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Naufragio nel Mediterraneo: la catena di responsabilità è chiara

61 persone annegate per mancato soccorso, 21 riportate illegalmente in Libia

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E’ l’ennesima strage annunciata quella avvenuta lo scorso fine settimana nelle acque del Mediterraneo centrale in cui sono morte 61 persone, tra di loro anche bambini. Vittime che si aggiungono alle oltre 2.250 persone che hanno perso la vita nel corso dell’anno in quel tratto di mare. Il barcone partito da Zwara con a bordo 86 persone poteva essere soccorso se ci fosse stata una pronta reazione ai messaggi di SOS inviati da Alarm Phone alle autorità, o se la nave di soccorso Ocean Viking, presente in zona, non fosse stata obbligata a rientrare in Italia. Un naufragio che ha visto inoltre i 21 sopravvissuti riportati in Libia subendo un respingimento illegale.

Le ricostruzioni basate su rilevamenti e documenti ufficiali permettono anche di scoprire come sostiene l’avv. Fulvio Vassallo Paleologo quella «catena di responsabilità che da anni condanna a morte, o alla deportazione, chi cerca di fuggire verso l’Europa». Mentre l’Unione Europea e i paesi membri organizzano meeting per deresponsabilizzarsi da queste morti, puntando il dito contro i trafficanti, le persone continueranno a muoversi mettendo in pericolo la loro vita.

«Siamo sconvolti dal fatto che ancora una volta le autorità europee e libiche non siano riuscite a salvare le persone in difficoltà e che ancora una volta il regime di frontiera dell’UE abbia ucciso. Denunciamo la continua violenza di frontiera, la continua morte ai confini marittimi e di altro tipo dell’Europa», ha dichiarato Alarm Phone che ha esortato le autorità a intervenire tempestivamente.

La ricostruzione di Alarm Phone e del giornalista Sergio Scandura

Il 14 dicembre 2023, a partire dalle ore 17, la Ong ha ricevuto diverse chiamate da un gruppo in difficoltà che era partito da Zuara in Libia su un gommone bianco. «La situazione a bordo di questa imbarcazione sovraffollata era estremamente pericolosa, non da ultimo a causa del mare agitato».

Una volta ricevuta la loro posizione GPS ha informato le autorità italiane, maltesi e libiche e la nave di salvataggio Sea-Eye. Ha anche cercato di raggiungere la cosiddetta guardia costiera libica sui suoi numerosi numeri di emergenza per richiedere un’operazione di salvataggio immediata. «Tuttavia, nonostante i numerosi tentativi, solo alle 17:55 è stato possibile raggiungere un ufficiale libico che, inizialmente, ha suggerito di inviare una motovedetta alla ricerca delle persone in difficoltà. L’unica nave disponibile della flotta civile, la SEA-EYE 4, era ad almeno 12 ore di distanza dal luogo del soccorso».

Alle 18 Alarm Phone ha ricevuto una nuova chiamata dalle persone in difficoltà che hanno detto di temere per la loro vita. L’Ong ha nuovamente inviato un messaggio di SOS a tutte le autorità ricevendo solo una risposta da SEA-EYE 4, che ha dichiarato di poter raggiungere la posizione di pericolo solo la mattina seguente alle 6. «Sebbene inizialmente avessero suggerito di inviare una nave pattuglia, le autorità libiche hanno dichiarato alle 20:44 CET che non avrebbero inviato alcuna risorsa di soccorso, a causa delle onde alte. Alarm Phone è tuttavia a conoscenza del fatto che almeno due mezzi della cosiddetta guardia costiera libica erano in mare durante la giornata. Hanno intercettato almeno 3 imbarcazioni e hanno costretto le persone migranti a tornare in Libia».

Alarm Phone ha concluso la cronologia dettagliata degli eventi specificando che il Centro di Coordinamento del Soccorso Marittimo (MRCC) di Roma ha ordinato alle 21:40 alla nave di rifornimento della piattaforma VOS TRITON di raggiungere l’imbarcazione in difficoltà. «In passato, la VOS TRITON ha regolarmente riportato in Libia persone contro la loro volontà. Inoltre, la nave rifornitrice non è sufficientemente equipaggiata per effettuare operazioni di salvataggio complesse. Durante la notte, la VOS TRITON ha raggiunto l’imbarcazione in difficoltà». Ha poi appreso la notizia del naufragio e del respingimento illegale in Libia.

Aggiunge alcuni elementi il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura che ha scoperto che nello stesso periodo in cui si sono svolti i fatti, ben tre sono state le missioni dei velivoli Frontex di base a Lampedusa.

Oltre a ciò, 24 ore prima dell’SOS, nella stessa area del naufragio era presente la nave di soccorso Ocean Viking che avendo già 26 naufraghi salvati in un’altra operazione SAR, sono stati intimati dall’MRCC di lasciare la zona, in quanto il decreto Piantedosi vieta i salvataggi plurimi se non dietro espressa autorizzazione.

La nave umanitaria di Sos Mediterranee avrebbe potuto partecipare alla ricerca del gommone e avrebbe salvato le persone se non avesse ricevuto l’ordine di dirigersi verso il porto di Livorno.

«L’infame decreto legge n.1 del 2023, poi convertito nella legge n.15/2023 consente al governo italiano di allontanare le navi delle ONG dopo il primo soccorso, anche se hanno raccolto in mare soltanto qualche decina di persone e potrebbero salvarne ancora centinaia, che invece vengono abbandonate al loro destino di morte» ha denunciato l’esperto in diritto Paleologo che ha aggiunto: «Il Consiglio d’Europa aveva immediatamente avvertito che “la norma che obbliga le navi dopo l’operazione di salvataggio, a raggiungere senza ritardo il porto assegnato, ritenuta da Strasburgo una previsione che impedisce i salvataggi multipli, rischia nella sua applicazione pratica di inibire un’effettiva attività di ricerca e salvataggio, costringendo le navi ad ignorare ulteriori chiamate di soccorso in violazione del diritto internazionale”. Ed è lo stesso decreto “anti ONG” che consente alle autorità di governo di assegnare alle navi umanitarie porti di sbarco sempre più lontani, in modo da tenerle lontano per il maggior tempo possibile dall’area dei soccorsi a nord delle coste libiche e tunisine. Un espediente che serve anche per trasferire sulle autorità libiche (e tunisine) attività di ricerca e salvataggio che, quando non si traducono in intercettazioni su imbarcazioni tracciate da Frontex, comportano ritardi ed omissioni di soccorso che sono costate la vita di migliaia di persone».

Gorden Isler, portavoce di Sea-Eye e.V., l’unica nave di soccorso presente in questo momento nel Mediterraneo, ha confermato con le sue dichiarazioni che l’atteggiamento delle autorità è funzionale al piano di respingimento delle persone verso i porti da cui sono partite, con l’effetto di provocare altre vittime: «Il nostro equipaggio ha ricevuto molte chiamate di soccorso negli ultimi giorni. Tuttavia, non ci sono stati sforzi di coordinamento da parte delle autorità statali per coinvolgere la nostra nave. Invece, la cosiddetta guardia costiera libica ha intercettato diverse imbarcazioni e portato le persone in Libia, in violazione del diritto internazionale. Abbiamo appreso che 61 persone hanno perso la vita. È irresponsabile che gli attori statali ignorino la nostra presenza, invece di includere la nostra nave di soccorso nel coordinamento per salvare il maggior numero possibile di vite».

Redazione

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