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Corte di Cassazione: la Libia non è un porto sicuro

Chiunque consegni alle autorità libiche le persone soccorse è perseguibile

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La consegna di persone migranti soccorse in mare alla guardia costiera libica può configurare un’ipotesi di reato di abbandono in stato di pericolo di persone minori e incapaci e sbarco e abbandono arbitrario di persone (articoli 591 cod. pen. e 1155 cod. nav.) 1.

La sentenza della Corte di Cassazione dell’1 febbraio 2024 n. 4557 ha confermato la condanna per il comandante di un rimorchiatore italiano che aveva soccorso 101 migranti e li aveva poi affidati a una motovedetta libica, sull’assunto che la Libia non può essere considerata un “porto sicuro”.

Si tratta di un pronunciamento che ha avuto risalto da parte dei maggiori giornali italiani perché, come è stato scritto, con un pronunciamento ufficiale e definitivo, è stato stabilito che riconsegnare le persone soccorse in mare alle autorità libiche costituisce reato.

A ben vedere i principi espressi dalla sentenza in commento sono decisamente più articolati e la decisione della Cassazione, seppur importante, va collocata in un più corretto quadro di riferimento onde evitare fraintendimenti. Lo scopo di questo articolo, è appunto quello di ricostruire la vicenda oggetto della decisione dei giudici della Cassazione e di meglio chiarire l’ambito di azione della pronuncia assunta.

Il caso affrontato dai giudici di legittimità, infatti, è molto specifico e le condizioni riconosciute nel caso concreto per addivenire alla condanna del comandante della nave per i reati di abbandono in stato di pericolo e di sbarco e abbandono arbitrario di persone sono abbastanza stringenti.

Ciò detto, non si può negare che la sentenza in commento contenga elementi di grande interesse che meritano di essere considerati e di cui è utile discutere anche in campo politico.

Il caso

La vicenda approdata in Cassazione vede protagonista il comandante di un rimorchiatore battente bandiera italiana che viene riconosciuto responsabile, in primo e secondo grado, del reato di abbandono in stato di pericolo di persone minori o incapaci (art. 591 c.p.) e di sbarco e abbandono arbitrario di persone (art. 1155 cod. nav.). Il comandante, infatti, trovandosi in acque internazionali e in zona SAR libica, dopo aver rilevato la presenza di un gommone con 101 migranti a bordo, si adoperava per il trasbordo dei naufraghi sulla imbarcazione. Nel compiere tale operazione, ometteva però di effettuare le dovute comunicazioni ai centri di coordinamento e soccorso competenti, agendo così in violazione delle procedure previste per le operazioni di soccorso. Non solo.

Il comandante ometteva anche di identificare le persone, di assumere informazioni sulla loro provenienza e nazionalità, sulle condizioni di salute, di sottoporli a visita medica, di accertare la loro volontà di chiedere asilo, nonché di accertare se i minori fossero soli o accompagnati. Infine, in violazione di quanto stabilito dalle convenzioni internazionali, i migranti soccorsi venivano portati in Libia e riconsegnati alla guardia costiera libica.

Tutto ciò, secondo i giudici ha procurato un danno grave ai migranti, danno consistente nel loro respingimento collettivo, quale condotta vietata dalle convenzioni internazionali, e nel loro sbarco in un porto non sicuro, atteso l’elevato rischio che i migranti fossero sottoposti a trattamenti inumani o degradanti nei centri di detenzione per stranieri presenti sul territorio libico.

Normativa di riferimento e obblighi dei soccorritori

Contro la condanna pronunciata dal Gup di Napoli e confermata dalla Corte di Appello di Napoli, il difensore del comandante presenta ricorso in Cassazione.

Il ricorso si componeva di cinque motivi e ha richiesto uno sforzo da parte dei giudici di legittimità per fare chiarezza sulla natura dei reati contestati e sui presupposti per la loro sussistenza e corretta applicazione al caso concreto.

La lettura della pronuncia dei giudici di Cassazione ci permette, in primo luogo, di apprezzare la minuziosa ricostruzione che viene fatta del quadro normativo di riferimento in materia di soccorso in mare. La sentenza infatti offre una compiuta ricostruzione della normativa internazionale e nazionale sul soccorso in mare evidenziando tutti gli obblighi cui sono tenuti i soggetti soccorritori.

Da questo punto di vista, vengono in rilievo una serie di condotte del comandante che difficilmente possono ritenersi in linea con quanto stabilito dalle convenzioni internazionali e dalle norme nazionali a queste ispirate. Nello specifico, nel corso del processo di primo grado era stato provato che il comandante aveva omesso di: compiere accertamenti sulle condizioni di salute dei migranti soccorsi e in modo particolare dei minori e delle donne in stato di gravidanza; di contattare il centro di coordinamento libico per le operazioni di soccorso; di condurre i migranti in un porto sicuro.

Tutte omissioni poste in essere in contrasto con la normativa internazionale e nazionale, ovvero con: gli articoli 3 e 14 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’Uomo e delle liberà fondamentali che sancisce il divieto di respingimento degli stranieri verso i Paesi in cui possano essere sottoposti a trattamento inumano o degradante o dove sia comunque impedito l’esercizio dei diritti fondamentali; l’art. 33 della Convenzione di Ginevra che prevede il divieto di espellere o respingere, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza ad un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche; l’art. 19 della Carte dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che sancisce il divieto di respingimenti collettivi di cittadini stranieri; la Convenzione internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare e la Convenzione sulla ricerca e il salvataggio marittimo, che impongono al comandate di una imbarcazione che soccorra dei naufraghi in mare di avvisare le autorità competenti per il coordinamento e il soccorso.

Le fattispecie incriminatrici contestate

Dopo aver dato un quadro della normativa internazionale e nazionale di riferimento nel campo del soccorso in mare, la Cassazione concentra la propria attenzione sulle fattispecie incriminatrici contestate al comandante della nave: l’art. 591 cod. pen. e l’art. 1155 del cod. nav..

Le condotte materiali contestate al comandante della nave consistono nell’abbandono di soggetti minori di anni quattordici e/o di persone incapaci (donne in stato di gravidanza) e nello sbarco arbitrario di passeggeri.

Si tratta di due ipotesi delittuose di pericolo, più precisamente di pericolo astratto, andando con ciò a significare che il reato si perfeziona per il solo fatto che la condotta del soggetto agente metta a rischio un bene giuridico tutelato dall’ordinamento. Una tipologia di reati in cui la pericolosità viene determinata da un giudizio di pericolosità compiuto a priori dallo stesso legislatore con riferimento ad un comportamento che viene assunto come antigiuridico e, quindi, illecito.

La prima, normata dall’articolo 591 cod. pen., viene in rilievo, secondo giurisprudenza costante, quando viene accertata una “qualsiasi condotta, attiva o omissiva, contrastante con il dovere giuridico di cura o di custodia, gravante sul soggetto agente (nel caso specifico il comandante della nave), da cui derivi uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita o l’incolumità del soggetto passivo (migranti minori o incapaci)2. Si tratta di una tutela anticipata di soggetti particolarmente vulnerabili, appunto i minori infra-quattordicenni e gli incapaci.

Il dovere giuridico di cura e di custodia di cui parla la giurisprudenza, richiede il compimento di comportamenti obbligatori per il comandante della nave che, però, nel caso concreto, non sono stati tenuti.

La seconda condotta contestata, inquadrata nel Capo VII del Titolo Secondo del Codice della Navigazione, si configura anch’essa come delitto di pericolo avente ad oggetto la tutela della “integrità personale, oltre che la libertà dagli arbìtri del comandante, l’ordinario procedere della spedizione, il rispetto delle regole normative e contrattuali relative al rapporto di lavoro a bordo”. Una norma, dunque, che mira a tutelare tanto il personale di bordo quanto i passeggeri. La responsabilità del comandante della nave deriva dal fatto che egli, in base al Codice della navigazione, ha il compito di sovraintendere a tutte le funzioni che attengono alla salvaguardia della incolumità collettiva delle persone imbarcate sulla nave, oltre che della nave stessa.

Sul punto, i giudici sono chiarissimi nell’affermare che “il delitto di sbarco e abbandono arbitrario previsto dall’art. 1151 cod. nav. reato proprio in quanto ne può essere autore solo il comandante della nave, è reato di pericolo astratto e l’elemento oggettivo è integrato dallo sbarco dei passeggeri avvenuto arbitrariamente, perché disposto in contrasto con le previsioni normative e regolamentari, cui è tenuto il comandante della nave, investito di un’ampia posizione di garanzia funzionale alla incolumità collettiva dei passeggeri, nel caso in cui dallo sbarco medesimo derivo uno stato di pericolo, anche meramente potenziale, per la vita e l’incolumità dei soggetti passivi”.

La Libia non è un “porto sicuro”

Dopo aver ricostruito l’intera vicenda da un punto di vista fattuale e normativo, i giudici della Suprema Corte, passano in rassegna i singoli motivi del ricorso presentato dalla difesa del comandante della nave spiegando le ragioni per cui non possano trovare accoglimento.

In particolare, nell’affrontare il primo motivo di ricorso, i giudici affrontano la questione che più di tutte ha destato l’attenzione dei primi commentatori e della politica, ovvero il tema della qualificazione della Libia come “porto sicuro” o meno. Sul punto, i giudici evidenziano che, in forza della Convenzione di Amburgo lo Stato responsabile per la zona SAR si assume la responsabilità di vigilare e coordinare affinché i “sopravvissuti” vengano condotti in un luogo sicuro. In mancanza di tale assunzione di responsabilità da parte dello Stato responsabile della zona SAR, nel caso specifico la Libia, tale compito ricade sul comandante della nave.

Ne caso affrontato, dunque, il comandante avrebbe dovuto verificare la sicurezza del luogo di ricovero dei migranti. Invece, come dimostrato in sede processuale, questi si è limitato a trasbordare i migranti soccorsi a bordo di una motovedetta libica disinteressandosi completamente della sorte di questi. Con ciò, il comandante ha accettato il rischio del pericolo, anche solo potenziale per le persone offese vulnerabili del delitto previsto dall’articolo 591 cod. pen. Pericolo sussistente anche per la “situazione ambientale libica in quel momento storico”.

In sintesi, la Cassazione conferma che, a fronte di una condotta errata nella gestione del salvataggio, per l’omesso coinvolgimento dei centri di coordinamento libico e, in subordine, italiano, sarebbe spettato al comandante escludere ogni pericolo attraverso una verifica concreta in ordine al luogo dove sarebbero stati trasferiti i migranti e alla condizioni effettivi di accoglienza predisposte per questi, con una verifica anche del rispetto dei diritti umani onde escludere ogni pericolo per la vita e l’incolumità dei naufraghi.

Conclusioni

A ben vedere, la pronuncia in commento non contiene principi rivoluzionari ma si colloca nel solco delle norme e della giurisprudenza nazionale ed internazionale.

Pur avendo destato molto interesse in questo determinato periodo storico, la decisione non ha fatto altro che confermare una serie di principi giuridici pacifici nel nostro ordinamento senza portare alcun elemento veramente nuovo che possa servire a scardinare il sistema dei respingimenti in mare.

Sicuramente l’aver riaffermato che la Libia, al momento dei fatti contestati, non poteva essere considerato un “porto sicuro”, è una piccola vittoria “politica” per chi per anni ha affermato questa semplice verità ma, è pur vero, che la decisione riguarda un caso concreto e specifico caratterizzato da elementi di specialità che difficilmente appaiono replicabili.

  1. Cassazione penale, Sezione V, 01.02.2024 n. 4557
  2. Cfr. Corte di Cassazione, sezione V, sentenza del 17.01.2022 n. 1780

Avv. Arturo Raffaele Covella

Foro di Potenza.
Sono impegnato da anni nell’ambito della tematica del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione alla protezione internazionale e alla tutela dei lavoratori stranieri. Collaboro con diverse associazioni locali che si occupano di migrazioni. Scrivo per diverse riviste.