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Protezione sussidiaria a cittadino pakistano in condizione di schiavitù per debiti (cd. “debt bondage”)

Tribunale di Perugia, decreto del 27 febbraio 2024

Photo credit: Norwegian Human Rights Fund (NHRF)

Un cittadino pakistano presenta domanda di asilo in Italia lamentando che, a causa delle precarie condizioni economiche, la famiglia di origine fu costretta a ricorrere a prestiti di natura usuraria che non riuscirono poi a saldare. L’intera famiglia era, quindi, costretta a lavorare in condizioni di schiavitù per l’usuraio, proprietario di un fondo agricolo con allevamento di animali. Lui ed i familiari non venivano retribuiti: erano costretti a lavori estenuanti ed erano oggetto di maltrattamenti, ricevendo in cambio solo due pasti al giorno. Quindi, vista l’impossibilità di pagare il debito, i familiari si mettevano d’accordo con l’usuraio per chiedere un ulteriore prestito al fine di farlo espatriare, farlo lavorare all’estero e così pagare l’intero debito.

La Commissione asilo rigetta la domanda e viene presentato ricorso al Tribunale di Perugia. In tale sede, veniva affermato che vi fosse il fondato timore di subire una persecuzione consistente nella riduzione in schiavitù lavorativa (cui il Ricorrente era sottoposto) a causa dell’appartenenza al gruppo sociale delle persone schiavizzate. Si tratta di un gruppo ben riconoscibile ed individuato nella società pakistana.

Infatti, secondo il “Global Slavery Index”, in Pakistan vi sono 10,6 persone in schiavitù ogni 1.000 abitanti. Il tutto in assenza di tutela da parte del governo. 

Secondo il Tribunale la condizione di schiavitù a causa dei debiti contratti nel tempo dalla sua famiglia integra la protezione sussidiaria ex art. 14, lett. b), d.lgs 251/2007. 

Il fenomeno del cd. debt bondage è molto diffuso in Pakistan: “Con tale definizione si intende la condizione di chi è costretto a lavorare per il proprio creditore al fine di ripagare un debito precedentemente contratto, venendosi a trovare in uno stato di vera e propria servitù. In Pakistan questo sistema in cui si è costretti a lavorare fino all’adempimento dell’obbligazione viene denominato peshgi. Il peshgi stabilisce quindi un vero e proprio vincolo tra il creditore e il debitore che spesso arriva a coinvolgere l’intero nucleo familiare”.

Vi sono quindi gli estremi per il riconoscimento della protezione sussidiaria, in quanto il “grave rischio di veder compromessa nuovamente la propria dignità e di rimanere vittima di una condizione di schiavitù” integra a tutti gli effetti le ipotesi di trattamento degradante. 

Si evidenzia che tra le varie fonti citate dal Tribunale che documentano il fenomeno del debt bondage in Pakistan, vi è il seguente documentario prodotto da “Al Jazeera”: “Bonded labour“.

Si ringrazia l’avv. Francesco Di Pietro per la segnalazione e il commento.


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