Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Silvia Di Meo

Mem.Med: quando la memoria è un atto di rivendicazione politica

Un progetto per ricercare e identificare le persone disperse nel Mediterraneo

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Il 27 novembre 2023 Borderline Sicilia ha annunciato un cambiamento importante. 

Nei 15 anni di attività l’associazione con grande impegno e attenzione ha svolto un ruolo importante: quello di raccontare l’immigrazione in Sicilia e promuovere un percorso di memoria attiva su quanto accade tra le due sponde sud del Mediterraneo.

Oggi BS, in stretta contiguità e continuità con tutto ciò che è stato fatto dal 2008, prende un’altra forma e un altro nome: Mem.Med – Memoria Mediterranea ETS.

Il progetto di Mem.Med 1 nasce in occasione della visita di una delegazione di madri e sorelle tunisine che, in ottobre 2021, giunsero in Sicilia per ricercare i propri cari dispersi e denunciare le politiche migratorie che limitano la libertà di circolazione, militarizzano il mare e provocano la morte di chi lo attraversa. Nella città di Palermo, le donne tunisine hanno elaborato delle richieste precise attorno a cui il progetto neonato ha cercato di articolare una serie di azioni concrete, in dialogo con le esperienze di alcune attiviste e associazioni locali e nazionali.

Nata dal basso ed esistita informalmente per alcuni anni, nel 2023 Mem.Med è diventata ETS subentrando a Borderline Sicilia, che fin dall’inizio ne è stata una delle realtà promotrici: un progetto operativo per supportare le famiglie e le comunità di appartenenza nella ricerca delle persone in movimento morte/disperse in mare o in altre zone di frontiera; uno strumento di supporto legale, di supporto psicosociale, di memoria attiva, testimonianza e denuncia che opera concretamente nella rotta migratoria più letale al mondo, quella del Mediterraneo centrale, in particolare in Sicilia, Sardegna e Tunisia.

In questa intervista Mem.Med si racconta.

Ci puoi spiegare come è articolato il progetto di Mem.Med?

Il progetto ha 3 obiettivi specifici e nel rapporto sulle attività svolte nel 2022/2023 2 riportiamo nel dettaglio cosa abbiamo fatto in questi anni.

La prima attività che Memoria Mediterranea svolge riguarda il supporto legale nella ricerca e identificazione delle persone migranti, attraverso la facilitazione all’accesso alle procedure utili a tale scopo. E’ l’attività più complessa, proprio perché risponde ad una mancanza sistemica ignorata da decenni: l’assenza di un sistema di ricerca e identificazione unico ed efficace – a livello nazionale e internazionale – delle persone che sono decedute in zone di frontiera. Per le famiglie, il non riconoscimento della perdita da parte degli Stati ha determinato la mancanza di informazioni, risposte, legittimazione. Il diritto di sapere e l’accesso alla giustizia non sono garantiti e la lotta delle famiglie è pertanto prima di tutto una lotta per verità e giustizia. 

“O mare, quante povere persone ti sei mangiato!” PH: Dorra Frihi

Tramite mandato delle famiglie, la nostro equipe – composta da avvocate, mediatore, ricercatore e psicologhe – avvia la ricerca all’interno dei dispositivi detentivi (hotspot, cpr, strutture analoghe) dove le persone in movimento spesso si trovano recluse e vengono private della libertà personale; facilita l’attivazione di procedure di identificazione dei corpi delle persone decedute in contesti di frontiera (naufragi, morti violente in strutture detentive o zone di frontiera), anche attraverso la comparazione del DNA delle salme con quello dei familiari; quando possibile, si mobilita per il reperimento dei fascicoli relativi alle indagini, alle cause della morte, a certificati di decesso e a tutta quella documentazione che serve a dare prova, testimonianza e valore a queste morti violente; infine, su richiesta delle famiglie.

Quando possibile Mem.Med si attiva anche nelle procedure di rimpatrio delle salme nei Paesi di origine, che per le famiglie comportano non solo una lunga trafila burocratica ma anche enormi sforzi da un punto di vista economico. Questa procedura non è implementata così frequentemente sia per i suddetti motivi, sia perché molto spesso i corpi delle persone disperse non vengono recuperati e rimangono in mare. Ciò impedisce anche formalmente la certificazione della morte della persona, che si considera “scomparsa” anche a distanza di anni.

Una seconda attività svolta da Mem.Med è quella che riguarda il supporto psicosociale alle famiglie delle persone migranti e alle comunità di appartenenza. Lasciate per anni senza risposte e senza verità sulla scomparsa dei propri cari e amici, queste persone si confrontano con il dolore e la rabbia dati dal non riconoscimento dei loro lutti. In tal senso Mem.Med ha sviluppato strategie di sostegno psicologico in ottica comunitaria con lo scopo di favorire percorsi di autodeterminazione ed emancipazione collettivi per sopravvissuti, famiglie e comunità di appartenenza. Ne è un esempio il gruppo di madri e sorelle tunisine che per diversi mesi ha costruito un percorso di liberazione e di condivisione di saperi, strategie ed esperienze vissute.

La terza attività, al cuore del progetto, è quella che dà il nome alla nostra associazione e che più esprime la continuità con Borderline Sicilia. 

Essa consiste nella volontà di costruire, insieme alle persone che attraversano, sopravvivono o testimoniano queste zone di frontiera mediterranea, una memoria collettiva e attiva. Per farlo Mem.Med si occupa di monitorare le violenze e le violazioni in terra e in mare, documentando quanto accade alle persone che sfidano i confini e i meccanismi di confinamento, detenzione e violenza ad essi soggiacenti. Nonché di raccogliere storie, segni e vissuti di coloro che hanno combattuto la frontiera perdendo la vita: la loro assenza, determinata violentemente dal regime di frontiera, continua ad essere per noi il motore di una presenza collettiva che fa della memoria uno strumento di rivendicazione pubblica. A partire da ciò, Mem.Med promuove azioni di advocacy e sensibilizzazione appoggiando le rivendicazioni delle famiglie delle persone disperse, delle persone migranti e delle comunità di appartenenza nelle richieste di verità e giustizia.

Che bilancio potete fare di questi primi 2 anni di attività e quali sono le difficoltà maggiori che incontrate?

Da quando abbiamo dato vita a Memoria Mediterranea, la situazione nel Mediterraneo ha visto un’escalation progressiva di violenza e abusi che abbiamo monitorato dai territori in cui l’associazione è attiva. Le richieste di supporto nella ricerca e identificazione dei propri cari che ci sono giunte sono aumentate progressivamente. Oggi, secondo l’OIM sono più di 28 mila le persone morte o disperse nel Mediterraneo dal 2014, eppure la morte in frontiera continua ad essere considerata un’emergenza e non un problema strutturale figlio delle politiche migratorie.

A livello generale, il clima di criminalizzazione e attacco verso le persone in movimento, le i/le familiari, le è diventato sempre più pericoloso e ostativo. I dispositivi di frontiera – atti a contenere, detenere, selezionare e reprimere le persone straniere in arrivo – continuano a moltiplicarsi, legittimando la violenza di stato contro chi sfida le frontiere. Da Lampedusa a Cutro nulla è cambiato: il luogo di quest’ultima strage ha dato il nome ad un Decreto che rende sempre di più i diritti dei privilegi di pochi. Gli accordi che l’UE stringe con i Paesi terzi e le pratiche di esternalizzazione della frontiera in Paesi non sicuri come la Libia o la Tunisia hanno reso il Mediterraneo un mare ancora più violento, dove attacchi diretti della Guardia Costiera tunisina contro le persone in movimento o operazioni di respingimento delle barche per mano di Frontex o ancora omissioni di soccorso delle autorità competenti determinano la morte di migliaia di persone in un silenzio assordante che solo grazie ad alcune voci, come quella di Alarmphone o delle navi delle Ong che prestano soccorso in mare, continua ad essere spezzato.

Il tema della ricerca e identificazione delle persone morte e scomparse per mano delle frontiere continua ad essere un tema poco sentito e non riconosciuto normativamente.

Infatti, sul tema specifico della gestione della morte in frontiera, ci troviamo davanti ad un enorme problema: il vuoto giuridico che non permette il rispetto del diritto di sapere per le persone migranti, il cui decesso non viene trattato come quello di qualunque altra persona europea o occidentale morta o ferita in circostanze analoghe. Non esistono procedure univoche e standardizzate di ricerca e identificazione delle persone disperse, le procedure che si attivano dipendono dalla autorità competente che interviene, dal tipo di procedimento per quel caso specifico, nonché dalle prassi regionali e provinciali del territorio dove si è verificato il naufragio o la morte violenta.

La maggioranza delle volte i soggetti coinvolti non lavorano in maniera coordinata. Di solito, nei casi in cui si riscontra un reato, viene raccolto il DNA dei corpi e si effettua l’autopsia. Questo non implica però l’attivazione immediata di una procedura di identificazione. Di norma, la richiesta parte dalle famiglie che cercano i propri cari che  presentano denuncia di scomparsa e richiesta di identificazione di un corpo che suppongono essere di un proprio caro. Anche questo passaggio non è immediato. E senza una facilitazione da parte di soggetti esterni – avvocate o associazioni – dei contatti con le autorità competenti, le famiglie non sono realmente prese in considerazione. 

Manca una volontà politica di fare luce su queste morti. Non ci sono altre ragioni: le procedure da eseguire sarebbero semplici e a costo zero. Il rispetto di alcune semplici prassi consentirebbe non solo di restituire un nome, un volto e una storia alle migliaia di corpi anonimi che sono sepolti in Sicilia, in Tunisia e in altri luoghi del sud Europa ma anche di rispondere alle richieste di madri, sorelle, padri e fratelli che da anni nel Mediterraneo portano avanti una lotta per verità e giustizia. Invece, questi massacri continuano ad essere negati e le vite di queste persone vengono considerate tanto irrilevanti anche da morte. 

La normalizzazione della morte in frontiera è ciò che ci sconvolge di più in assoluto e ciò che di fatto ostacola il riconoscimento di queste violenze e la lotta delle famiglie: questo massacro senza fine non scuote coscienze, non indegna, non spinge ad agire. Al contrario: sembra che una rassegnazione collettiva abbia spento ogni spirito di rivalsa. È in corso una guerra ma prevale l’assuefazione generale dinanzi la morte delle altre e degli altri, frutto di una narrativa mediatica che alimenta e delegittima gli effetti delle necropolitiche: naufragio dopo naufragio, 10 dispersi, 300 morti, 65 vittime… Un lessico che sostiene una visione  disumanizzante e anche depoliticizzante. Numeri svuotati di senso: chi erano queste persone? Come sono morte e soprattutto perché? In questo contesto aberrante, consideriamo il coraggio e la forza che le familiari portano nelle piazze  – con la loro voce inesauribile che continua a gridare queste domande – una delle forme più radicali di lotta al regime di frontiera, che deve essere sostenuta e incoraggiata.

Rispetto ad altre associazioni di carattere umanitario, in cosa differiscono le vostre attività?

Parte del mandato di Mem.Med ha certamente un valore umanitario, non in un’ottica assistenzialista ma nella misura in cui ci spendiamo per garantire il rispetto di una serie di diritti che vengono negati alle persone in movimento e alle loro famiglie e comunità di appartenenza; ma il nostro lavoro ha un mandato più ampio che rientra principalmente in un impegno politico e sociale.

Vogliamo resistere e rispondere con la nostra presenza e con azioni pratiche alla militarizzazione dei mari e delle terre e al restringimento della libertà che ha reso il Mediterraneo un campo di guerra. In primis, sostenendo i/le familiari che nei paesi di origine e in quelli europei interpellano le istituzioni, protestando nelle piazze, davanti alle ambasciate e alle sedi delle grandi organizzazioni, accusando direttamente i carnefici di questi massacri e i loro complici. Come le madri e sorelle tunisine che – con in mano le foto dei figli – gridano giustizia davanti al Parlamento Europeo o nella piazza di Lampedusa; o i familiari delle vittime di Cutro che hanno occupato l’uscita del Palamilone a Crotone per impedire che i corpi dei loro cari fossero deportati.

Crediamo nella voce politica della Memoria attiva, una memoria che nasce dal Mediterraneo e dalle sue genti che si riappropriano di frontiere e luoghi di detenzione occupandole collettivamente con corpi, azioni, presenze storiche.

Allora, documentare le violenze del regime di frontiera così come raccogliere le biografie, le fotografie e le storie di coloro che sono morte in questa repressione sistematica, è un lavoro di testimonianza e denuncia politica estremamente necessario. Pertanto, continueremo a garantire la nostra presenza critica, insieme alle persone migranti, alle famiglie, alle comunità di appartenenza e alle altre associazioni e realtà della società civile impegnate su questi temi. È prioritario recuperare nomi, storie e testimonianze perché è proprio nel mare di negazione e indifferenza che si erge la Fortezza Europa. Per noi, lottare contro la violenza di queste politiche significa prima di tutto fare della memoria un atto di rivendicazione politica per non permettere che queste esistenze e queste violenze siano dimenticate mai.

Durante la strage di Cutro del 26 febbraio 2023 il vostro impegno è stato importantissimo non solo in supporto ai familiari delle vittime di frontiera ma anche come azione di monitoraggio e denuncia delle gravissime inadempienze e violazioni governative che abbiamo visto, anche grazie a voi, in quei terribili giorni. Come continua il vostro lavoro di denuncia e supporto su Cutro?

Dopo le giornate di Cutro, siamo rimaste costantemente in contatto con le famiglie che nel febbraio e marzo scorso abbiamo supportato durante le delicate procedure di ricerca, identificazione e rimpatrio delle salme – accompagnandole sulle spiagge di Steccato di Cutro per cercare tracce dei propri cari tra le onde, negli uffici della scientifica di Crotone per identificare i corpi dei parenti e nel momento del saluto alle salme al Palamilone prima della loro partenza per essere seppellite nei paesi di origine.

Inoltre, come a Crotone abbiamo sostenuto le rivendicazioni dei familiari esasperati di fronte alle inadempienze e alle violazioni compiute dallo Stato, così abbiamo continuato a sostenerle nelle iniziative pubbliche a cui hanno partecipato nei mesi successivi alla strage. 

Per esempio, Zahara, sorella di Sajad – uno dei giovani uomini afghani morti in quella notte – è una delle persone con cui abbiamo mantenuto un rapporto più stretto. Abbiamo partecipato con lei alla Caravana 2023 a Melilla  – promossa da Caravana Abriendo Fronteras, Ongi Etorri Errefukiatuak e CarovaneMigranti: davanti alla sanguinosa valla che separa il Marocco dalla Spagna, Zahra ha raccontato la lotta che sta portando avanti per Sajad 3 e per coloro che in quella notte morirono, per omissione di soccorso, a poche decine di metri dalla riva sicura dove sarebbero dovuti arrivare con il caicco partito dalla Turchia. Davanti alle persone sopravvissute alla strage di Melilla, depositando fiori per le vittime, Zahra ha promesso di continuare a cercare giustizia in Italia.

In tal senso, il nostro supporto non è venuto meno. L’avvocata Serena Romano della Cledu e di Mem.Med – che già durante i giorni della strage ha prestato assistenza legale ad alcuni familiari nelle procedure di identificazione e rimpatrio delle salme – continuerà a seguire alcune famiglie nella fase giudiziale. Queste famiglie hanno incaricato la legale di rappresentarli nei procedimenti penali iscritti dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Crotone, in particolare in relazione ai ritardi e alle omissioni di soccorso da parte delle autorità competenti.

Come si può partecipare attivamente alle vostre attività e seguirvi?

L’impegno di Mem.Med Memoria Mediterranea è portato avanti gratuitamente da tutte le sue volontarie. Tuttavia Mem.Med deve sostenere delle spese legali significative per il supporto che presta in Tunisia e in Italia alle famiglie delle persone uccise dalle frontiere.

Per sostenerci donate qui.

Potete seguire le attività di Mem.Med Memoria Mediterranea sul sito (da poco on line!) dell’associazione e sulla nostra pagina facebook. Sul sito dell’associazione si trovano tutte le informazioni dettagliate rispetto a chi siamo e a che tipo di lavoro svolgiamo, nonché i nostri report sulle attività svolte. Inoltre è possibile trovare il formulario Mem.Med (in italiano, arabo, inglese e francese) per la segnalazione di persone disperse; e la rubrica “Memorie” – in fase di costruzione – dove custodiamo le storie delle persone che hanno perso la vita nel tentativo di sfidare i dispositivi di frontiera in mare e in terra.

  1. Qui la pagina di Mem.Med su Melting Pot
  2. Leggi il report
  3. Da Cutro a Melilla: Zahra, sorella di Sajad, per la giustizia di tutte le morti di frontiera

Redazione

L'archivio di tutti i contenuti prodotti dalla redazione del Progetto Melting Pot Europa.

Mem.Med

Mem.Med - Memoria Mediterranea si occupa di ricerca e identificazione delle persone disperse nel Mar Mediterraneo, fornendo supporto legale e psico-sociale alle famiglie che cercano verità e giustizia. Mem.Med si occupa di monitorare e denunciare le violenze della frontiera e di costruire una memoria collettiva su quanto accade alle due sponde del Mediterraneo.