Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
Photo credit: Stefano Stranges

«Non spegniamo le luci sul genocidio nella Repubblica Democratica del Congo» 

L’intervista a John Mpaliza, il “Peace Walking Man”

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«Sono momenti molto difficili per tutto il mondo, ma ciò che succede nell’est della Repubblica Democratica del Congo non si può far capire con una immagine! Provate a immaginare, decine di donne che subiscono stupri di massa, usati come arma di guerra! Come lo spiego? Con una immagine? No, io non ce la faccio! Ma non ce la faccio neanche a rimanere in silenzio!».

E’ un appello e al tempo stesso un grido di dolore quello che muove da anni John Mpaliza, instancabile attivista italo-congolese per i diritti umani, a organizzare mobilitazioni, marce e iniziative di sensibilizzazione per attirare l’attenzione e raccontare la guerra in Congo

John Mpaliza, è un ingegnere informatico nato a Bukavu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, arrivato in Italia nel 1992. Fino a maggio 2014 ha lavorato come programmatore per il Comune di Reggio Emilia, poi ha deciso di lasciare l’impiego per diventare a tempo pieno attivista per la pace e formatore in materia di diritti umani. 

Ha scelto di essere Peace Walking Man, un camminatore per la pace ed ha attraversato l’Italia e l’Europa in lungo e in largo perché non poteva più stare a guardare di fronte ad una situazione generale davvero grave. «L’ultimo rapporto dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) parla di circa 7 milioni di profughi interni nel Paese e oggi ci sono circa 2 milioni di profughi accampati nel fango, senza nessun aiuto, intorno alla città di Goma. La malnutrizione infantile e non solo sta facendo vittime tutti i giorni», racconta John.

«Negli ultimi 28 anni, in Congo, hanno perso la vita più di 10 milioni di persone per la nostra tecnologia (coltan, cobalto, etc.) e tutto in silenzio, seppure sotto gli occhi di tutti. Si vede ma si preferisce tacere! Io così non ce la faccio più! Ci stanno massacrando in silenzio e sembra che questo popolo non faccia parte dell’umanità come tutti gli altri! Sono davvero disperato! Siamo disperati ed il muro di silenzio, di tutti, su questo conflitto, fa ancora più male», prosegue Mpaliza citando le parole di Papa Francesco che il 31 gennaio 2023 proferì al suo arrivo a Kinshasa, rivolgendosi alle multinazionali ed ai potenti del mondo: “Il Congo e l’Africa non sono una miniera da sfruttare! Fuori dal Congo! Fuori dall’Africa!”. 

«Nemmeno il grido di Papa Francesco è stato ascoltato! Appena ripartito dal Congo, la situazione è tornata come prima, se non peggio! La Repubblica Democratica del Congo, paese di Patrice Lumumba (ucciso il 17 gennaio 1961, a pochi mesi dall’Indipendenza dal Belgio) è vittima di una guerra economica, drammatica e dimenticata che ha già fatto più 10 milioni di vittime, di fatto il conflitto più sanguinoso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Centinaia di migliaia di donne sono state (ma anche oggi) vittime di stupri, usate come arma di guerra e centinaia di migliaia di bambine e bambini lavorano come schiavi nelle miniere di coltan, indispensabile per la fabbricazione dei nostri smartphone, computer e qualunque dispositivo elettronico, e di cobalto, elemento chiave delle batterie delle macchine elettriche e quindi della transizione verde», spiega l’attivista. 

Ma facciamo un passo indietro John, quando è iniziato il conflitto?

Tutto inizia nel 1996 quando l’allora Zaire, governato ininterrottamente dal 1965 dal dittatore Mobutu, viene invaso dall’AFDL (Alleanza delle Forze Democratiche per la Liberazione del Congo-Zaire), una forza di invasione e occupazione costituita da militari del Ruanda, Uganda e Burundi, sostenuti dagli Stati Uniti d’America ed altre potenze, soprattutto anglosassone, decisi a mandare via l’ex protetto e servitore Mobutu e così recuperare il controllo sull’Africa Centrale, perso durante la guerra fredda a favore delle potenze europee, Francia in primis. A capo di questa alleanza c’era Laurent-Désiré Kabila, capo ribelle congolese rifugiato per decenni in Tanzania, la marionetta di turno a cui era stato promesso la guida di questo gigante nel cuore dell’Africa 1.
Questo primo conflitto viene chiamato “Prima Guerra del Congo” oppure “Guerra del Coltan” ed ha fatto circa 2 milioni di vittime. 

E poi che successe…

Dal 1998 al 2003 si assiste invece alla “Seconda Guerra del Congo”, conosciuta anche come la “Prima Guerra Mondiale africana”, in quanto porta una decina di eserciti regolari ad affrontarsi e combattersi sul territorio congolese. Laurent-Désiré Kabila viene assassinato il 16 gennaio 2001. Questa guerra terminerà con l’Accordo di Sun-City in Sudafrica con un bilancio pesante di 5,3 milioni di morti. Oggi l’Est del Congo è insanguinato da massacri e occupazione da parte del movimento terroristico M23, sostenuto e finanziato dal Ruanda, come dimostrato da vari rapporti di esperti delle Nazioni Unite. 

L’Europa, oggi, cosa c’entra in tutto questo?

Purtroppo, anche l’Europa, in qualche modo, sta sostenendo questo genocidio in quanto sostiene e finanzia il Ruanda, paese aggressore del Congo, che da tre decenni sta occupando terre e saccheggiando le risorse minerarie nelle aree ad est, minerali strategici che esporta come suoi. Ha suscitato sdegno l’accordo del 19 febbraio 2024 tra l’Unione Europea e il Ruanda per l’approvvigionamento di minerali critici e strategici: coltan, oro, cobalto, tungsteno, etc. Questi minerali che esporta il Ruanda sono minerali di conflitto, insanguinati e provengono – sono saccheggiati! – dall’est del Congo e l’Europa lo sa!

Quali altri Paesi traggono vantaggio da questa guerra?

Su Africa ExPress è apparsa pochi giorni fa un’inchiesta molto interessante. Secondo il quotidiano online, Israele finanzia la guerra a Gaza anche con le miniere del Congo, che sono in mano a Dan Gertler, un sionista, apparso nel mercato congolese per la prima volta nel 1997. Amico di vecchia data dell’ex presidente Kabila, è stato più volte accusato di usare i suoi legami per ottenere concessioni minerarie. Gertler è oggi un protetto di Netanyahu.
Questo è un motivo perché non si può parlare del genocidio in Palestina e chiudere gli occhi su quello che succede a est del Congo. Lo Stato d’Israele si finanzia, anche con il sangue del popolo congolese, per commettere crimini di guerra e contro l’umanità, e di genocidio contro il popolo palestinese! 

Torniamo ai rapporti con l’Ue. Ci sono state proteste dopo la sottoscrizione dell’accordo?

Il Congo ed i congolesi della diaspora chiedono l’annullamento puro e semplice di questo accordo scandaloso. In Italia, la Rete “Insieme per la Pace in Congo” ha lanciato una petizione indirizzata al Parlamento Europeo e alla Commissione Europa. La manifestazione che si è svolta sabato 30 marzo 2024 si iscrive quindi in questa ottica. Denunciare questo accordo, chiederne l’annullamento e chiedere un impegno di tutti per fermare questo massacro che sta avvenendo da quasi tre decenni, in silenzio anche se sotto gli occhi del mondo. 

Raffaele Crocco, ideatore e direttore dell’Atlante delle Guerre e dei conflitti del Mondo, il 30 marzo, in occasione della marcia organizzata a Trento ha voluto recapitare questo messaggio a John e alla piazza. “Poche parole, non ne servono molte. 
Quello che serve è cercare di non essere indifferenti. Anzi è, per una volta, ammettere che non abbiamo fatto abbastanza, che non abbiamo mai fatto abbastanza. 
Troppo lontana la Repubblica Democratica del Congo per pensarci davvero. Troppo lontana per sentire le grida di chi muore, di chi subisce violenza, di chi non può reagire e vivere. Troppo lontana per percepire l’odore di morte e sangue. Troppo vicino, invece, il comodo lusso di cellulari, computer, microonde per fare davvero caso allo schifo che ogni nostra scelta ha generato. Da trent’anni la gente della Repubblica Democratica del Congo viene massacrata in nome e per conto dei nostri lussi, del nostro  piacere, del nostro voler essere moderni e all’avanguardia.  
L’orrore di questa vicenda è pari solo alla nostra indifferenza. 
Dobbiamo dire basta. Dobbiamo dire basta soprattutto a noi stessi, alla nostra arrogante indifferenza, al nostro dolore a comando, al nostro scandalizzarci ad intermittenza. 
Una Unione Europea, cioè noi, che stringe un accordo commerciale con il Rwanda per importare da quel paese cose che quel paese non ha è il limite ultimo dell’assurdo. E’ una stupida maniera per alimentare una guerra infinita, legalizzando il furto delle risorse e l’omicidio per impadronirsene. E’ il colonialismo mai morto che torna e si riaffaccia nella nostra quotidianità. E’ la grassa imbecillità di un’Europa convinta di essere ancora al centro  del Mondo, di essere ancora nell’800. 
Questa marcia oggi, questa manifestazione oggi, deve essere il modo per impegnarci ad agire, a dire basta ogni giorno, per far terminare quel massacro quotidiano, sistematico, costante nato e allevato nel nome della ricchezza di pochi e del nostro benessere. 
E’ l’unica cosa che dobbiamo fare. E’ l’unica cosa degna che possiamo fare”.


La petizione della rete “Insieme per la Pace in Congo”:

No allo scandaloso accordo tra UE e Rwanda sui minerali del Congo 

Ci opponiamo fermamente al protocollo d’accordo di cooperazione sui minerali sensibili firmato dall’Unione Europea con il Rwanda il 19 febbraio scorso!

Da almeno un decennio, ma anche di recente, l’ONU dichiara che il movimento M23, che destabilizza l’Est della Repubblica Democratica del Congo, è manovrato e sostenuto dal Rwanda e perfino composto anche da sue truppe. 
Dall’Est del Congo, con il favore di responsabili corrotti a vari livelli, complicità alle frontiere e astuzie di vario genere, da anni vengono fatti uscire verso il Rwanda e altri Paesi confinanti ad est i minerali preziosi: coltan, oro, terre rare …
Ma oggi, grazie ai territori occupati militarmente dall’M23-Rwanda, i minerali passano di continuo e senza trovare alcun ostacolo, ma al prezzo di morti, di violenze di ogni genere, di rapine di beni di una popolazione la cui colpa è solo quella di vivere in un territorio ricchissimo di risorse, delle quali, con ogni mezzo, tutti vogliono accaparrarsi, mentre, solo nell’Est, due milioni di sfollati sopravvivono miseramente e muoiono in tuguri di fortuna, in piena stagione delle piogge.

Appare, pertanto, sconcertante e ipocrita questo accordo che, a parole, vuole esprimere un forte intento di rispetto della legalità, secondo le norme di tracciabilità che l’Europa stessa si è data nel 2021, dichiarando di «favorire lo sviluppo di catene di valore durature e resilienti per le materie prime critiche», ovvero i minerali strategici e tanto ricercati in questo tempo di corsa verso la cosiddetta green economy, ma che nei fatti investe dei fondi per creare infrastrutture in Rwanda.
Un paese che non dispone di quantità significative di questi minerali, ma che è diventato grande esportatore solo grazie alle guerre che ha acceso nella Repubblica Democratica del Congo a partire dal 1996, sempre attraverso interposti movimenti di copertura, che in questi anni prendono il nome di M23.
Se l’obiettivo dell’accordo del 19 febbraio scorso, come dichiarato dal Parlamento Europeo in risposta alle tante critiche emerse, è «accrescere la tracciabilità e la trasparenza e rafforzare la lotta contro il traffico illegale di minerali» non era forse più opportuno sanzionare il Rwanda anziché stipulare un accordo proprio con chi sta aggredendo e saccheggiando il Congo?

Facendo eco a tante voci che si sono levate contro questo accordo, sia da parte delle autorità, di cittadini congolesi, di Paesi europei come il Belgio e di eurodeputati, anche noi come comitato “Insieme per la Pace in Congo” esprimiamo la forte richiesta all’Unione Europea di annullare tale accordo, per contribuire all’avvento della pace nella regione.

Riteniamo che solo un atteggiamento giusto e imparziale può favorire la coabitazione pacifica nella regione dei Grandi Laghi.

  1. La superficie è di 2.345.410 km2 = 8 volte l’Italia, il secondo paese africano per grandezza.

Stefano Bleggi

Coordinatore di  Melting Pot Europa dal 2015.
Mi sono occupato per oltre 15 anni soprattutto di minori stranieri non accompagnati, vittime di tratta e richiedenti asilo; sono un attivista, tra i fondatori di Libera La Parola, scuola di italiano e sportello di orientamento legale a Trento presso il Centro sociale Bruno, e sono membro dell'Assemblea antirazzista di Trento.
Per contatti: [email protected]