procedimento legislativo previsto dall’ordinamento nazionale. Invece quell’hotspot è strutturalmente sovraffollato da anni, anni in cui si sarebbero potute elaborare soluzioni concrete, durature e dignitose, nonché rispettose dell’ordinario processo democratico di cui le istituzioni dovrebbero essere garanti.

Le problematiche sono gravi, ma non sono emergenze. Anzi, perdurano da anni sul nostro territorio. Secondo quanto riportato da due volontarie dell’Associazione NAGA, che ogni mercoledì sera si recano alla stazione centrale di Milano con l’unità di medicina mobile a monitorare la situazione e prestare soccorso a chi ne ha bisogno, le persone minori straniere non accompagnate (MSNA) vedono già oggi il loro diritto a dei percorsi di inserimento negato per mancanza di risorse, spazi e coordinamento tra le amministrazioni comunali. Registrano un incremento di MSNA nelle strade cittadine e sempre meno possibilità, che pur spetterebbe loro secondo la legge, di ottenere documenti regolari una volta compiuta la maggiore età. Ora si vuole invertire il principio secondo cui sono minorenni fino a prova contraria ed aprire alla possibilità di inserirli in centri non specifici per MSNA, dove dunque non sono previsti gli stessi percorsi formativi e di inserimento lavorativo.

«Di regola dovrebbero essere inseriti in comunità per minori, dove dovrebbero fare un percorso scolastico di formazione, permesso di soggiorno e poi dovrebbero fargli il proseguimento amministrativo al compimento della maggiore età per portarli verso il permesso per lavoro», hanno spiegato. Di fatto, per mancanza di posti nelle strutture preposte, vengono “mandati un po’ più in là”: ovvero se non risultano posti disponibili a Milano, li si lascia per strada dicendo loro di provare a vedere, autonomamente, se magari in altre cittá hanno posto. «Se invece vengono inseriti in un CAS, in un centro di accoglienza normale, di quelli per adulti, chiaramente tutto questo percorso si perde anche nella teoria, non solo nella pratica», hanno aggiunto le volontarie.

L’emergenza é dunque il veloce e progressivo deterioramento dello stato di tutela dei diritti fondamentali delle persone migranti, che il presidio denuncia come il preludio di un’affinata politica di controllo e repressione del più ampio dissenso sul territorio. 

“Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare” 

Come esprime il famoso sermone del pastore Martin Niemöller contro l’inattività degli intellettuali tedeschi di fronte alle persecuzioni naziste, l’apatia politica di fronte alle persecuzioni delle minoranze apre lo spazio per lo smantellamento dei diritti e della dignità di tuttə.

«Nell’ultima proposta di decreto è prevista l’espulsione dal territorio nazionale anche di immigrati con permesso di soggiorno che dovessero creare problemi all’ordine pubblico» ha ricordato Igor Zecchini di Mai più lager – No ai CPR. «Chi oggi crea problemi all’ordine “pubblico” nel nostro paese sono soprattutto i lavoratori e le lavoratrici della logistica, che sono in gran parte immigrati che utilizzano forme di lotta molto radicali (…) per difendere i loro diritti e conquistare una vita più degna, insegnando a volte anche ai lavoratori e alle lavoratrici italiane. Bene, questi da domani possono essere espulsi perché sono un “problema di ordine pubblico”, quindi questa è tutta una struttura di carattere legislativo e repressivo che dopo aver fatto tabula rasa degli immigrati e dei profughi andrà a colpire noi».

Il parallelismo con il regime nazista non si esaurisce nell’allegoria letteraria. Le strutture di detenzione amministrativa assumono le caratteristiche di veri e propri lager, dove le persone vengono incarcerate per il semplice motivo di non avere i documenti in regola, in un paese che dà sempre meno possibilità di regolarizzazione alle persone straniere presenti sul territorio.

In questi “non-luoghi” (CPR, hotspot, “punti di crisi”) vengono completamente sospese norme, diritti e principi altresì validi, per il momento, a chi detiene la cittadinanza italiana. Un meccanismo di stigmatizzazione e marginalizzazione che viene accentuato dall’attribuzione al Ministero della Difesa dell’incarico di individuare le strutture da adibire a nuovi CPR sul territorio.

«É già stato sdoganato che l’esercito si occupi di sicurezza. Diciamo quindi che questo meccanismo di militarizzazione delle coscienze è già avvenuto in maniera più sottile (…)

Ma trovo molto, molto pericoloso, esternalizzare alla difesa [n.d.r. l’individuazione di strutture per nuovi CPR] perché da un punto di vista di propaganda rende ancora di più la persona migrante il nemico», ha detto Anna Camposampiero, di Mai più lager – No ai CPR.

Il peccato originario di essere straniero

Svariati interventi durante il presidio hanno riportato le testimonianze dirette di chi è stato trattenuto nei CPR italiani, queste sono state raccolte e divulgate dalla rete Mai più Lager – No CPR sui canali social. Storie personali che dimostrano come «se sei cittadino straniero (…) che tu sia qui da un giorno o da 30 anni fa poca differenza, perché [n.d.r. anche quando hai già saldato il tuo debito con la società a seguito di un reato] non hai una pena ma due da scontare: la seconda non l’hai mai commessa ma sei stato giá colpevole. È il peccato originario di essere straniero».

Sebbene l’ordinamento italiano includa come reato quello dell’immigrazione non autorizzata, le leggi ordinarie prevedono solo pene pecuniarie, mentre la privazione della libertà personale viene predisposta sulla base di una misura amministrativa, ovvero il provvedimento di espulsione. Questo regime carcerario si pone dunque in totale contrasto con l’articolo 13 della Costituzione Italiana, secondo cui “Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge”.

Non è solo il diritto alla libertà personale poi, che viene violato sistematicamente, ma anche quello alla salute psico-fisica, all’integrità e alla dignità personale. Nei CPR le persone muoiono, perché rinchiuse, emarginate, umiliate, abbandonate a se stesse, sedate e poi gettate via. 

“I morti invisibili”

Come ha sottolineato Anna Camposampiero durante il suo intervento: «Sono più di 30 le persone morte certificate negli ultimi 30 anni di detenzione amministrativa in questo paese. Non c’è nessun colpevole. Sono tutte morte di freddo, di morte naturale, di infarto.. Ragazzi tra i 20 e i 30 anni, molti sono morti suicidi, come Moussa Balde a Torino, e oggi sono spuntati dei morti invisibili. Chiediamo conto al governo di chi sono le persone decedute di cui non è dato neanche sapere il nome».

Alle “morti invisibili” nei CPR si aggiungono quelle che avvengono fuori dal territorio nazionale, al di là del confine e dallo sguardo della comunità. Quella ad esempio, di Fati e Marie, madre e figlia i cui corpi sono stati ritrovati esanimi al confine tra Libia e Tunisia, dov’erano state deportate dal governo tunisino che le ha gettate e lasciate morire con il beneplacito delle autorità italiane ed europee, che accorrono a stringere accordi criminali con il presidente Kais Saied, come con la vicina Libia.

È l’intervento di Madji Karbai, ex-parlamentare tunisino in esilio a Milano dal 2021, dopo che il presidente ha sospeso il parlamento, a portare testimonianza di quanto avviene al di fuori dei confini territoriali.

«Purtroppo in Tunisia continua la situazione di marginalità e di precarietà: la gente scappa perché non c’è pane, non c’è zucchero, né caffè. I beni di prima necessità non ci sono, quindi la gente scappa. Scappano anche i migranti sub-sahariani, magari anche persone che hanno vissuto in Tunisia per una decina di anni, però dopo il discorso del 21 febbraio di Saied – che ha fatto riferimento a vari leader europei come Orban, Meloni e anche Le Pen, dicendo che la presenza di migranti subsahariani in Tunisia è un complotto internazionale, è una sostituzione etnica – è scattata la caccia al nero».

Nel suo intervento Madji Karbai ha inoltre messo in luce come il sistema di detenzione ed espulsione tra Italia e Tunisia provochi effetti a cascata che rischiano di esacerbare il disagio sociale anche nel paese di origine.

“Nei CPR ci sono tunisini che quando tornano si ritrovano in una grande difficoltà perché prendono degli psicofarmaci qua e poi in Tunisia, quando vengono rimpatriati, la cosiddetta “cura” loro non la prendono più. E ci sono tanti di loro che hanno provato il suicidio, alcuni di loro si sono proprio suicidati perché hanno trovato una situazione bruttissima, complicata, marginalizzata. Calcoliamo poi che in Tunisia c’è solo un ospedale psichiatrico che può curare solo 25 pazienti mentre l’Italia ogni anno rimpatria più di mille persone in Tunisia. Dopo che hanno subito delle cose, dopo che gli vengono somministrati psicofarmaci, questi ragazzi si trovano in Tunisia marginalizzati, totalmente a rischio di suicidio e delinquenza».

Il suo intervento si è concluso ribadendo l’importanza di una lotta internazionalista contro queste politiche migratorie che si riverberano da una parte all’altra del Mediterraneo. Un appello raccolto dal presidio milanese, che in una lettera consegnata alla Prefettura ha chiesto “di porre immediatamente fine:

  • alla militarizzazione della gestione del “problema” migratorio, che si sta acuendo attraverso il conferimento di poteri straordinari al ministero della difesa e quindi all’esercito, con la suggestione di scenari di guerra, pericolo, ed invasione nemica.

  • alla moltiplicazione di luoghi, ipotesi e durata della detenzione amministrativa delle persone senza permesso di soggiorno (…)

  • ad un “blocco navale”, che risolvendosi nei fatti nel potenziamento dei finanziamenti per dittatori e guardie costiere criminali, perché riportino le persone verso il pericolo dal quale sono fuggite, rischia l’effetto di spostare in là il fronte delle morti, dal “mare nostrum”, ai “lager nostri” di oltremare.

  • all’abbassamento delle tutele per i minori non accompagnati, attraverso presunzioni di maggiore età, in modo da incanalare tutt* nel flusso di detenzione e deportazione, anche chi ha meno di 18 anni”.

Scenari agghiaccianti contro cui è necessario unirsi e schierarsi. In questo senso il presidio si è concluso promuovendo altri appuntamenti come quello di Bologna di venerdì 29 settembre per dire “Basta lager di Stato, la commemorazione per il decimo anniversario della strage di Lampedusa di martedì 3 ottobre a Milano (h. 18:30 in piazza Duca d’Aosta) e, infine, la manifestazione «NO CPR né qui né altrove» di Bolzano prevista per sabato 14 ottobre.

In conclusione, riportiamo e condividiamo le principali richieste del presidio: “No alla militarizzazione della gestione delle migrazioni. No al blocco navale e ai trattati con i dittatori per lager oltremare. No ai CPR e ai lager di Stato (né a Milano, né altrove, né in Libia, né in Tunisia). No alla diminuzione dei diritti dei minori non accompagnati. Libertá di movimento per tuttə!“.

Nicoletta Alessio

Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche Sociali e Internazionali all'Università di Bologna, mi sono laureata nel corso magistrale in Migrazioni Inter-Mediterranee delle Università Ca' Foscari di Venezia e Paul Valéry di Montpellier. Mi interesso di politiche migratorie ed etnografia dei confini e ho approfondito con due esperienze di ricerca sul campo la cooperazione italiana con Tunisia e Algeria in tema di espulsioni.