Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
PH: Anabel Rojas, La Verdad
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“A ellos no les vamos a abrir…” (II parte)

La verità sull'incendio nel centro di detenzione di Ciudad Juárez in un'inchiesta giornalistica indipendente

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Dopo aver analizzato il contesto in cui avviene la strage del 27 marzo del 2023 nel centro di detenzione di Ciudad Juárez questa la seconda parte si focalizza sull’inchiesta transazionale condotta da La Verdad di Ciudad Juárez 1, Lighthouse Reports 2 e El Paso Matters 3, sulla ricostruzione di quella notte e sulla richiesta di verità e giustizia dei 27 sopravvissuti e dei familiari delle 40 persone morte soffocate nell’incendio.
“Il fumo non copre l’ingiustizia”, denunciano, a un anno dalla strage.

Per far luce sull’incendio di Juárez, hanno raccolto le testimonianze di 8 sopravvissuti, intervistato personale dei corpi di emergenza, hanno letto ed analizzato i fascicoli dell’inchiesta, preso visione ed analizzato minuziosamente 16 ore di riprese di 15 telecamere fisse (dentro e fuori il centro di detenzione) e le testimonianze prodotte nelle udienze dell’istruttoria penale in corso contro 11 accusati. Hanno anche elaborato un modello in 3D dei locali dell’INM (Instituto Nacional de Migración), che ricostruisce l’accaduto in base alle informazioni raccolte e ne consente una migliore comprensione. Non hanno potuto chiedere precisazioni e chiarimenti all’INM, che non ha concesso interviste, né raccogliere la testimonianza delle persone detenute. Hanno invece intervistato alcune/i dipendenti dell’Istituto, che hanno chiesto l’anonimato.

I principali prodotti divulgativi della ricerca sono un video di 17 minuti, «Fumo e menzogne. La verità sull’incendio di Ciudad Juárez» e un articolo di Rocío Gallegos, Blanca Carmona y Gabriela Minjares «A loro non apriremo. Cosa è successo la notte dell’incendio nel centro per migranti a Città Juárez?» 4

Le proteste ed il fuoco

Sin dalla mattina mancava acqua, le condizioni della cella erano inumane, senza ventilazione e con sbarre dovunque, i bagni in condizioni igieniche deplorevoli. Due retate arbitrarie decise dal sindaco, in violazione dei diritti delle persone migranti, che hanno suscitato accuse di razzismo e xenofobia, hanno riempito il centro di detenzione nella mattinata del 27 marzo, con l’arrivo di varie decine di persone che si aggiungevano alle decine già presenti. All’arrivo del pranzo, che non bastava per tutti, le proteste salivano di tono. La tensione è alta fin quando il gruppo arrivato la mattina viene portato altrove in vari autobus e la situazione si tranquillizza. Ma nel pomeriggio c’è una seconda retata, e arrivano altri 12 persone, molto agguerrite.

Si sa che le persone trattenute protestavano anche per l’arbitrarietà delle detenzioni e le minacce di deportazione. Le riprese confermano varie testimonianze, sia di sopravvissuti che di personale dell’INM, secondo cui gli agenti non cercavano di placare gli animi, ma piuttosto provocavano ed insultavano i migranti rinchiusi. Per esempio, alcuni dei detenuti minacciavano che, se non li avrebbero lasciati uscire, avrebbero appiccato un incendio, e un agente, come ricorda il sopravvissuto salvadoregno Bryan F.Q, rispondeva con tono di sfida e di burla: «Da mo’ che dovevi farlo, che aspetti? Avete aspettato molto a farlo».

Oppure, come ricorda Stefan Arango, li insultavano: «Che muoiano!», «Che fate in questo paese, levatevi dai piedi, sloggiate da questo paese, qui non siete benvenuti».

Il personale, poi, era anche distratto da una piccola celebrazione per il compleanno della agente Gloria Liliana R. G.. Dopo il nulla di fatto delle trattative con il personale ed i toni accesi della discussione, nei filmati si vede che i materassini di gommapiuma vengono appoggiati alle inferriate, a formare una barriera.

Alle ore 21:28 appaiono sullo schermo le prime lingue di fuoco e, nonostante crescano e si espandano velocemente, mentre un fumo spesso invade i locali, non si attiva alcun protocollo di emergenza. Eppure l’INM ha un piano di contingenza che prevede un allarme sonoro, la chiamata al 911 (numero per le emergenze) e l’evacuazione immediata totale.

Fuori dalla cella

Poi si sente un dialogo, e la donna dice «E tutto questo perché manca l’acqua eh!” e un altro agente dell’INM risponde “Si, da stamattina ve l’ho detto».

Nel frattempo, si vede un agente che cerca di aprire, con delle chiavi, la porta di legno che da sul parcheggio, ma non riesce ad aprirla. Allora va alla ricerca degli estintori, passa accanto ad uno che è per terra dietro un mobile, ma non lo vede, ed entra a cercarli negli uffici. Perde del tempo vitale, torna verso la cella, ne ha trovato uno però ormai è troppo tardi, l’estintore si svuota senza aver avuto la meglio sulle fiamme, che continuano a crescere 5.

Nei filmati si vedono chiaramente gli agenti spostarsi da un locale all’altro in modo disorganizzato, concitato. Alcuni cercano gli estintori, la risposta è che NON CI SONO. L’agente Gloria Liliana R.G., al momento responsabile del centro, ne indica uno e dice: «Vediamo, vediamo se questo funziona… Già sta andando tutto a fuoco… per favore… abbiamo bisogno degli estintori, dottore, perché hanno dato fuoco a molti materassini. Però non ci sono estintori…».

L’agente Gloria Liliana R.G., va avanti e indietro parlando al cellulare, si presume con un superiore, che forse le sta dicendo di non aprire la cella. Sembra non sapere bene cosa fare, si lamenta perché gli estintori non ci sono. Eppure, quando una voce maschile dice «Bisogna aprire quella porta là», la voce femminile, sicuramente la sua, gli risponde: «No, non gli apriremo… a loro non apriremo, già gliel’ho detto al tipo».

Gli agenti aprono invece le porte della cella delle donne, già raggiunta da un fumo acre e tossico, giusto in tempo per uscire e mettersi in salvo. L’evacuazione si porta a termine senza alcuna complicazione, come avrebbe dovuto succedere con gli uomini, se avessero aperto anche la loro cella.

Le fiamme sono alte e il fumo ormai insopportabile, letale. Come dice un sopravvissuto «Il personale del centro si avvia verso l’uscita, uno di loro augura buona fortuna» (dice: suerte, güey…) ad un detenuto che ancora lo supplica di aprire l’inferriata. L’agente non si rendeva conto dell’assurdo di questo augurio? E del crimine di cui si stava rendendo complice?

Dentro la cella

Mano a mano che il fuoco aumenta, i detenuti gridano, chiedono aiuto. La testimonianza di Brayan, che arriva dal Salvador, narra l’angoscia crescente sua e dei suoi compagni:
«Comincio a correre verso un angoletto, saltavo, gridavo, ‘aiuto! Aprite la porta!’ Ma non ho visto nessun agente di Migración cercare almeno di aprire la porta, ci hanno lasciato lì rinchiusi, come fossimo criminali».
Allora si rifugiano nel bagno, una cinquantina di uomini vi si assiepano cercando la salvezza sotto la doccia.

Il morto è vivo!!!

Le testimonianze raccolte spiegano che di acqua non ce n’era, nella doccia, ce n’era solo in un secchio, e con quella si sono difesi un po’ dal fumo.
«Un sacco di persone – continua Stefan – eravamo intorno alle 50 persone, siamo tutti entrati in bagno, eravamo moltissimi, ci respiravamo in faccia, gridavamo, mentre fumo e fiamme si avvicinavano sempre di più».

Quasi tutti persero i sensi. Stefan Arango, dato per morto, si risvegliò steso sul pavimento del parcheggio, dentro una sacca termica, ma vivo. Alzò il braccio e un soccorritore si rese conto che era nel posto sbagliato, e si trattava di una buona notizia, allora gridò: «Un morto è vivo!».

Le chiavi della morte

I mazzi di chiavi sotto inchiesta sono due: quello della cella degli uomini, il più importante, e quello della porta che da sul parcheggio, una porta di legno dietro la quale c’è un’inferriata.

La “questione chiavi” è di fondamentale importanza, perché la “giustificazione” dell’ingiustificabile è stata che le chiavi non si trovavano, perché il responsabile, uscito per un trasferimento di persone, le aveva portate con sé. Questa versione è stata cinicamente sbandierata ai quattro venti, ed anche il Presidente della repubblica, Andrés Manuel López Obrador, l’ha sostenuta nella conferenza stampa mattutina dell’11 aprile, due settimane dopo la strage.

Invece lo studio attento dei video ha rivelato che le chiavi non sono mai uscite dai locali dell’INM, nessuna delle due. Citiamo il reportage:
«Pochi minuti prima dell’incendio si vede la guardia privata quando chiude la porta di legno che apre verso l’esterno e immediatamente dopo la consegna all’agente di migrazione responsabile che si trova nell’ufficio amministrativo. La chiave è stata vista per l’ultima volta sulla scrivania della funzionaria finché il fumo ha oscurato le telecamere».

La chiave della cella degli uomini è stata vista per l’ultima volta, addirittura, subito prima dell’incendio, quando una guardia privata la consegna ad un agente, che se la mette in tasca. Movimenti che si vedono con assoluta chiarezza nei filmati e nel modello in 3D, dove i dettagli delle chiavi vengono ingranditi. Inoltre, vedremo che le dichiarazioni dei primi soccorritori arrivati sul posto, i pompieri, confermano le conclusioni della ricerca sulla reperibilità delle chiavi all’interno dell’immobile.

E alla fine… arrivarono i soccorsi!

I primi pompieri arrivano alle 21:42, quattordici minuti dopo lo scoppio dell’incendio. Per raggiungere la cella degli uomini impiegheranno altri 13 minuti, per la difficoltà di muoversi e di orientarsi a causa del fumo che soffocava ed accecava. Nei video si vede chiaramente che il fumo è molto scuro e il buio completo, infatti l’immagine è completamente nera, attraversata dalla luce delle pile.

Prima si trovano di fronte alle due porte che danno sul parcheggio e poi, all’interno dell’immobile, davanti alla cella degli uomini con l’inferriata chiusa da un lucchetto. Nella cella scoprono anche un’altra porta, quella “d’emergenza”, ma è chiusa, addirittura saldata. Poi i pompieri scopriranno che il locale era dotato di una terza porta, che però era stata murata. Per favorire l’uscita del fumo aprono un varco nella parete opposta alla porta principale. Poi, quando già avevano forzato l’inferriata e, perciò, non c’era più bisogno delle chiavi, queste sono ricomparse nelle mani di un agente, che le ha date ad un pompiere, che le ha portate ai colleghi impegnati ad aprire l’inferriata.

Perché, se le chiavi erano nei locali dell’INM, non sono ricomparse prima, evitando tanta perdita di tempo prezioso? Chi ha voluto che le chiavi non si trovassero? E che 67 uomini rimanessero rinchiusi in una trappola mortale?

Riflettori sul “Centro” del disprezzo

Oltre a mettere a nudo le due menzogne: che le chiavi non erano sul posto e che gli agenti avevano tentato di aprire la porta della cella, un altro risultato importante della ricerca è di aver messo in evidenza irregolarità, abusi ed omissioni gravi di lunga data, fattori determinanti per gli esiti letali dell’”incidente”. In altre parole, il rogo ha rivelato la criminale inadeguatezza dei locali dell’INM sia per il disegno e le caratteristiche strutturali, che per l’organizzazione degli spazi e per la gestione carceraria.

Il centro di detenzione operava da 28 anni, dal 1995. Irregolarità, abusi ed omissioni erano già state documentate e denunciate in precedenza, ma colpisce il disordine e la trascuratezza con cui si conservava la documentazione corrispondente e l’indifferenza verso i suoi contenuti.

Capienza. Nel 2019 il centro registrava una capacità di dare alloggio a 60 persone che, secondo dichiarazioni ufficiali del 2022, era aumentata a 110 posti, 85 per uomini e 25 per donne. La realtà è invece ben diversa: la stazione disponeva di 6 letti a castello, quindi di 12 posti letto, meno della metà di quanto dichiarato, nella cella delle donne. La cella degli uomini, invece, disponeva solo di materassini di gommapiuma che la sera si posavano sul pavimento finché spazio c’era e infatti, nelle immagini precedenti l’incendio, si vede che coprivano quasi tutta la superficie del locale.

Infrastruttura. Il report di una valutazione realizzata su mandato dell’INM nel 2013 segnalava che i “dormitori” erano vere e proprie celle gestite in regime carcerario, con inferriate e porte permanentemente chiuse a chiave, il che era considerato una grave minaccia per la vita dei migranti. Esisteva una porta d’emergenza, ma era chiusa con un lucchetto, e le finestre avevano aperture di circa 40 cm per 40 cm, collocate molto in alto e non c’era modo di aprirle.

Misure anti incendio. L’immobile disponeva solo di 5 estintori, nessuno dei quali si trovava nella cella degli uomini o nelle vicinanze. Tre si trovavano fuori posto, cioè non erano negli spazi a loro assegnati e segnalati da cartelli, ed erano difficilmente raggiungibili in quanto l’accesso era ostruito da zaini, faldoni, archivi. In alcuni documenti dell’INM che si riferiscono agli estintori, le quantità indicate non coincidono, dimostrando disordine, trascuratezza e mancanza di controllo. Al momento dell’incendio, comunque, sicuramente erano 5 e, come accennato più sopra, solo uno funzionava e si vuotò velocemente. Durante il rogo la Guardia Nazionale in servizio sul ponte Paso del Norte e privati cittadini accorsero con alcuni estintori, ma era ormai troppo tardi. Quanto ai rilevatori di fumo, i pochi presenti nell’immobile (7) o non avevano le pile o le avevano scariche, oppure semplicemente non funzionavano.

Verità, giustizia, riparazione del danno e non ripetizione

Fare un bilancio dell’anno trascorso dalla strage di Juárez, significa porsi le questioni di fondo: verità, giustizia, riparazione del danno e non ripetizione, e si deve riconoscere che, su questi temi la polemica è stata assai accesa sin dai giorni immediatamente successivi al rogo.

Non è vero che il Messico aiuta i migranti. Al contrario. Il muro non è quello che sta al confine con gli Stati Uniti, il muro è il Messico

Brayan.

Sopravvissuti e famiglie delle vittime accusano il governo messicano, le sue politiche migratorie e la cultura xenofoba e razzista che caratterizza le istituzioni ed il suo personale abbracciando la posizione che «Non è stato l’incendio, è stato lo Stato». Più in generale, le contraddizioni tra la realtà “del governo” e quella delle vittime e le organizzazioni che le accompagnano, sono stridenti.

Il lento, tortuoso ed incerto cammino di “verità e giustizia”

A un anno dalla strage, il processo non è iniziato, è ancora nei tempi lunghi della fase istruttoria.

Gli accusati sono 11, di cui 8 agenti e funzionari delll’INM: tre dirigenti, il commissario nazionale Francisco Garduño, il delegato nello stato di Chihuahua e il vicedirettore per il nordovest; le due persone che il giorno del rogo avevano la responsabilità del centro, l’agente donna, Gloria Liliana R. G., molto presente nei filmati ed un suo collega che al momento della tragedia era fuori dal centro per il trasferimento di due ragazzi minori di 18 anni; due funzionari di alto livello, il responsabile del dipartimento dell’approvvigionamento e dei Servizi Generali ed il coordinatore del Grupo Beta de Apoyo a Migrantes; e un altro agente. Inoltre sono sotto accusa e incarcerati una guardia dell’impresa privata di vigilanza e due persone migranti venezuelane, Jaison D. C.R. e Carlos Eduardo C.R..

Particolarmente controverso è il caso del Commissario Nazionale che, accusato per le omissioni che hanno provocato l’incendio ed i suoi esiti letali, ma non per omicidio e lesioni, affronta il processo a piede libero. È motivo di profonda indignazione anche il fatto che Garduño non sia stato sollevato dall’incarico, bensì continua a dirigere l’INM, creando una situazione di sfacciato conflitto di interessi.

Inoltre le accuse sono tali da permettere scappatoie legali che potrebbero svincolarlo dal processo, nella più totale impunità. Il commissario non ha perso tempo: già a settembre del 2023, infatti, ha presentato una proposta che è un insulto alle vittime dirette ed indirette e a chiunque creda nella dignità umana: una “soluzione alternativa”, con la quale proponeva di pagare un risarcimento di 468.000 pesos messicani, per coprire parzialmente i danni materiali ai locali dell’istituto, in cambio della chiusura del procedimento penale contro di lui 6.

Questa volta però, data l’opposizione delle parti in causa – del Pubblico Ministero e dei rappresentanti legali delle vittime – il giudice ha rigettato la proposta. Garduño si è giustificato per aver escluso le vittime dall’eventuale negoziato, dicendo che la sua imputazione non è per omicidio e lesioni, e che pertanto la riparazione alle persone è obbligo del governo federale.

Di fronte a questa parzialità, che priva di credibilità l’azione del governo, risulta ancor più paradossale e deplorevole l’accusa e la detenzione dei due migranti venezuelani, loro stessi vittime di questo crimine di stato così come il fatto che l’accusa a uno dei due, Jaison, includa varie aggravanti, identificandolo come la persona che ha svolto il ruolo più attivo.

Rispetto alla vicenda del Commissario Nazionale, il Centro Diritti Umani Integrali in Azione, (DHIA – (Derechos Humanos Integrales en Acción, A.C.), si è espresso così:
«Come abbiamo detto a Francisco Garduño ed ai suoi avvocati, qualunque piano di riparazione doveva comprendere le vittime morte e ferite. Il bene giuridico da tutelare non era solo un immobile, ma piuttosto la vita ed integrità delle persone detenute nel centro dell’INM di Ciudad Juárez».

Altro caso scandaloso è quello dell’ex coordinatore di Controllo e Verifica Migratoria, Antonio Molina Díaz che, con accuse simili a quelle di Garduño, affrontava il processo a piede libero, e ne ha approfittato per darsi alla latitanza 7. Per entrambi i casi la società civile accusa la Procura Generale della Repubblica (FGR) e il Potere Giudiziario della Federazione (PJF) di garantire l’impunità dei due alti dirigenti dell’INM.

Infine, nell’ambito di una guerra sporca costante la difesa di Garduño ha affermato che le organizzazioni che rappresentano le vittime pretendevano una percentuale dell’eventuale risarcimento il che, afferma il Centro DHIA, è assolutamente FALSO.

L’inconcepibile riparazione del danno

«Né la Commissione Esecutiva di Appoggio alle Vittime, CEAV, né Migrazione, non ci hanno aiutato per niente». È quanto denuncia Esteban Arango, uno dei sopravvissuti più attivi.
«Mi hanno portato a Città del Messico in un aereo ambulanza, nell’Istituto Nazionale per le Malattie Respiratorie (INER per le iniziali in spagnolo), dove sono rimasto per 22 giorni intubato ed incosciente e dove mi hanno curato molto bene.
[Ma, a partire da lì,] chi ci ha aiutato sono le ONGs come la Fondazione per la Giustizia, Aiuto al migrante, che è venezuelana, Diritti Umani Integrali in Azione (DHIA), Istituto per le donne nella migrazione (IMUMI), mentre Il governo messicano nemmeno ci ha fatto una telefonata per sapere come stavamo».

Sentimenti condivisi dagli altri sopravvissuti e dalle famiglie che hanno perso una persona cara, che sono state ri-vittimizzate dalle false promesse e dalla mancanza di cure da parte delle istituzioni. Molti dei sopravvissuti hanno subito dei danni irreversibili: José (nome fittizio) è stato intubato per 25 giorni ed è rimasto in ospedale per due mesi, ha perso la mano destra e la sinistra ha i segni delle bruciature, i polmoni e i reni sono danneggiati, al minimo sforzo si sente spossato. Si trova attualmente negli Stati Uniti ma non trova lavoro, e fino ad ora non ha ricevuto nessuna proposta di risarcimento da parte del governo messicano.
«Io potevo fare qualunque cosa – riflette José – lavoravo sodo per mantenere la famiglia. Mi guardavo allo specchio ed ero completo, invece adesso mi manca la mano, ho il viso bruciato, il 70% della fronte, e l’autostima sotto terra».

Il Commissario Nazionale dell’INM, Francisco Garduño, si è vantato di aver iniziato a indennizzare le famiglie delle persone morte nell’incendio. Ma Delmis, vedova di Alis Dagoberto Santos, non ha ricevuto indennizzo alcuno, e non è tutto. Anche la CEAV (Comisión Ejecutiva de Atención a Víctimas), dopo averle promesso il rimborso di tutte le spese, non le ha dato nulla e, alla fine, la funzionaria che la seguiva ha bloccato il suo numero di telefono. Il colmo è che dopo il rogo, trovandosi a Tapachula con i suoi tre figli, una nuora e due nipoti, Delmis ha chiesto un visto umanitario che le è stato negato. E pensare che Garduño si era vantato anche dei visti umanitari rilasciati ai familiari delle vittime! 8 Attualmente Delmis e la sua famiglia sono negli Stati Uniti, ospiti della cognata, che l’ha sempre appoggiata.

Quanto ai sopravvissuti, come José, Esteban y Bayron, molti hanno seri problemi respiratori, bruciature che in alcuni casi hanno compromesso la mobilità di un arto, hanno subito delle amputazioni, tutti sono passati per dei periodi di forte depressione. E nessuno di loro è stato nemmeno contattato per parlare del risarcimento a cui hanno diritto.

22 dei 27 sopravvissuti sono entrati negli Stati Uniti, alcuni con la famiglia, negli ultimi mesi del 2023, ma non ricevono nessun appoggio da parte del governo, hanno difficoltà a pagare le cure indispensabili, sono senza permesso di lavoro, mantenuti da qualche familiare e, con il “parole humanitario” ed un processo migratorio in corso, non hanno certezze rispetto al loro futuro negli Stati Uniti.
Quanto alle 15 donne sopravvissute, nessuna di loro è stata riconosciuta come vittima.

È vero, il governo del Messico, sotto i riflettori della stampa nazionale ed internazionale, ha assunto l’onere dei primi soccorsi, ha rilasciato un visto umanitario ad alcuni/e familiari – non ha tutti/e! – ne ha iscritte/i alcune/i nel registro delle vittime della CEAV – non le 15 donne – ed ha finanziato un periodo di permanenza nel paese per assistenza ai feriti o per recuperare e rimpatriare i resti mortali. Ma, conclusa la prima fase dell’emergenza e spenti i riflettori, vittime e famiglie sono state abbandonate alla loro sorte. E l’accompagnamento psicologico, medico e legale, sia in Messico che negli Stati Uniti, lo hanno garantito solo le organizzazioni della società civile.

La guerra sporca

Bisogna ancora segnalare (oltre all’impunità di Garduño e di Molina Díaz), che l’INM ha intimidito i sopravvissuti per evitare che accettassero l’appoggio delle organizzazioni della società civile, e si è arrogato la facoltà di condurre trattative con governi e rappresentanti legali delle vittime rispetto al risarcimento, pur non avendone la facoltà, senza che nessuno gli ponesse un freno. D’altra parte la CEAV, a cui questa facoltà spetta per legge, si è fatta da parte, arrivando a rifiutare o evitare ripetutamente di riunirsi con il Gruppo di Lavoro del Senato sull’incendio e con la rappresentanza legale delle vittime.

Insomma, finora nessuna delle 42 persone sopravvissute, 27 uomini e 15 donne, ha ricevuto una riparazione, le famiglie dei migranti morti hanno solo firmato dei documenti senza che il procedimento si concluda, e nessuna delle donne è stata riconosciuta come vittima.

Rinuncerà lo stato alla licenza di uccidere?

Due giorni prima dell’anniversario del rogo, il 25 marzo 2024, l’INM ha informato sulle misure che sta prendendo per adeguare i centri alle norme di protezione civile ed evitare che una tragedia come quella di Ciudad Juárez si ripeta, affermando che sta lavorando «al miglioramento e modernizzazione degli spazi adibiti ad alloggi ed infrastruttura, per compiere la sua missione di assistenza alle persone in mobilità con prospettiva umanitaria e di rispetto dei diritti umani» (INM. Comunicato Nº 32/24 9).

La ristrutturazione prevede di eliminare lucchetti e serrature dalla porte interne, così come sbarre ed inferriate da porte e finestre sostituendole con acrilico; installazione di uscite d’emergenza, dotazione di estintori, con obbligo di manutenzione costante, di rilevatori di fumo e prese d’acqua per idranti. Infine, è stata ordinata la rimozione delle reti metalliche di 424 unità di trasporto delle persone trattenute. L’INM informa che dei 54 spazi destinati ad alloggio e chiusi provvisoriamente ad aprile dell’anno scorso, 17, già ristrutturati, stanno operando regolarmente.

A questo riguardo, però, le organizzazioni della società civile sostengono che l’unico intervento visto finora è stata la tinteggiatura dei locali. E il giorno dell’anniversario, manifestando davanti ai locali dell’incendio, si è denunciato il tentativo di gestire la tinta alle pareti come un miglioramento sostanziale: «Queste azioni sono una burla e non rappresentano un cambiamento reale per chi si muove con la morte come compagna in un territorio di guerra e in spazi senza legge».

Un altro comunicato dell’INM del 27 marzo 2024, questa volta congiuntamente con i Ministeri degli Esteri e degli Interni, oltre ad auto compiacersi per le iniziative di assistenza alle vittime, annuncia che, per garantire la “non ripetizione”, le autorità stanno lavorando al disegno di una “gestione umanitaria” del fenomeno migratorio, cioè ad una riforma delle politiche. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni solenni quanto generiche, le principali misure che si annunciano sono l’elaborazione di una nuova strategia integrale di mobilità umana e la riattivazione della moribonda Commissione Interministeriale di Attenzione Integrale in Materia Migratoria (CIAIMM) che, creata a settembre del 2019 (DOF 19/09/2019), fino ad ora si è riunita 9 volte.

Non è stato l’incendio, è stato lo stato

Inutile commentare quanto suonino fumose queste dichiarazioni, una simulazione ordita per migliorare l’immagine pubblica. È meglio far rispondere alle 39 organizzazioni, case del migrante e reti di organizzazioni della società civile che il 27 marzo hanno reso pubblico un comunicato in cui, fatto un bilancio del primo anno trascorso dalla tragedia, denunciano ed esigono provvedimenti precisi ed efficaci. «Ad oggi – si denuncia nel comunicato – non c’è stata alcuna sentenza, né riparazione integrale del danno alle vittime dirette ed indirette, solo promesse, omissioni, simulazione e un funzionario sotto processo rimasto al suo posto, che cinicamente si vanagloria di azioni di protezione civile nelle stazioni migratorie».

Si accusano le istituzioni coinvolte di omissioni ed indolenza nei confronti di tutte le vittime, arrivando addirittura a non riconoscere come tali alcune di loro. Si ribadisce che quanto successo a Ciudad Juárez è un crimine di stato, conseguenza diretta di un sistema di politiche migratorie che criminalizzano e cercano di dissuadere la migrazione che attraversa il Messico. Inoltre si sottolinea che «non si tratta di un episodio isolato, considerando le 69 raccomandazioni emesse dalla Commissione Nazionale per i Diritti Umani all’Istituto Nazionale della Migrazione per fatti accaduti all’interno delle stazioni migratorie: dal 2018 si sono registrati 41 rivolte e 4 incendi in protesta per le condizioni inumane di detenzione».

Le organizzazioni firmatarie ribadiscono che continueranno ad essere al fianco di uomini e donne vittime dirette ed indirette di questo crimine di stato esigendo verità, giustizia e riparazione, affinché una tragedia come questa non torni a succedere.

“El humo no cubre la injusticia”

Il 27 di marzo a Ciudad Juárez, di fronte al centro di detenzione, si è svolta un’attività di protesta e di memoria a cui hanno partecipato organizzazioni dei due lati della frontiera 10. Oltre a varie attività artistiche, oltre a denunciare ed esigere la destituzione di Garduño, è stato costruito un memoriale formato da cinque colonne di 40 mattoni di argilla, una colonna per nazionalità, un mattone di argilla per ogni persona a cui è stata strappata la vita: 19 mattoni di argilla per i 19 ragazzi del Guatemala; 7 mattoni per i 7 salvadoregni ed altrettanti per i 7 venezuelani, 6 per gli honduregni, ed infine 1 mattone per la vittima mortale colombiana.

Le colonne sono state coperte con dei simbolici teli termici di alluminio, come quelli che avvolgevano i corpi inermi stesi nel parcheggio dell’Istituto la notte della strage, e si lascerà che il sole e la pioggia le consumino, a meno che le autorità le tolgano di mezzo prima che ciò accada.

Cade la maschera: falsità a nudo

Il 1º aprile l’INM ha ripreso a dare la caccia alle persone migranti, in retate come quelle volute dal sindaco di Ciudad Juárez nei primi mesi del 2023, che hanno contribuito alle dinamiche sfociate nel rogo del 27 marzo. L’operativo, iniziato a Ciudad Juárez, si estenderà verso il sud dello Stato ed ha lo scopo, anche grazie alla coordinazione con gli Stati vicini, di installare un cordone di forze dell’ordine che impedisca il passaggio delle persone migranti verso la frontiera nord. Un altro muro, un’altra barriera di contenzione, un giro di vite contro chi non si piega alle minacce ed alla paura.

Come sempre, ci si domanda quanto è grande la capacità di resistenza, di protesta e di ribellione di chi ha fatto la scelta radicale di cercare una vita vivibile, o semplicemente una vita, e/o di difendere il proprio diritto alla libertà di movimento.

Le forme di resistenza e ribellione sono varie e si rinnovano, basti pensare alle carovane di migranti che partono una dopo l’altra dal sud del Messico, l’ultima il 25 marzo con 2.000 persone, o alle madri di migranti fatti scomparire nel loro viaggio verso il sogno americano, che cercano le persone care per anni, per decenni, sfidando le istituzioni complici ed omissive. Le armi sono disuguali ma la forza di chi affronta il potere è la convinzione di essere nel giusto e l’urgenza della solidarietà, di sopravvivere per arrivare a conoscere la verità.

La forza, poi, è anche costruire insieme nuovi spazi, nuove comunità di resistenza e di ribellione, come le vittime di Ciudad Juárez e le loro famiglie, insieme a chi le sostiene. In questa vicenda, per esempio, saranno di somma importanza non solo i risultati concreti della lotta per verità e giustizia – come le sentenze che verranno emesse dai tribunali – ma anche la vita di queste piccole comunità che marcano – senza forse nemmeno averne piena consapevolezza – momenti chiave e sono protagoniste negli scenari sociali e politici in cui si muovono i loro corpi, dove costruiscono e difendono una contro-narrativa, arma importante nella battaglia per la giustizia sociale.

  1. “We’re not going to open it for them.”
  2. Smoke and Lies.
  3. Misplaced fire extinguishers. No sprinkler system. A key missing in plain sight. How a Juárez migrant detention center fire turned into a death trap.
  4. Il sito de La Verdad dedicato all’inchiesta.
  5. ¿Qué convirtió el incendio de la estancia migratoria en Ciudad Juárez en una trampa mortal? Cindy Ramirez / El Paso Matters. Investigación por La Verdad, Lighthouse Reports y El Paso Matters.
  6. La cosiddetta “soluzione alternativa”, è applicabile in caso di delitti non gravi e può mettersi in atto in due modi: 1) un accordo di riparazione, che si negozia con le vittime o 2) la sospensione condizionata del processo, in cui l’accusato presenta un piano di riparazione che sarà accettato o meno dal giudice, pertanto escludendo le vittime dal procedimento. In un comunicato su questa iniziativa del Commissario, 4 ONGs si pronunciano smascherando la manovra ed accusando anche la CEAV per la sua complicità. (Fundación para la Justicia, Derechos Humanos en Acciòn (DHIA), IMUMI, Asylum Access. Comunicado Comisionado del INM busca enterrar tragesia y diluir su responsabiliad en el incendio en la estancia migratoria de Ciudad Juárez con una “solución alterna (20 de septiembre de 2023)
  7. Il funzionario era accusato anche in un altro processo per corruzione
  8. INM Comunicato Nº 33/24. INM informe avances en la reparación del daño y atención a víctimas del incendio en la estación migratoria de Cuidad Juárez, Chihuahua (27 marzo 2024)
  9. Leggi il comunicato.
  10. “El humo no cubre la injusticia”: denuncias y exigencias a un año de la tragedia migrante en Ciudad Juárez – La Verdad (28 marzo 2024)

Mara Girardi

Dal 1985 vivo in Mesoamerica, in Nicaragua ed in Messico.
Ho studiato filosofia in Italia e un master in studi di genere in Nicaragua.
Socia ed operatrice di ONG di solidarietà e cooperazione internazionale, le ultime esperienze sono state con i movimenti femministi dei paesi centroamericani e poi con i movimenti indigeni in educazione interculturale e plurilingue. Dal 2006 ho lavorato a temi legati alla mobilità umana, come diritti, violenza, genere e migrazioni.