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Svolta nel processo a Iuventa, è la stessa accusa a chiedere il non luogo a procedere

Intervista all'equipaggio: «Il vero crimine è lasciar morire le persone ai confini europei»

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In questi giorni a Trapani si svolge la fase conclusiva delle udienze preliminari del “processo Iuventa”, che vede coinvolti 21 imputati delle ONG Jugend Rettet, Save the Children e Medici Senza Frontiere.

Mercoledì 28 febbraio l’accusa ha presentato la memoria conclusiva delle udienze preliminari più lunghe della storia, riconoscendo la mancanza di credibilità dei principali testimoni e l’assenza di prove a dimostrazione di un illecito da parte degli imputati. Un’ammissione che però, arriva a 7 anni dall’avvio del procedimento penale e che si basa sulla stessa documentazione presentata dalla difesa in una mozione nel lontano 2019, con la quale chiedeva, infatti, l’archiviazione del processo.

Costato oltre 3 milioni di euro, il processo ha visto, in piena violazione del diritto nazionale, l’intercettazione di giornalisti, avvocati, diplomatici, nonché l’impiego di agenti infiltrati e dispositivi di spionaggio sulle navi di alcune ONG impegnate nelle operazioni di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, ormai stabilmente la rotta migratoria più mortale al mondo. 

È a partire dal 2017, con l’introduzione del codice di condotta dell’allora ministro degli interni Marco Minniti, che è iniziata la campagna di criminalizzazione della solidarietà in mare e in questo contesto il caso Iuventa è un simbolo del cambio di paradigma da parte delle autorità italiane ed europee. 

La nave è tutt’ora sotto sequestro a Trapani e il suo equipaggio, costituitosi come “Iuventa Crew”, ha deciso di autorganizzarsi per affrontare la fase processuale e dare visibilità alle sistematiche ingiustizie e violazioni di diritti fondamentali messi in atto contro le persone che migrano verso le coste europee e contro chi si attiva per portare solidarietà. 

Abbiamo intervistato Dariush Beigui, Sascha Girke e Kathrin Schmidt, tre dei quattro membri della Iuventa che stanno affrontando il processo a Trapani.

Intervista a Kathrin Schmidt, Iuventa crew
Intervista a Dariush Beigui e Sascha Girke, Iuventa crew
Quando nasce Iuventa e perché?

Dariush: «La Iuventa è di un ONG che si chiama Jugend Rettet, fondata nel 2015. È nata da un gruppo di giovani che hanno pensato che non volevano stare solo a guardare quello che succedeva nel Mediterraneo Centrale. Volevano attivarsi».

Sascha: «All’inizio si trattava più che altro di una campagna. L’obiettivo era quello di essere riconosciuti e di costringere lo Stato a riprendere in mano la situazione e a lanciare un’altra missione come Mare Nostrum. Ma non è stato così. (…) Alla fine hanno preso una nave e hanno chiesto in giro di unirsi all’equipaggio. È per questo che noi due, ma anche altri, ci siamo uniti».

La Iuventa è un vecchio peschereccio degli anni ‘60 che grazie ad una campagna di crowdfunding lanciata da un gruppo di giovani berlinesi è stato ristrutturato e adibito a nave da ricerca e soccorso salpando per la sua prima operazione in mare nel luglio 2016. Oggi, a 7 anni dal suo sequestro e a causa dell’incuria dell’autorità portuale di Trapani, è in stato di abbandono e logoramento ed è quindi inutilizzabile.

Sascha: «Nella prima missione siamo riusciti a salvare più di mille persone. (…) Da lì, altre 15 missioni, per un totale di 16 missioni in un anno. Poi nell’agosto 2017 la nave è stata sequestrata, (…) ma i diversi equipaggi sono riusciti a salvare più di 14.000 vite in quel singolo anno».

A maggio 2017, le autorità italiane vi intimano di interrompere un’operazione di salvataggio e di rientrare in porto. Potete raccontarci di più su questo episodio?

Sascha: «Sì, eravamo impegnati in un’operazione di soccorso e c’erano diverse navi di altre ONG sul posto. Dopo un’intera giornata di soccorsi abbiamo chiesto di trasferire le persone che avevamo a bordo su un’altra nave, come si fa di solito, di modo che potessero essere portate in sicurezza e rapidamente verso un porto sicuro. Le autorità ce lo hanno negato. (…) Dopo ore di negoziazioni e grazie alla pressione delle altre ONG sul posto abbiamo potuto trasferire solo parte delle persone e quando siamo rimasti con sei minori a bordo l’MRCC di Roma [Centro di Coordinamento per il Soccorso in Mare, n.d.r.] ci ha ordinato di trasferirli al porto di Lampedusa».

Kathrin: «È stato un momento davvero difficile, perché avevamo chiare istruzioni da parte del Centro di Coordinamento di navigare verso Nord, lontano dai casi di distress. (…) In quella notte almeno cinque barche sono andate disperse, ovvero circa mille persone. (…) È solo ad agosto, quando abbiamo letto le carte del sequestro della nave, che abbiamo appreso che quello è stato il momento in cui sono state messe delle cimici sulla nave per intercettarci».

Dariush: «Invece di salvare vite, hanno allontanato una nave di soccorso, noi. Dimostrando che per loro era più importante investigare contro di noi piuttosto che la vita di mille persone. Non so se riesci ad immaginare come può essere stato, sentire le radio VHF delle altre navi. Sentirle per ore ed ore. (…) Era l’inferno laggiù, era del tutto fuori controllo e noi sentivamo tutto».

Perché questo accanimento contro le ONG che fanno ricerca e soccorso in mare? 

Un’inchiesta di The Intercept, pubblicata in italiano da Internazionale, aveva documentato come in quegli anni si stesse sperimentando una nuova strategia investigativa contro il traffico di esseri umani. A partire dal 2013, infatti, a guida della Direzione nazionale antimafia (Dna) italiana l’immigrazione irregolare in Europa veniva perseguita con gli stessi metodi usati contro la criminalità organizzata.

Sascha: «Si trattava principalmente di partire dai pesci piccoli e risalire la catena e trovare i pesci grossi. (…) Quindi il loro piano era di utilizzare il momento più vulnerabile, quando le persone sono appena uscite dal pericolo di vita, per fare domande su chi avesse guidato l’imbarcazione, chi avesse pagato, i nomi, la struttura (..) Così sono riusciti per anni ad ottenere moltissimi arresti, a individuare chi avesse rubato la barca, chi tenesse la bussola e identificando queste persone come parte della rete di trafficanti. Ma erano perfettamente consapevoli che queste erano persone in movimento e non trafficanti (…) E quando la flotta civile si è attivata e ha organizzato le proprie operazioni di soccorso, abbiamo in un certo senso disturbato questa modalità di azione poliziesca».

Perché è importante parlare del caso Iuventa e del processo di criminalizzazione delle ONG che operano nel Mar Mediterraneo?

Kathrin: «Se guardiamo al processo contro l’equipaggio della Iuventa, è evidente che non è mai stata una questione di giustizia. Se vogliamo trovare un crimine in questo contesto è piuttosto il fatto che le persone non solo vengono lasciate morire, ma vengono anche attivamente uccise ai confini europei. (…) In tutti questi anni abbiamo visto chiaramente che questo processo non solo è mosso da questioni politiche, ma non ha neanche rispettato gli standard minimi di un processo equo. E ciò considerando il grado di attenzione e, sì, di privilegio con cui stiamo andando incontro a questo procedimento (…) Posso solo immaginare come possa essere per chi ha risorse e strumenti più limitati per combattere per i propri diritti».

Sui recenti sviluppi del processo gli imputati hanno rilasciato delle dichiarazioni raccolte nel loro comunicato stampa.

Dariush: «Mi sento sollevato e triste allo stesso tempo. Se la Procura avesse esaminato le prove fin dall’inizio, non sarebbe mai stata autorizzata a sequestrare la Iuventa e ci sarebbero stati risparmiati 7 anni di stress. Un occhio piange, l’altro ride».

Sascha: «La Iuventa non avrebbe mai dovuto essere confiscata e le persone non sarebbero dovute essere lasciate a morire».

Kathrin: «Quello di oggi è stato un passo importante verso la de-criminalizzazione del soccorso in mare. Tuttavia, dobbiamo essere chiari sul fatto che, a differenza del processo Iuventa, la lotta per la libertà di movimento non si sta nemmeno lontanamente concludendo. Le persone in movimento continuano ad affrontare una repressione sistematica e incarcerazioni di massa. Nessuno sarà libero finché tutti saranno liberi!».

Le persone non dovrebbero intraprendere viaggi costosi e pericolosi per migrare, ci sono costrette per mancanza di vie di accesso sicure e legali. Non spetta alle ONG soccorrerle in mare, ma sono costrette a coprire un vuoto, causato dalla mancanza di intervento delle autorità europee. Quelle stesse autorità che poi le perseguitano in sede giudiziaria.

Spetta al Giudice ora pronunciarsi nel merito e decidere se far crollare le accuse a loro carico o continuare questo interminabile processo farsa, che più che la “legittima” prosecuzione di un crimine si configura come una vera e propria persecuzione politica. 

Nicoletta Alessio

Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche Sociali e Internazionali all'Università di Bologna, mi sono laureata nel corso magistrale in Migrazioni Inter-Mediterranee delle Università Ca' Foscari di Venezia e Paul Valéry di Montpellier. Mi interesso di politiche migratorie ed etnografia dei confini e ho approfondito con due esperienze di ricerca sul campo la cooperazione italiana con Tunisia e Algeria in tema di espulsioni.