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Status di rifugiata. La Commissione rigettò la domanda reiterata di asilo nonostante emergessero diversi “indicatori di tratta”

Tribunale di Torino, decreto del 2 novembre 2023

Photo credit: HRW

Il tribunale di Torino riconosce lo status di rifugiata in favore di una richiedente nigeriana, successivamente alla proposizione di una domanda reiterata ove riferiva per la prima volta elementi mai emersi della sua drammatica vicenda personale.

In particolare, raccontava di essere stata vittima di trafficking e di non aver detto nulla nella prima audizione per timore di ritorsioni dei trafficanti, che la sottoposero al c.d. juju e le intimarono di non dire nulla; di aver avuto un bambino morto in Germania e che da allora soffre di tremori di paura; di essere orfana di madre; di aver avuto un altro bambino in Nigeria a seguito di uno stupro, di essere stata poi avvicinata da una donna che le propose di andare in Europa con l’obiettivo di fare la parrucchiera; di aver parlato con un’amica che si impegnò a tenere con sé la figlia, alla quale avrebbe inviato loro danaro dall’Europa.

Aggiungeva, inoltre, molti altri elementi che ricostruivano la sua drammatica storia, soprusi e abusi che le avevano causato postumi psicologici e fisici.

La Commissione territoriale però respinse il ricorso della richiedente poiché lo ritenne non credibile e pertanto rigettò gli elementi relativi alla vicenda di tratta, così come descritta. In ogni caso concluse che non sussiste timore per il rientro dato che nonostante la mancata restituzione del debito, i familiari non hanno subito persecuzioni.

Per contro, nel ricorso la difesa premette che la richiedente non ha in precedenza raccontato la vera storia della sua fuga dal Paese a causa del timore provato nei confronti dei suoi aguzzini, del sentimento di disagio arrecato dalla sua storia e delle condizioni psico-fisiche difficili in cui si trova. Inoltre, ha insistito sulla esistenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale, ricordando le condizioni delle vittime di tratta ai fini di sfruttamento sessuale e sottolineando come il fenomeno della tratta preveda il reclutamento della vittima finalizzato al trasferimento della stessa in un altro Paese nel quale la persona è costretta a prostituirsi per “restituire” il denaro anticipato dai trafficanti per il viaggio.

In particolare, la difesa ha riportato come le storie delle donne così giunte dalla Nigeria presentino nella quasi totalità dei casi i tre elementi costitutivi del crimine della tratta di persone: il trasferimento, l’utilizzo di determinati mezzi coercitivi (in particolare l’abuso della posizione di vulnerabilità di persone prive di istruzione e provenienti da contesti sociali deprivati) e lo scopo di sfruttamento perseguito dagli autori di tali condotte: sono i c.d. indicatori di tratta. L’elemento centrale intorno al quale ruotano tutte le vicende di migrazione delle donne provenienti dalla Nigeria, ed in particolare dal Sud del Paese, è il debt bondage contratto con connazionali, spesso anch’esse donne, che costituiscono un segmento dell’ampio apparato criminale dislocato nei Paesi di transito e di destinazione.

La difesa inoltre ha richiamato il fatto che i trafficanti, per costringere le ragazze a restituire i soldi e a non rivelare a nessuno dello sfruttamento, si servono della forte influenza culturale esercitata da un rituale magico, cosiddetto juju, che vincola le ragazze a obbedire ai trafficanti e alle maman/madame e a non tradirli mai, pena la morte, la pazzia, o altre sventure che possono ricadere su di loro o sui loro familiari; la vittima si impegna – attraverso un giuramento prestato davanti allo sciamano – a restituire il costo del viaggio una volta giunta in Europa.

Il Collegio premette che la disciplina sulle domande reiterate è prevista espressamente dalla direttiva europea nr. 2013/32/UE del 26 giugno 2013, la quale consente agli Stati membri di “giudicare una domanda di asilo irricevibile (…) se (…) il richiedente ha presentato una domanda identica dopo che sia stata presa una decisione definitiva” (art. 25, paragrafo 3 lett. f), chiarendo poi che “una domanda di asilo reiterata è anzitutto sottoposta a esame preliminare per accertare se, dopo il ritiro della domanda precedente o dopo che sia stata presa una decisione” definitiva “su quella domanda, siano emersi o siano stati addotti dal richiedente elementi o risultanze nuovi rilevanti per l’esame dell’eventuale qualifica di rifugiato” (art. 32, par. 3), e che “se, in seguito all’esame preliminare di cui al paragrafo 3 del presente art., emergono o sono addotti dal richiedente elementi o risultanze nuove che aumentino in modo significativo la probabilità che la richiedente possa essere attribuita la qualifica di rifugiato, la domanda viene sottoposta a ulteriore esame a norma del capo 2^” (art. 32, par. 4).

Articolato è l’approfondimento sui nuovi elementi emersi in fase di riproposizione dell’istanza: “Occorre, quindi, effettuare una valutazione dei “nuovi elementi” offerti dal richiedente a sostegno della domanda reiterata, elementi che possono essere relativi alle sue condizioni personali o alla situazione del suo Paese di origine (…) poiché la Richiedente in seguito alla domanda reiterata ha presentato nuovi elementi, emersi durante il racconto che evidenziano le tipiche caratteristiche della tratta degli esseri umani, il Collegio esaminati tutti gli elementi e la documentazione prodotta, reputa che nel caso in esame sussistano i presupposti per il riconoscimento della protezione superiore. Il Collegio osserva che non è inverosimile che ella abbia omesso la storia a causa del timore di subire conseguenze personali e nei confronti di sua figlia. La CT sottolinea elementi di incoerenza nella parte in cui la richiedente inizialmente dice di aver seguito il compagno della madame, per paura di ripercussioni sulla famiglia in Nigeria, ma poi afferma di aver preso la decisione di fuggire una volta conosciuto il richiedente asilo alla stazione che le propone di fuggire. A questo proposito è verosimile che questo comportamento possa essere spiegato con la necessità di reagire alle dure condizioni di vittima di violenza e maltrattamenti che la donna ha subito nel corso del tempo, e pertanto non si ravvisa incoerenza“.

Infine spiega il Collegio che dalla vicenda narrata emergono numerosi elementi caratteristici della tratta degli esseri umani, anche in considerazione del fatto che la zona di provenienza della richiedente è fortemente caratterizzata dal fenomeno. “Emergono chiaramente i c.d. indicatori di tratta in particolare:

  1. l’abuso della posizione di vulnerabilità dovuto al basso livello di istruzione, estrema povertà e allo stato personale della richiedente: la richiedente all’epoca era una ragazza orfana, era stata violentata a 13 anni ed era rimasta incinta e viveva con la figlia in una condizione di estrema povertà;
  2. la tipologia di lavoro svolto nel paese d’origine e quello promesso ossia la parrucchiera: la ricorrente ha chiaramente riportato di essere stata tratta in inganno proprio durante lo svolgimento del tuo temporaneo lavoro di parrucchiera;
  3. la presenza di una donna (c.d. madame) che dichiara alle ragazze di effettuare un prestito in danaro per farle espatriare dietro l’assunzione dell’impegno a restituire la somma: nel racconto della richiedente tale ruolo è stato svolto dalla donna che ha adescato la ricorrente con l’inganno di un lavoro sicuro e ben retribuito in Europa, per poi assoggettarla a tratta per mezzo di un trafficante che organizzasse il viaggio verso l’Italia col fine di assoggettarla a schiavitù sessuale;
  4. il passaggio per la Libia, scalo abituale per le vittime di tratta: la ricorrente, infatti, prima di giungere in Italia è stata in Libia, dove è stata rinchiusa in una connection house, costretta alla prostituzione e violentata, per poi imbarcarsi successivamente;
  5. Il così detto “juju” ossia un giuramento basato su un rituale magico utilizzato dai trafficanti per costringere le ragazze a restituire il costo del viaggio verso l’Europa che viene loro addebitato e a non rivelare a nessuno dello sfruttamento a cui andranno in contro vincolandole a obbedire ai trafficanti e alle maman/madame e a non tradirli mai, pena la morte, la pazzia o altre sventure che possono ricadere su di loro o sui loro familiari: invero la richiedente ha riferito di essere stata sottoposta a un rito in seguito al quale ha giurato la restituzione di un debito di 35.000 euro;
  6. l’interruzione dei contatti con la madame per tentare di discostarsi dal giro di prostituzione: la richiedente, infatti, una volta scoperto il reale fine per il quale era giunta in Italia ossia prostituirsi ha resistito alle pressioni da parte della madame e del compagno , ma poi a causa dei maltrattamenti e delle minacce si è inizialmente convinta a seguirli, ma poi è fuggita in Germania, sbarazzandosi del telefono e della SIM. La ricorrente ha dichiarato, inoltre, di essere riuscita a prendere le distanze, anche in seguito a ulteriori pressioni della madame, cambiando numero.

Dal momento che la richiedente è stata per un breve periodo nel giro della prostituzione, il Tribunale ritiene credibile che questa abbia ricevuto minacce limitate, principalmente telefoniche ma costanti, che l’hanno indotta a cambiare numero. Inoltre, la stessa richiedente ha coerentemente sottolineato anche le minacce subite dalla figlia da parte dei suoi aguzzini”.

In conclusione, il tribunale ha enunciato i motivi per i quali la donna è a rischio di re-trafficking e come questa nuova esperienza di tratta, secondo le linee guida di UNHCR, generalmente costituisce persecuzione. Segnala anche la recente Ordinanza n. 676/2022 del Giudice di legittimità che in merito alle vittime di tratta ha statuito che “può essere riconosciuto lo status di rifugiato purché siano soddisfatti tutti gli elementi contenuti nella definizione datane dagli artt. 2 e segg. del D.Igs. 251/2007 e in particolare, qualora la tratta abbia come vittime le donne, specie ove siano giovani, prive di validi legami familiari e provenienti da zone povere, essa può considerarsi atto persecutorio in quanto riconducibile alla appartenenza ad un «particolare gruppo sociale» costituito da membri che condividono una caratteristica innata o una storia comune che non può essere mutata e cioè l’appartenenza al genere femminile. E’ compito del giudice accertare nel singolo caso, tramite informazioni pertinenti ed aggiornate sul paese di origine, il rischio attuale di ulteriori atti lesivi, dello stesso tipo di quelli già subiti, ovvero anche diversi ma che possono comunque qualificarsi come atti persecutori, quali atti discriminatori fondati sul genere”.

Inoltre, si sottolinea “la condizione di vulnerabilità della Richiedente, la quale ha subito fin da minore violenze e maltrattamenti, rimanendo incinta all’età di 13 anni, e all’età di 23 ha perso un figlio in Germania per un errore medico e da quel momento presenta tremori e problemi fisici. Va considerato, a prescindere dalle condizioni di salute fisica, l’aspetto psico-somatico e le conseguenze psicologiche derivanti dal trauma delle violenze, della privazione della libertà e della prostituzione.
In questo contesto in cui la ragazza è stata privata della libertà, ancorché solo fino al suo arrivo in Italia, merita accoglimento la domanda di riconoscimento dello status: su queste premesse il ritorno in Nigeria, tenuto conto anche della situazione di estrema vulnerabilità fisica e psicologica della richiedente, potrebbe esporla a nuove violenze in un Paese in cui le autorità mostrano di non essere in grado di proteggere la propria cittadina, in contrasto con il fenomeno dello sfruttamento violento della tratta di donne destinate allo sfruttamento sessuale
“.

Si ringrazia l’Avv. Mariagrazia Stigliano per la segnalazione.


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