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Manifestazione contro i CPR a Ferrara (PH: Luca Greco)
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La diaspora albanese contro l’accordo Italia-Albania e i CPR

L’intervista a Zanë Kolektiv

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Lo scorso 15 febbraio il Protocollo tra Italia e Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria è diventato legge. 

Attraverso questa intesa, l’Albania ha dato in concessione al governo Meloni due aree demaniali dove, a spese dell’Italia, verranno realizzati due centri detentivi per persone migranti.

Da Google Earth

Il primo, nell’area portuale di Shëngjin, avrà la funzione di “hotspot”: le persone cioè verranno trattenute per le procedure di sbarco e di identificazione. 

Nella città di Gjadër, invece, verrà edificato un vero e proprio Centro di Permanenza per il Rimpatrio, dove le persone verranno trattenute in attesa della loro espulsione.

Nuove frontiere dell’esternalizzazione

Si tratta di un accordo eccezionale, che rappresenta un nuovo orizzonte per le pratiche di esternalizzazione delle frontiere europee. L’Italia infatti non si limita più a rafforzare il controllo delle frontiere da parte di Paesi Terzi, ma entra direttamente dentro i confini di un altro Stato, gestendone di fatto due porzioni di territorio. Entrambe le aree designate saranno infatti sottoposte alla giurisdizione italiana, rendendole in un certo senso zone extraterritoriali italiane.

Ne abbiamo parlato con Anjeza e Alexia, di Zanë Kolektiv, un collettivo composto da giovani albanesi residenti in Italia, che recentemente hanno preso posizione sull’accordo insieme alle realtà, collettivi e giornalistə attivə in territorio albanese e non solo 1.

Come nasce Zanë Kolektiv?

Anjeza: Zanë Kolektiv è nato come collettivo a Padova. È composto da giovani albanesi o di seconda generazione oppure immigrati più recentemente. 

Alexia: É nato, diciamo, dall’esigenza di creare uno spazio per la diaspora albanese, per i giovani albanesi che vivono in Italia, perché da anni ci siamo sentiti marginalizzati, esclusi da molti spazi.

Anjeza: L’obiettivo principale era quello di riportare la narrazione dal basso della comunità albanese, dei giovani albanesi e di valorizzare la nostra cultura, le nostre radici. Ovviamente poi si è espanso perché tutto è politico.

Alexia: Abbiamo organizzato eventi culturali, abbiamo anche organizzato eventi per discutere della nostra identità come persone migranti, sia perché veniamo da famiglie migranti, sia perché abbiamo noi migrato personalmente in Italia. E ultimamente abbiamo deciso di far sentire la nostra voce soprattutto riguardo a ciò che sta succedendo con l’accordo tra Italia e Albania.

Cosa ne pensate di questo accordo?

Innanzitutto non c’è chiarezza all’interno di questo accordo. E in secondo luogo riteniamo che ci siano delle basi neo colonialiste che noi come collettività rifiutiamo.

Alexia

Alexia: L’ultima volta che l’Italia ha esercitato una giurisdizione in Albania è stato quando è stata occupata dai fascisti, quindi sotto il regime di Mussolini. (…) Riguarda proprio l’occupazione di un territorio, che è quello di Shengjin e che è quello di Gjader, dove verranno edificati questi centri. (…) In questi centri è vietato l’accesso [diretto n.d.r] a qualsiasi autorità albanese e quindi questo ci fa pensare che questi centri siano intesi come un prolungamento di una regione italiana. Quindi è proprio qua che vediamo queste basi neo colonialiste dell’Italia e se pensiamo al passato che abbiamo avuto con l’Italia, questa ne è una conferma.

Come si spiega l’adesione del governo albanese a questo accordo che sembra non fare esattamente gli interessi di uno Stato sovrano?

Alexia: Ovviamente non siamo rimasti molto stupiti da ciò che Edi Rama ha fatto, perché già fino all’anno scorso, insomma, stava facendo vari accordi migratori con il Regno Unito, il che ha portato a un cambiamento della legislazione che ha messo a rischio le vite di molti richiedenti asilo albanesi che attraversavano la Manica da Calais, in Inghilterra. Però siamo molto arrabbiate dalle sue parole.

Come figlia di un immigrato rifugiato, che è venuto in Italia negli anni ‘90 sui barconi… Ecco, non mi sento di sentirmi indebitata all’Italia.

Alexia

Alexia: Quando la nave Vlora è arrivata c’erano circa ventimila immigrati albanesi e diciassettemila di loro sono stati rimpatriati con l’inganno. (…) Per poi anche ricordare come i richiedenti asilo albanesi ai tempi erano stati chiusi nello stadio Vittoria di Bari, che venne chiamato poi lager 1991 e ricevevano il cibo e l’acqua dagli aeroplani. Quindi, ecco, non è stato proprio un trattamento umano.

Ci sono stati molti episodi di xenofobia che ci hanno portato poi molto spesso a negare la nostra identità. Quindi ecco, non ci sentiamo in debito di niente.

Alexia

Alexia: Ovviamente sappiamo bene che dietro a queste affermazioni si nasconde tutta una strategia per accelerare il processo [di integrazione, n.d.r] all’interno dell’Unione europea, dell’Albania. È stato affermato anche da Giorgia Meloni, la quale in un’intervista ha detto che l’Albania, nonostante non sia un paese dell’Unione europea, si sta comportando come tale, aiutando l’Italia (…) Come dicevo prima, anche la base neo coloniale è molto, molto evidente.

Si è posta subito la questione della legittimità costituzionale in Albania. La Corte costituzionale invece ha dato il suo ok. Questo dubbio è stato posto in particolare dall’opposizione di destra, ma so, anche grazie al vostro contributo, che ci sono delle realtà che si sono mosse, che hanno manifestato pubblicamente e messo in atto delle iniziative. Potete raccontarci un po’ di queste iniziative dal basso che si sono create?

Anjeza: Sì, allora innanzitutto vorrei anche dire che noi effettivamente non siamo schierati politicamente in Albania con nessuna delle due parti, che sia la maggioranza o tutti gli altri partiti. Comunque, detto questo, a parte l’opposizione che c’è stata nel Parlamento sono stati creati altri movimenti, altri gruppi, ma anche già esistenti che hanno iniziato a schierarsi contro questo accordo già prima che si che si confermasse e firmasse.

Alexia: Io volevo sottolineare il fatto che ci sono gruppi, come il gruppo Ata, ci sono attivisti, ci sono giornalisti e ci sono gruppi e collettivi che si stanno unendo sempre di più. E quindi sì, questo fa capire che questo accordo non va bene né a noi della diaspora né a coloro che appunto vivono e stanno in Albania, soprattutto a persone che vivono nelle zone in cui questi centri verranno edificati.

A Milano il 6 aprile ci sarà una manifestazione contro i CPR, in Italia e all’estero. Da cosa è motivata la vostra adesione e qual è il vostro punto di vista su questa mobilitazione?

Alexia: Noi veniamo da famiglie con background migratorio: siamo stati migranti, abbiamo cugini che tutt’ora migrano, che sono stati nei detention center, che sono stati nei CPR, che sono stati in vari centri di accoglienza e quindi diciamo che queste storie sono molto familiari. Sappiamo bene cosa succede all’interno di questi centri, sappiamo anche molto bene cosa succede all’interno dei CPR. (…) Come collettivo siamo contro ai CPR, siamo contro i CPR in Italia, siamo contro ai CPR e i detention center in qualsiasi luogo in Europa. (…) Quindi diciamo il motivo principale, non è proprio perché verranno edificati in Albania, ma proprio perché siamo contro a questa istituzione. E poi ovviamente in secondo luogo ci siamo sentite toccate come comunità perché precisamente per la prima volta questi centri verranno edificati in Albania.

“Ci sono molte persone della nostra comunità che sono state rinchiuse nei CPR e che ci sono morte nei CPR.”

Alexia

Alexia: Quindi ovviamente noi il 6 di Aprile saremo presenti a Milano. E vogliamo portare la nostra voce lì e farci sentire, appunto, come comunità.

Non vogliamo l’apertura di CPR in Albania e chiediamo anche la chiusura dei CPR in Italia.

Alexia

La manifestazione del 6 aprile a Milano avrà inizio alle ore 15 in piazza Tricolore e ha come obiettivo di avvicinarsi il più possibile al CPR di Milano in via Corelli 39.

  1. Anche in Grecia, Regno Unito e Kosovo. Leggi il loro comunicato collettivo a questo link.

Nicoletta Alessio

Dopo una laurea triennale in Scienze Politiche Sociali e Internazionali all'Università di Bologna, mi sono laureata nel corso magistrale in Migrazioni Inter-Mediterranee delle Università Ca' Foscari di Venezia e Paul Valéry di Montpellier. Mi interesso di politiche migratorie ed etnografia dei confini e ho approfondito con due esperienze di ricerca sul campo la cooperazione italiana con Tunisia e Algeria in tema di espulsioni.