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Pakistan – Status di rifugiato per motivi religiosi: il richiedente è accusato di apostasia e rischierebbe la vita

Tribunale di Roma, decreto del 22 dicembre 2023

Il Tribunale di Roma riconosce lo status di rifugiato a cittadino pakistano discriminato per motivi religiosi. A seguito di impugnazione avverso il diniego della Commissione Territoriale il Collegio ha, difatti, ritenuto non corrette le valutazioni dell’organo di prime cure sostenendo che “la valutazione delle dichiarazioni del richiedente asilo non deve essere rivolta ad una capillare ricerca di eventuali contraddizioni – atomisticamente esaminate – insite nella narrazione della sua personale situazione, dovendosi piuttosto effettuare una disamina complessiva della vicenda persecutoria narrata” (Cass. Sez. 1, n. 7546/2020; Cass. Sez. 1, n. 7599/2020). Inoltre, è noto che, rispetto ai dubbi che residuano su alcuni dettagli della narrazione, trova applicazione il principio del beneficio del dubbio ex art. 3 del D.lgs. n. 251 del 2007. Tanto premesso, contrariamente a quanto ritenuto dalla Commissione Territoriale, il Collegio considera complessivamente credibili le dichiarazioni rese da […], in base ai criteri di cui al citato art. 3 del d.lgs. n. 251 del 2007. Ciò posto, ritiene che nel caso di specie sussistano i presupposti per il riconoscimento in suo favore dello status di rifugiato per motivi religiosi, in ragione del profilo individuale di musulmano considerato apostata che emerge dalla narrazione, tenuto conto delle informazioni sul Paese d’origine consultate”.

A suffragare tale decisione vi è, difatti, il richiamo a numerose fonti COI che asseriscono l’assenza di protezione da parte dello Stato pakistano in caso di persecuzione per motivi religiosi, rapportandoli alla situazione soggettiva del ricorrente ed ai casi nei quali lo stesso era stato discriminato: imposizione di matrimonio forzato con donna musulmana da parte del genitore, stigma sociale nell’indossare il crocifisso in pubblico, etc. La Corte difatti sostiene: “Il racconto fornito dal ricorrente rispetto alle accuse di infedeltà mosse nei suoi confronti per aver indossato una collana con il crocifisso, e rispetto alle minacce e aggressioni subite di conseguenza, risulta coerente e privo di contraddizioni e trova pieno riscontro nelle informazioni sul Paese d’origine consultate, che testimoniano il rischio cui incorrono i soggetti musulmani considerati apostati (ossia coloro che rinnegano il proprio credo religioso o si convertono ad altra religione) in Pakistan. Le COI danno atto che l’apostasia può essere considerata come una forma di blasfemia e, in quanto tale, può essere punibile con la pena di morte: Il Codice penale non criminalizza esplicitamente l’apostasia, ma la rinuncia all’Islam è ampiamente considerata dai religiosi come una forma di blasfemia, che può comportare la pena di morte”.

Dopo quindi avere richiamato molteplici COI in merito all’apostasia, intesa come blasfemia e quindi forma di rinuncia all’Islam che può essere causa anche di condanna alla pena di morte, il Tribunale: “tenuto conto della credibilità del profilo individuale specifico emerso in capo al ricorrente – di musulmano costretto ad espatriare perché considerato apostata e già destinatario di minacce e aggressioni connesse ad accuse di infedeltà all’Islam – il Collegio ritiene che il ricorrente , se rimpatriato, correrebbe il rischio concreto di subire atti persecutori per motivi religiosi e di non poter godere di una effettiva e concreta protezione da parte delle autorità statali” riconosceva al ricorrente lo status di rifugiato “ai sensi dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 28/7/1951, ratificata dall’Italia con l. n.722/54 nonché degli artt. 7 e 8 del D.lgs 251/07”.

Si ringrazia l’avv. Armando Maria De Nicola per la segnalazione e il commento. Ha collaborato alla redazione del ricorso l’avv. Silvia Tripiciano.


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