Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
/

La Corte di Ragusa sospende il fermo amministrativo della Sea-Watch 5

«Nuovo colpo alla legge Piantedosi»

PH: Maria Giulia Trombini

«Mentre la Sea-Watch 5 è rimasta bloccata per venti giorni nel porto di Siracusa, nel Mediterraneo Centrale – stando ai dati IOM – sono scomparse 145 persone. Solo nell’ultima settimana due neonati risultano dispersi a seguito dei naufragi al largo di Lampedusa. Di fronte a questa continua strage, invece di riempire il mare di navi di soccorso, il Governo italiano sceglie di bloccarle in porto. Chi pagherà per queste morti?».

Così l’organizzazione umanitaria che si dedica alla ricerca e al soccorso nel Mediterraneo centrale conclude il comunicato stampa a seguito dell’udienza del 27 marzo presso il Tribunale di Ragusa in cui, non riconoscendo nessun illecito, è stato sospeso il fermo amministrativo della nave avvenuto lo scorso 8 marzo dopo il salvataggio di 56 persone in difficoltà in mare in acque internazionali.

Un soccorso che fu drammatico: un’imbarcazione in legno sovraffollata in balia delle onde; sottocoperta 4 persone prive di sensi, che verranno portate sulla terraferma solo dopo 9 ore; un 17enne a bordo della Sea-Watch 5 che ebbe un arresto cardiaco e venne inizialmente rianimato, ma che poi morirà. Intanto Italia, Malta e Tunisia si erano rimpallate la responsabilità dell’evacuazione medica. Alla nave venne infine assegnato il porto di Ravenna, a 1.500 chilometri di distanza dalla zona dell’evento SAR, e solo dopo forti pressioni politiche e mediatiche ricevette l’autorizzazione di approdare a Pozzallo.

Ma tutto questo non basta. Dopo lo sbarco delle 51 persone soccorse e del corpo del ragazzo, le autorità italiane trattennero la Sea-Watch 5, la nave avrebbe disatteso le indicazioni della motovedetta Fezzan della cosiddetta guardia costiera libica.

«Sea-Watch 5 è stata fermata per 20 giorni con motivazioni false. Le autorità usano ogni pretesto per toglierci di mezzo», denunciava l’ONG subito dopo il fermo amministrativo. «La Sea-Watch 5 non ha altresì disobbedito alle istruzioni della cosiddetta Guardia Costiera libica, piuttosto la nave libica Fezzan non ha ripetutamente risposto al contatto radio mentre portava a bordo decine di persone che erano a bordo di un’altra barca per respingerle illegalmente in Libia. Inoltre disobbedire alla cosiddetta Guardia Costiera libica non sarebbe motivo di sanzioni».

«Solo a metà febbraio la Corte di Cassazione italiana ha confermato che i cosiddetti pushback in Libia sono illegali secondo il diritto internazionale. Gli esperti delle Nazioni Unite parlano del coinvolgimento delle autorità libiche in crimini contro l’umanità contro le persone in movimento».

«La decisione della Corte di Ragusa» – commenta ora Sea-Watch – «mostra nuovamente l’inesistenza delle accuse che vengono di volta in volta rivolte alle navi ONG con l’unico scopo di bloccarle in porto. Il provvedimento va a sommarsi a quelli analoghi adottati dalle corti di Brindisi rispetto alla nave Ocean Viking e di Crotone rispetto alla nave Humanity 1».

«Il Giudice ha preso in analisi le prove presentate da Sea-Watch concentrandosi sull’accusa mossa dalle autorità italiane secondo cui la nave avrebbe disatteso le indicazioni della motovedetta Fezzan della cosiddetta guardia costiera libica. A sostegno di questa accusa, l’Avvocatura di Stato ha sostenuto di avere ricevuto prove documentali da parte di Frontex. Tali prove, tuttavia, non sono state presentate alla Corte da parte dell’Avvocatura lasciando le accuse prive di alcun fondamento.

Secondo quanto ricostruito dal Giudice in questa fase preliminare del procedimento, la Sea-Watch 5 non può quindi essere accusata di avere ignorato le indicazioni ricevute. La presenza della nave, viene inoltre riconosciuto, non ha creato situazioni di pericolo.

La legge Piantedosi che, in violazioni a norme ed obblighi imposti dal diritto internazionale, criminalizza l’operato delle navi delle organizzazioni non governative con accuse strumentali, sta venendo pian piano demolita dalla magistratura. Ma mentre i giudici italiani sono costretti a riparare, di provvedimento in provvedimento, i danni creati da questa legge, le navi rimangono bloccate in porto e in mare si continua a morire».

Redazione

L'archivio di tutti i contenuti prodotti dalla redazione del Progetto Melting Pot Europa.