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A tua discrezione: il diritto d’asilo all’hotspot di Taranto

Il secondo Working Paper Jean Monnet pubblicato dall’Università degli Studi di Bari

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Punto di partenza è che il rifugiato sia colui che, per eccellenza, entri fisicamente in una sovranità nazionale e ne rifletta l’occupazione di territorialità.

Third space1, in cui si realizza la gestione della migrazione (migration management), i centri ministeriali si pongono come spazio (in between) in cui il diritto d’asilo si trasforma nel prodotto dell’interazione tra gli operatori addetti e le capacità di agire del migrante.

Uno spazio simbolico e d’eccezione, che direttamente e indirettamente contribuisce alla restituzione della vita alla persona migrante, al controllo della migrazione e alla definizione della mobilità umana in una determinata area di governance.

L’hotspot di Taranto, di primissima accoglienza, si comprende in relazione a concetti come ‘borderscape’ e ‘borderities’ che enfatizzano come i confini siano prodotti di relazione di potere e in quanto tali, spazi soggetti a continue negoziazioni e permeabilità.

E’ quanto emerge dal Rapporto sul centro Hostspot di Taranto 2 curato da Giuseppe Campesi, Elena Carletti, Anna Spero, nato in continuità con il lavoro avviato nell’anno accademico 2022/2023 nell’ambito del Jean Monnet Lab in cui sono stati coinvolti gli studenti dell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” 3. Durante i focus dei laboratori e la visita sul campo, cinque ore e 55 minuti di conversazione e circa 7.656 parole di note dal campo fotografano un ‘approccio hotspot4 che confina la libertà personale e fa il diritto d’asilo parziale, debole e discrezionale, privo degli strumenti necessari per incidere significativamente nella vita dei soggetti che intende tutelare.

L’Hotspot, che si trova nella zona portuale, è operativo dal 29 febbraio 2016. Raggiungere il centro cittadino, a 5 km, non è semplice data l’assenza di stabili collegamenti tra esso e la struttura. L’esterno è presidiato dalle forze dell’ordine mentre tutta la zona è sottoposta a videosorveglianza in una libertà personale certamente limitata.

Nella prassi, la sequenza di azioni (fasi) che, incluse nel documento sulle Procedure operative, dovrebbero ad esse adeguarsi, non è così netta. Iniziando dalle fasi di identificazione, registrazione e compilazione del “foglio notizie” su cui si riporta, mediante crocetta, il motivo di ingresso in Italia. In mancanza di mediatori per tutte le nazionalità e le lingue o, in assenza di mediatore tigrigno, “la lingua ufficiale della Nigeria 5”, la crocetta può essere suggerita. Durante questa delicata fase, molti sono i migranti che divengono “economici”, meritevoli, ovvero, ex art. 10, comma 2, del D.lgs. n. 286/1998, di ricevere un decreto di respingimento alla frontiera per ordine del Questore.

Ai controlli di sicurezza personale e degli effetti personali 6, a cui sono presenti Frontex ed Europol 7 da “osservatori”, i cellulari, spesso, non sono restituiti.

La presa in carico da parte dell’ente gestore avviene tramite acquisizione della firma. La presenza è verificata ogni mattina durante la colazione e il “mattinale” viene inviato in Prefettura. Con un codice, sono i benvenuti, né nati né concepiti 8, nel centro che li accoglie.

Due gli operatori nella fascia oraria mattutina, due in quella pomeridiana ed uno nella fascia notturna, addetti alla numerazione ed elencazione di doveri e diritti e poi vincoli, obblighi, usanze, ammonizioni ed espulsioni, una “molteplicità di processi […] dispositivi sottili, d’apparenza innocenti, […] che […] perseguono coercizioni senza grandezza”. Come in tutti i campi, la circolazione degli ospiti è concessa solo in percorsi prefissati e l’interazione tra operatori ed ospiti avviene esclusivamente in spazi finalizzati alla produzione di senso verticale di potere: “in ufficio controlliamo come firmano e in sala mensa guardiamo come mangiano e bevono. In questi luoghi, gli unici stimoli sono quelli provenienti dal comando, privi di punti di immaginazione, eterotopie che inaridiscono il discorso, bloccano le parole su se stesse, contestano ogni possibilità di grammatica 9”.

L’hotspot di Taranto si forma di 10 moduli abitativi, ognuno di 20 posti letto. Per il principio della localizzazione elementare si assegna un posto ad ogni individuo e ad ogni individuo un posto, come norma, per consentire una costante ed efficace sorveglianza. Dalla zona dei moduli abitativi, non è consentito uscire. C’è un bagno per i diversamente abili, ma non è attrezzato. Nell’Hotspot di Taranto non sono presenti luoghi di culto, né spazi comuni al coperto dedicati alla socialità. I pasti vengono distribuiti tre volte al giorno, alle 8:00, alle 13:00 e alle 18:30, secondo quanto stabilito dal regolamento interno e dovrebbero essere consumati negli spazi adibiti.

Relativamente al personale medico, sono presenti quattro unità fra medici e infermieri, suddivisi in turni da sei ore in modo tale da ricoprire l’intera giornata.

La psicologa può intervenire sia su richiesta di qualcuno degli ospiti, sia a seguito di osservazione di situazioni di particolare vulnerabilità, L’assistente sociale si occupa prevalentemente di gestire i rapporti tra i minori stranieri e il Tribunale.

Difatti, negli ultimi anni l’hotspot di Taranto ha cominciato ad ospitare una percentuale particolarmente significativa di MSNA, che restano all’interno dell’hotspot anche per mesi. “C’è chi le chiama operazioni di alleggerimento della frontiera, chi parla genericamente di trasferimenti e chi arriva a definirli con il pesante appellativo di deportazioni. Espressioni diverse per indicare la stessa cosa: il sistematico trasferimento delle persone migranti dalle città di frontiera – Ventimiglia e Como (a cui si è aggiunta recentemente Milano) – verso il Sud Italia 10“.

Al 12 giugno 2023, vi erano 184 ospiti nell’hotspot, tutti minori stranieri non accompagnati tra i 14 e 18 anni.

Una presenza, quella dei minori, che si è strutturata nel corso degli anni e a cui è fatto divieto di uscita prima del completamento delle procedure di registrazione e fotosegnalamento.

In caso di allontanamento del minore per oltre 72 ore, la Prefettura può disporre la revoca dell’accoglienza e a stabilirlo sono gli operatori nel momento in cui intervengono decidendo tra l’impedire energicamente l’uscita non autorizzata, aumentando la tensione interna oppure lasciare libertà di movimento ai minori, assumendone i rischi.

Nel lessico continuo delle procedure da border regime 11, gli operatori sono, dunque, chiamati ad esercitare una potenza destituente atta ad escludere e selezionare in nome della sicurezza interna, aumentando il livello di conflittualità sociale e radicalizzando la nudità dei diritti umani. “Un’accoglienza offerta in condizioni di detenzione di fatto” per un diritto debole, quello d’asilo, che è, contestualmente, facoltà discrezionale dello Stato e diritto soggettivo dell’individuo.

Al volto d’altri, imminente e vicino nella vita quotidiana, “che non è semplicemente una forma plastica, ma è immediatamente un impegno per me, un appello a me,[…] nella sua nudità, senza mezzi, senza protezioni, nella sua semplicità” .

  1. Dear 2013, Agamben
  2. Leggi il rapporto
  3. Hanno partecipato alla realizzazione del presente report di ricerca: Carpentiere Claudia, Di Benedetto Ilaria, Oziosi Francesco, Passaro Antonio, Pischetola Olimpia, Sacino Michele, Santo Ottavia Pia, Sawadogo Kalusha Sidy Mohamed
  4. Cos’è l’approccio hotspot, a pagina 7 del rapporto
  5. Vedi Rapporto; personale Ufficio immigrazione
  6. Vedi Rapporto: al termine delle fasi di identificazione e fotosegnalamento gli effetti personali dovrebbero essere riconsegnati. Tuttavia, spesso questo non accade e non di rado le persone vengono trasferite dall’Hotspot senza rientrare in possesso di quanto gli è stato sottratto in ingresso
  7. Vedi report: È complicato tracciare dei confini chiari tra attività di intelligence (Frontex) e attività investigativa (Europol), dato che l’una attività può facilmente sconfinare nell’altra
  8. Testimonianza resa al processo Eichmann a Gerusalemme: “Gli abitanti del paese Auschwitz non avevano nomi. Non avevano né genitori né figli. Non si vestivano come si veste la gente qui. Non erano nati né li concepivano. Respiravano secondo le leggi di un’altra natura e non vivevano né morivano secondo le leggi di questo mondo. Il loro nome era Ka-Tzenik e la loro identità era quella del numero tatuato nella carne dell’avambraccio sinistro”
  9. Progetti per l’integrazione: la creazione del panico sociale, Progetto Melting Pot Europa (2017)
  10. Il “giro dell’oca” dei trasferimenti coatti, Open Migration
  11. Con l’espressione si fa riferimento alle mansioni che gli operatori svolgono all’interno delle strutture, l’organizzazione del turno lavorativo, gli strumenti a disposizione e le tecniche impiegate nella relazione con l’utente, ossia quelle pratiche svolte da un gran numero di attori che possono preparare, dirigere e influenzare la mobilità

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.