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«Dormiamo all’aperto perché il posto è bruciato tutto»

Una voce dall’interno del CPR di Pian del Lago, Caltanissetta

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Nei giorni scorsi è stato diffuso un video girato all’interno della struttura di Pian del Lago – Caltanissetta. Un documento filmato sconvolgente dal quale emergono le condizioni in cui sono costretti a vivere numerosi cittadini stranieri in attesa di essere rimpatriati. Un video in cui sono gli stessi “ospiti” del Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Caltanissetta a denunciare le condizioni in cui sono costretti a vivere. Un filmato da cui emerge come la struttura, nella parte dedicata alle camerate, sia assolutamente fatiscente, inadatta ad ospitare delle persone, sporca e abbandonata. 

Dopo il video abbiamo raccolto la testimonianza diretta di uno di quei ragazzi trattenuti nel CPR. Una testimonianza sconvolgente che aggiunge sgomento e rabbia per quanto siamo costretti a constatare. Nel corso di una conversazione telefonica, B.H., ci parla di come vive e di come, per disperazione, sia arrivato ad implorare di essere rimpatriato piuttosto che continuare ad essere trattenuto in quell’inferno. 

«Sto dormendo da 13 giorni fuori, senza materassi, senza niente (…) Dormiamo all’aperto perché il posto è bruciato tutto (….) Sono tredici giorni che dormo fuori senza materasso e con una coperta che mi sono portato io».  

«La situazione è bruttissima … è brutta…. Sto male, ho anche chiesto di andare all’ospedale per fare visita ma non c’è niente (….) la mia salute è peggiorata (….) dormo fuori, troppo, troppo, troppo freddo»

«Il bagno non c’è (….) è tutto rovinato (….) non posso spiegarti avvocato (…) è bruttissimo»

È questa la testimonianza dall’interno del Centro di Caltanissetta. Una delle poche voci che siamo riusciti a raccogliere. Non sono infatti molti a parlare. Non tutti hanno la voglia e il coraggio di denunciare le condizioni in cui si trovano. Alcuni sono riservati e schivi, altri provano vergogna, come se fossero colpevoli per quella condizione in cui sono condannati a vivere. Altri non vogliono avere problemi e ripercussioni e, pertanto, preferiscono subire in silenzio ogni tipo di umiliazione. Quei pochi che riescono a vincere tutti questi timori aprono uno squarcio su una realtà indecente, inaccettabile, una vera vergogna. 

Una condizione che da anni si va perpetrando nel nostro bel Paese, conosciuta da istituzioni, soggetti politici, associazioni, media, ma a lungo ignorata. Certo, gli scandali del CPR di Milano e di Palazzo San Gervasio (PZ) hanno destato un po’ di attenzione e hanno riacceso una debole luce su questa realtà, peccato che è ancora troppo poco. 

Uno Stato di diritto che garantisce e tutela i diritti della persona a livello costituzionale come diritti fondamentali non può accettare che la vergogna dei CPR continui ad esistere. I CPR sono infatti luoghi contro il diritto, nei quali si distrugge la dignità delle persone e si compiono brutalità ai danni di esseri umani. Non ci sono mezze misure, i CPR devono essere chiusi perché generano sofferenze inaudite. Il caso del giovane ragazzo guineano che si è tolto la vita nel CPR di Ponte Galeria a Roma è solamente la punta dell’iceberg di una situazione nascosta sotto i silenzi della politica e delle istituzioni. Una situazione di grave disagio, di sofferenza, di dolore, di violenza a cui sono sottoposti i detenuti senza condanna, gli ospiti non graditi dello Stato italiano. 

Le condizioni di vita all’interno dei Cpr italiani sono quelle emerse dalla testimonianza di B.H. e mostrate nel video pubblicato da Melting Pot. Non esistono grandi differenze tra i diversi Centri, tutti infatti sono accomunati dal fatto di essere pensati per privare della libertà gli ospiti indesiderati, tutti sono pensati come prigioni in cui rinchiudere persone che non devono scontare alcuna pena, tutti sono accomunati da pesanti restrizioni della possibilità di relazionarsi con il mondo esterno. Sono blocchi di cemento con all’interno gabbie che devono trattenere persone che non devono entrare in contatto con il mondo esterno, occorre tenerle celate a tutti. Così, in questi luoghi sospesi, fuori dal tempo e dallo spazio, oltre alla privazione della libertà personale, si consumano quotidianamente violenze fisiche e psicologiche ai danni di persone colpevoli di non essere italiani. 

È difficile fa emergere la gravità della situazione se non si è mai entrati in una struttura di questo tipo. È difficile comprendere certi sottili meccanismi e certe astuzie che permettono la mortificazione continua dei malcapitati. Il divieto di accesso a queste strutture, poi, rende tutto più difficile per chi vorrebbe far capire la brutalità del sistema. Eppure è un dovere continuare a dare testimonianza di quanto accade per dare forza alla voce di chi è oppresso. 

Avv. Arturo Raffaele Covella

Foro di Potenza.
Sono impegnato da anni nell’ambito della tematica del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione alla protezione internazionale e alla tutela dei lavoratori stranieri. Collaboro con diverse associazioni locali che si occupano di migrazioni. Scrivo per diverse riviste.